Le etichette sotto la lente
INDICE
Pagina 4
I coloranti
Gli aromi
I conservanti
I dolcificanti
Altri additivi
I
coloranti
Berreste un’aranciata
che non sia di un bel colore arancione? Mangereste un gelato
alla fragola che non sia rosso ma grigiastro? La risposta, probabilmente,
è no. Quando si mangia e si beve, anche l’occhio vuole la sua
parte. I fabbricanti di prodotti alimentari lo sanno, e per
questo usano i coloranti, che spesso servono a ripristinare
il colore che l’alimento ha perduto durante la lavorazione.
Un esempio? L’essenza di menta senza aggiunta di coloranti sarebbe
incolore.
Nell’aranciata, che contiene solo il 12% di succo d’arancia,
si aggiunge un colore che ricorda l’alimento fresco, ma di questo
ce n’è ben poco.
I coloranti possono essere estratti da vegetali o da animali
(come il rosso ottenuto per essiccazione di un insetto, la cocciniglia),
oppure prodotti di sintesi (che a volte riproducono esattamente
le molecole naturali).
Dal codice Cee si può capire il colore. Lo identifica, dopo
la lettera E, la seconda cifra (per i coloranti la prima cifra
è sempre “1”):
0 = giallo;
1 = arancione;
2 = rosso (il rosso cocciniglia è l’E 124);
3 = blu;
4 = verde;
5 = bruno/nero (il caramello, ad esempio, è l’E 150).
Da E 160 a E 200 si tratta di coloranti misti o con sfumature
diverse, raramente usati.
I coloranti si trovano soprattutto nei prodotti dolciari, in
particolare quelli destinati ai bambini, o comunque che i bambini
preferiscono. Caramelle, gomme da masticare, pastiglie varie,
gelati e ghiaccioli ne sono pieni.
Leggete sempre le etichette delle caramelle: vi accorgerete
che tra i diversi prodotti in commercio ve ne sono alcuni che
contengono meno coloranti.
E se volete acquistare un ghiacciolo, cercate quelli colorati
con succo di frutta: anche dal punto di vista nutrizionale sono
migliori dei gelati fatti soltanto di acqua e zucchero, con
l’aggiunta magari dell’Eritrossina (E 127), un colorante con
una Dga molto bassa (0,6 mg per kg di peso corporeo), ritenuto
sospetto per aver provocato nei ratti di laboratorio alcuni
casi di tumore alla tiroide.
Gli
aromi
Alcune sostanze aggiunte
agli alimenti non hanno un numero di codice Cee. Sono gli aromi,
gli agenti per prodotti da forno, gli intensificatori di sapore,
i disperdenti, i ricoprenti, gli zuccheri, su cui il consumatore
non riceve molte informazioni, perché il produttore può limitarsi
a indicare la categoria e non la specifica sostanza usata.
Solo per gli aromi va specificato se sono naturali (e in tal
caso l’etichetta dice “aromi naturali”) o se non lo sono (e
allora si leggerà semplicemente “aromi”).
Solo in Europa se ne utilizzano circa 3.500 tra quelli naturali
(come gli oli essenziali, dal limone all’arancia, ricavati da
parti della frutta), e quelli di sintesi che spesso riproducono
perfettamente le molecole presenti in natura ma risultano più
convenienti per l’industria (come nel caso di mentolo, eucaliptolo
e vanillina)
Gli aromi, naturali e sintetici, vengono abbondantemente utilizzati
in bibite, prodotti da forno, gelati, caramelle e dolciumi.
Secondo una statistica americana, dei circa 3.000 diversi “aromi”
aggiunti ai cibi, circa 2.000 servono a rimpiazzare i sapori
perduti durante la lavorazione.
I
conservanti
A cosa servono lo dice
la parola stessa: a conservare in buono stato gli alimenti.
I conservanti, infatti, hanno la capacità di bloccare i processi
di deterioramento degli alimenti.
Sono sostanze di origine diversa, ma i più usati sono quelli
sintetici. Come i coloranti, anche i conservanti devono essere
indicati in etichetta con il nome specifico oppure con il codice
E.
Vediamo più da vicino alcuni conservanti più comunemente usati.
Anidride solforosa: da E 220 a E 227, è utilizzata per
la sua azione antimicrobica e fungicida. Si trova soprattutto
nel vino, per il quale però non è obbligatorio segnalarne la
presenza in etichetta.
Basta dare un’occhiata alla tabella che riporta i contenuti
massimi ammessi dalla legge per quest’additivo per capire come
possa essere facile superare il limite, soprattutto nel caso
di bevitori di vino. Il valore della Dga è di 0,35 milligrammi
per ogni chilo di peso della persona. Un uomo di 70 chili non
dovrebbe assumerne più di 24,5 milligrammi in un giorno (0,35x70).
Se in un vino bianco l’additivo fosse anche pari alla metà del
limite di legge (cioè 100 mg anziché 200) è evidente che già
un quartino apporta tutta la dose di additivo che mediamente
è possibile sopportare senza danni. Senza contare che questo
conservante è diffuso in moltissimi altri alimenti.
Oltre che come conservante, l’anidride solforosa è impiegata
per usi più “estetici”, come anti-imbrunente per far apparire
freschi prodotti che non lo sono. Vale a dire, impedisce che
carne macinata, frutta (fresca ed essiccata), verdura fresca,
patate e insalate con il passare del tempo acquisiscano un naturale
colore scuro. È facile, quindi, trovare frutta essiccata con
lo stesso colore brillante che aveva quando era ancora appesa
all’albero, carne macinata che si mantiene rosa anche dopo qualche
giorno, insalate o verdure che sembrano appena colte.
Nitrati e nitriti: sono conservanti antimicrobici largamente
utilizzati (da E 249 a E 252). Hanno una Dga molto bassa (vedi
tabella), che è facile superare proprio perché presenti in un
grandissimo numero di alimenti.
Oltre che per la loro funzione di “cane da guardia” contro i
microbi, vengono utilizzati anche per la loro capacità di fissare
il colore nelle carni conservate, in quelle in scatola e nei
salumi, che altrimenti a contatto con l’aria diventerebbero
grigie.
Superare la Dga è facile e pericoloso per la salute soprattutto
dei bambini, perché può indurre un minor trasporto di ossigeno
nel sangue. In realtà, per molti alimenti se ne potrebbe tranquillamente
fare a meno.
I
dolcificanti
Lo zucchero e altri
dolcificanti non sono utilizzati solo nei prodotti dolci, ma
anche in tantissimi altri. Persino nel salame, dove serve ad
accelerare la stagionatura.
I dolcificanti sintetici sono gli zuccheri ottenuti in laboratorio.
Sono spesso aggiunti ai prodotti “light” perché a parità di
potere dolcificante, hanno meno calorie dello zucchero. Per
alcune di queste sostanze, come la saccarina, ci sono dubbi
di cancerogenità, ma è certa la nocività dell’aspartame nei
soggetti affetti da una sindrome ereditaria detta fenilchetonuria
(Pku), che non curata tempestivamente scatena gravi disturbi
mentali. Per questo, le etichette dovrebbero mettere in rilievo
la presenza di aspartame, ma su molte caramelle e bibite “light”
l’avvertenza è scritta negli stessi caratteri piccoli degli
altri ingredienti, e per giunta citata solo con il nome scientifico
(fenalanalina) e non con quello comunemente conosciuto (aspartame).
Altri
additivi
Antiossidanti:
ritardano l’irrancidimento dei grassi contenuti negli alimenti
e, in generale, impediscono l’alterazione dovuta all’azione
dell’ossigeno. Un esempio è l’imbrunimento della frutta o della
verdura dopo che vengono tagliate. Se in cucina si evita questo
effetto con limone, aceto o olio, a livello industriale l’uso
degli additivi antiossidanti è generalizzato.
Ci sono antiossidanti “naturali” come la vitamina E (tocoferoli)
e l’acido L-ascorbico (vitamina C di sintesi). L’antiossidante
più innocuo è proprio l’acido L-ascorbico. Il più diffuso è,
invece, l’anidride solforosa (codice E 220), additivo tossico,
che non deve superare il limite di 50 mg/kg come residuo dei
trattamenti sui vegetali.
Acidificanti: regolano il pH (che si legge pi-acca e
misura il grado di acidità di una sostanza) dell’alimento.
Il grado di acidità esercita un’azione determinante sullo sviluppo
dei microrganismi. Infatti, ogni specie di microbi si sviluppa
in modo ottimale a seconda del pH. Per esempio, il pH che i
batteri preferiscono è vicino a 7 (ambienti neutri), quello
delle muffe è invece superiore a 7 (ambienti basici), quello
dei lieviti è intorno a 4-4,5 (acidi).
I regolatori di acidità vengono utilizzati anche per modificare
la consistenza di certi alimenti, per esempio i dolci, ed esaltarne
il colore e l’aroma.
Addensanti: insieme a gelificanti e stabilizzanti, servono
a dare consistenza e stabilità all’alimento. Trattengono grandi
quantità di liquido e creano quindi una consistenza a metà fra
il liquido e il solido. Sono aggiunti a creme in scatola, budini,
maionese, gelati. La consistenza del gelato, per esempio, dipende
dalle dimensioni dei cristalli dei ghiacci contenuti: aggiungendo
agar-agar, gelatina o gomma di cellulosa, si rende stabile la
dimensione dei cristalli. Altri additivi servono a far sciogliere
il caffè in polvere senza che formi grumi.
Polifosfati: rientrano nella categoria degli stabilizzanti.
Sono usati nella produzione di formaggini e del prosciutto cotto.
Nei formaggini consentono di ottenere un prodotto omogeneo,
trattenendo l’acqua che altrimenti si separerebbe dagli ingredienti
solidi. Per questa stessa ragione gli alimenti pesano anche
di più.
Sono sconsigliati soprattutto nell’alimentazione dell’infanzia,
perché assunti in quantità eccessiva sottraggono calcio all’organismo.
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