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IL FILO BLU
Momenti di vita sull'alluvione del 1951
DISPERATI SUL CAMION ASSSEDIATO DALL'ACQUA
Dal "GAZZETTINO" 14 Novembre 1981
Dall'inviato.
ROVIGO - "II camion partì da Rovigo a mezzanotte. Era stato
requisito alla vetreria Baccaglini, sotto sera, quando le notizie
dai lontani argini del Po avevano annunziata una situazione
insostenibile".
Così, sul "Gazzettino" del 16 novembre 1951, s'inizia il racconto
di una tregedia: nei pressi di Frassinelle, nelle prime ore
e nell'alba di giovedì 15 novembre, decine di persone che si
trovavano su quel camion, annegarono nelle acque limacciose
e gelide della rotta. Quattro mesi dopo, il bilancio definitivo,
agghiacciante: 84 vittime. Quel camion diventò per tutti il
"camion della morte".
Nell'oratorio di San Lorenzo, alto sull'argine del vecchio Canalbianco,
sono ora tumulate le salme, tranne una, quella di Giacomo Conte,
un ex poliziotto, traslata al paese di origine, nell'Italia
centrale. A tre chilometri in linea d'aria, in via Garibaldi
tra Frassinelle Chiesa e Fiesso, un cippo al confine tra le
proprietà Palazzetto e Cuccagna, è un'altra testimonianza di
quella notte di morte. Il camion si fermò lì sulla strada melmosa
e ormai cancellata dall'acqua che cresceva, alta fino a bloccare
il circuito elettrico, nella nebbia fitta e impenetrabile. Era
diretto a Rovigo, dove gente disperata avrebbe trovato la salvezza.
Quanti erano su quel camion, un vecchio e ammaccato Spa? Quante
furono effettivamente le vittime, al di là dei bilanci ufficiali?
Quanti si salvarono?
Vittorio Padovan, impiegato alla Camera di commercio di Rovigo,
51 anni, è uno dei sopravvissuti, uno dei sei scampati "ufficiali".
Con Giorgio Bellini, 59 anni, geometra, di Rovigo, fra i pochissimi
ancora in vita, in grado di raccontare. Un racconto lucido,
preciso, quanto angosciato è, invece, quello di Bellini ("...
un incubo, un brutto sogno, acqua... freddo... nebbia e buio,
tanto buio ... ").
Racconta Vittorio Padovan: "Avevo ventun anni, ero ufficiale
di censimento per il comune di Rovigo. Da qualche giorno facevo
parte del comitato di emergenza costituito dalla Provincia.
Si lavorava in previsione di un cedimento degli argini, per
lo sfollamento delle zone più minacciate e per portare viveri
a chi intendeva restare... Migliaia di persone avevano già lasciato
le case, altrimenti chissà mai come sarebbe finita ... ".
Quella sera! Il 14 sera? "A mezzanotte ci trovammo davanti alla
sede dell'Eca, vicino a San Francesco. Ricordo l'ora perché
al Sociale era da poco terminata una commedia, Johnny Belinda.
Alcuni camion erano pronti per partire, si diceva che il Po
aveva rotto gli argini; bisognava portare viveri e riportare
indietro quanta più gente si sarebbe potuto. Un autocarro stava
per partire per Fiesso, era quello del comm. Attilio Baccaglini,
titolare di una vetreria. Gli era stato requisito per le operazioni
di soccorso. Con un paio di sacchi di viveri partimmo verso
Bosaro. Nebbia fitta.
In cabina, con Baccaglini, c'era Primo Tramarin, cuoco al collegio
Di Rorai: aveva la madre a Fiesso e s'era offerto per far da
guida, lui che conosceva la zona. Dietro, nel "cassone", Giacomo
Conte, usciere in Provincia, Ugo Bertin, Giorgio Bellini ed
io, seduti sul tavolato, spalle alla cabina, avvolti nei cappotti.
Viaggiammo per più di un'ora, con brevi soste. La strada era
difficile, disseminata di roba abbandonata; qualcuno la percorreva
in fretta, diretto non so dove. Ad un certo momento sentii che
era necessario tornare... Non si passava ... ".
Il motivo? "Ad un ponte, credo vicino a Roneala, una borgata
tra Fiesso e Pincara, l'acqua tracimava da un canale. Impossibile
proseguire... Vicino c'era una fattoria. Arrivò gente, volle
salire sul camion... C'era da litigare... Salirono in molti...
Ne arrivavano da ogni parte. Quanti, non lo so. Il camion era
stipato. Gente perfino sul tetto della cabina... lo ero sul
parafango sinistro... Sul cofano erano anche Bertin e Tramarin,
che indicava la strada nella caligine umida. Proseguimmo piano,
liberando la strada anche di un carro, forse messo a bella posta
per fermarci. Forse salirono altre persone... Non ricordo. Ricordo
invece l'acqua che dai fossati lambiva il ciglio della strada.
Poi ci fermammo ... ".
Perché? "Il camion era sprofondato nell'acqua che invadeva la
strada; il motore si era bloccato. Saranno state le tre di notte
... ".
E dopo? "Grida, paura, imprecazioni. Ma eravamo ancora tutti
all'asciutto, i fari del camion erano accesi, si sperava nei
soccorsi. Qualcuno pensò a dei falò con i vestiti; Tramarin
propose di scendere e - tutti tenendoci per mano - di far "catena"
fino ad una casa che non doveva essere lontana, ma nessuno volle
scendere dall'autocarro, anzi cominciarono a prendersela con
Tramarin, accusandolo di aver scelto una strada impercorribile".
"L'acqua continuava a salire, ma per tre ore non accadde niente...
Niente nel senso che nessuno morì... Poi, in un paio d'ore...
Era già l'alba. L'acqua era arrivata al piano del cassone, la
corrente trascinava di tutto: paglia, fascine, attrezzi agricoli,
travi, "casotti" per i maiali, pali, botti, mastelli... Il panico.
E l'acqua cresceva. Mi aggrappai al bagagliaio fissato sul tetto
della cabina, cercando di non vedere, soprattutto cercando di
non lasciarmi coinvolgere in azioni disperate".
Padovan prosegue: "Qualcuno che aveva cercato di salire più
in alto, sulle sponde del cassone, scivolò, cadde, sparì nell'acqua...
Fu la disperazione. Alcuni si tuffarono alla ricerca di qualcosa
che galleggiava in prossimità del camion... Tramarin accese
una sigaretta, me la, allungò dopo alcune boccate, tirò su il
bavero del cappotto e si buttò in acqua... Si suicidò, impazzito...
Bellinello (un cinquantenne di Fiesso, che fu tra i superstiti,
ndr) si calò in acqua gridando: "Aspettatemi. Vado a prendere
un paghaio". L'acqua cresceva sempre più, la gente veniva inghiottita
dalla corrente. Freddo, crampi, collassi... Impossibile descrivere.
Sul tettuccio della cabina, dove si poteva stare in sei o sette
volevano salire in trenta. Precipitavano... Affogavano. Ugo
Bertin afferrò una scala a pioli e si allontanò nuotando. Si
salvò... Anche Bellini si salvò; ho sentito che fu trovato aggrappato
a un pioppo. Io? Restai saldo al bagagliaio; Baccaglini a cavalcioni
di uno sportello. Verso le dieci ci trovammo in cinque-sei sul
tetto della cabina, con l'acqua ormai alla cintola. Decisi di
andare: sentivo che mi sarei salvato. Ci credevo. Scelsi un
fasceto di gambi di granoturco e mi ci aggrappai. Mi tenne a
galla! Un ragazzino dietro di me (Walter Bolognesi, dodicenne
di Fiesso, ndr), salì su una balla di paglia. Si è salvato anche
lui. Lo rividi più tardi, al piano più alto di un silos in una
fattoria vicino al Canalbianco. A portarmici fu un barcaiolo:
ero rimasto in acqua altre tre-quattro ore... Tre giorni dopo
seppi che si era salvato anche Baccaglini".
"Chissà... Se avessimo avuto più coraggio... Ma tutta quell'acqua,
quella nebbia, quel freddo, quella desolazione... Ne sono morti
tanti in quel camion, forse non tutti 84 erano con noi, forse
altri sono stati sorpresi dalla piena sulla strada, in qualche
casupola... Ma che differenza fa?".
(Luciano Ravagnani)
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