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EVOLUZIONE PALEOGEOGRAFICA
DELLA PIANURA
VENETA ATESINO-PADANA

Indice:

Introduzione

Caratteristiche paleogeografiche
Alta pianura veneto-atesina
Media pianura veneto-atesina
Bassa pianura veneta atesino-padana
Area deltizia padana

Distribuzione spazio-temporale degli antichi insediamenti umani in relazione alle strutture geomorfologiche

Bibliografia


Distribuzione spazio-temporale degli antichi insediamenti umani in relazione alle strutture geomorfologiche

A conclusione del presente studio sulla paleogeografia della pianura veneta meridionale esprimiamo alcune considerazioni inerenti la ricostruzione di un modello teorico di evoluzione paleoambientale basato, oltre che sui dati fisiografici, anche sul decisivo apporto di informazioni paletnologiche (26) e paleoclimatiche (27).
Il momento più antico finora individuabile nella formazione della piana atesino-padana risale all'ultima glaciazione, con apporti deposizionali in prevalenza dell'Adige e del Po. Ma mentre nel caso dei depositi atesini le morfologie fluvioglaciali sono ancora oggi visibili specie nell'alta e media pianura, per quanto riguarda quelle padane esse sono mascherate dalla successiva sovrapposizione di sedimenti olocenici.
I corsi fluvioglaciali atesini, così ben evidenti nella fascia di alta e media pianura (veronese, vicentina e padovana), presentano decorso più o meno accentuatamente NW-SE, dando luogo al disegno di un'ampia conoide formata da un insieme di bracci fluvioglaciali (ZAFFANELLA, 1979). Taluni corsi fluvioglaciali, come già visto, raggiungono la bassa pianura dove sono mascherati e sepolti da più tarde alluvioni oloceniche sia atesine che padane. Recenti datazioni assolute -ottenute col metodo del C14- effettuate sia nell'alta pianura veronese, a SE di Verona, che nella pianura vicentina a meridione del rilievo collinare berico, confermano che tali morfologie risalgono al glaciale würmiano (28), in diretta relazione alle varie fasi di espandimento e di ritiro della calotta glaciale alpina (stadi e interstadi würmiani). A tale proposito è da supporre che tali corsi fluvioglaciali veneto-atesini fossero alimentati non solo dal ghiacciaio atesino ma anche da quello attiguo ben più consistente occupante l'attuale bacino benacense (ghiacciaio gardesano) (TREVISAN- TONGIORGI, 1976, p.557). Nella conca gardesana è probabile confluisse una delle principali lingue glaciali alpine. Diversamente apparirebbe alquanto strano che il modesto fronte atesino di Rivoli Veronese (29) avesse potuto generare un così vasto e consistente ventaglio di corsi fluvioglaciali. La forza di incisione di tali corsi, riscontrabile in alcuni casi anche nelle morfologie della bassa pianura, testimonia che durante il würmiano, nei momenti di massima espansione delle fronti glaciali, tutta l'attuale pianura veneta atesino-padana in realtà rappresentava solo una fascia di alta pianura (30). Difatti la zona di media e bassa pianura durante i periodi di massima espansione glaciale si estendeva molto più a SE, nell'area attualmente ricoperta dall'alto e medio bacino del Mare Adriatico. Per cui le paleovalli individuate tramite rilievi batimetrici nei fondali dell'Adriatico (DE MARCHI, 1922) andrebbero correlate alle tracce dei corsi fluvioglaciali scendenti dall'arco alpino ed appenninico.
I dati archeologici disponibili nella piana veneta atesino-padana sono di scarso aiuto per l'epoca glaciale e tardiglaciale. Difatti sinora nessun sito archeologico ha fornito consistenti elementi della cultura materiale riferibile a popolazioni paleolitiche (31). Sporadiche tracce e deboli indizi di una presenza paleolitica sono ravvisabili in alcuni isolati manufatti silicei (32). Proprio sulla base della situazione paleogeografica würmiana e tardiglaciale proposta, è tuttavia verosimile che anche la pianura veneta atesino-padana fosse frequentata da gruppi nomadi o semisedentari di cacciatori e raccoglitori. Anche e soprattutto in relazione alle ottime possibilità che erano offerte dall'ambiente naturale rispetto a quelli della fascia prealpina ed alpina, parzialmente coperti dai ghiacciai (CASTIGLIONI, 1940). Lerecenti ricostruzioni paleobotaniche propongono per la piana veneta durante l'ultimo glaciale differenti tipi di ambienti caratterizzati da varie associazioni forestali: foreste di pini (Pinus sylvestris e Pinus mugo, Picea, Pinus cembra), aridi ambienti steppici, zone tipo tundra e ambienti acquitrinosi, paludosi e lacustri (PAGANELLI, 1984). Non dovevano mancare tuttavia località in cui favorevoli condizioni edafiche e di esposizione consentivano lo sviluppo di una flora meno artica con presenza di Faggio e di "Querceto-Carpineto igrofilo", magari sviluppatosi nei periodi di oscillazioni temperate (PAGANELLI, 1984, p. 77). Non si deve poi dimenticare che durante il tardiglaciale würmiano si verificarono periodiche pulsazioni temperate, tra gli apici glaciali di maggior freddo (BARTOLOMEI, 1984). Secondo taluni studiosi i periodi di Bolling e di Allerod, compresi tra i Dryas I, II e III, corrisponderebbero ad autentici periodi caldi (PANIZZA, 1985, fig. 2). Mentre la precedente oscillazione di Lascaux, instauratasi tra i 15.000 e i 14.000 anni a. C. al termine del Würm 3, sarebbe stata caratterizzata da condizioni miti (ibidem, c.s.). Alla fine del Pleistocene superiore (tardiglaciale würmiano) e cioè verso l'8.300 a.C., si compie il definitivo scioglimento degli inlandsis europei e pertanto anche della calotta glaciale alpina (33). Enormi masse fluviali scesero verso la pianura e la solcarono, approfondendo così le vallate fluvioglaciali atesine. Datazioni assolute con il C14 recentemente eseguite sulle Sponde ed all'interno di un paleoalveo fluvioglaciale atesino nella piana vicentina a meridione dei Colli Berici, confermano pienamente la cronologia di tali eventi fini glaciali o tardi glaciali (34). E' probabile inoltre che proprio a tale epoca tardiglaciale possa essere attribuita la formazione di quell'ampia vallata atesina, con terrazzamento ed incisione nei più antichi sedimenti fluvioglaciali würmiani, che a SE di Verona si allarga enormemente formando un ampio bacino di forma sub-rettangolare e che poi torna nuovamente a restringersi con gli orli dei terrazzi che convergono verso l'attuale corso dell'Adige tra Albaredo e Roverchiara (ZAFFANELLA, 1979; SORBINI et alii, 1984).
Agli inizi dell 'Olocene, oltre alla completa fusione dei ghiacciai alpini, assistiamo ad un mutamento delle condizioni climatiche che in seguito ad aumenti calorici non compensati da adeguati aumenti di umidità diventano temperato-aride e poi caldo-aride con sviluppo dapprima di foreste di Pino silvestre nel Preboreale e successivamente di Abete, Faggio e Carpino nel Boreale (PAGANELLI, 1984). Risale probabilmente a tali epoche un particolare e significativo fenomeno che, sulla scorta delle recenti indagini, pare interessare ampie zone per non dire tutta l'alta e media pianura veneto-atesina. Intendiamo riferirci alle coltri di loess , rinvenute in più località, che pare abbiano ricoperto ed in parte mascherato molte paleovalli fluvioglaciali atesine (35). Manto loessico che sappiamo depositarsi durante periodi climatici contrassegnati da un clima accentuatamente arido e ventoso, magari con una copertura vegetale formata da radi coltri erbacee tipiche delle odierne zone steppiche (36). Un siffatto clima pare abbia caratterizzato la pianura veneto-atesina durante il Preboreale.
Pure come per il Paleolitico anche per le popolazioni epipaleolitiche o mesolitiche troviamo finora scarse tracce nella pianura veneta (BROGLIO, 1984). Presenza mesolitica peraltro attestata nella vicina pianura mantovano-cremonese (37), così come ai margini della Laguna Veneta (38). Con l'Atlantico, periodo climatico contrassegnato da condizioni accentuatamente caldoumide (optimum termico olocenico), si assiste ad una rapida e massiccia formazione e sviluppo della foresta a caducifoglie con Roverella, Orniello e Carpino Nero, chiamata anche "Querceto termoxerofilo" (PAGANELLI, 1984). Contemporaneamente tali nuove e favorevoli condizioni climatiche, associate all'estensione forestale, danno origine sui sedimenti fluvioglaciali e loessici precedentemente deposti ad una pedogenesi che porterà alla formazione di paleosuoli arrossati (ZAFFANELLA, 1981; CREMASCHI, 1983). Con l'estensione dell'ambiente forestale compaiono anche le prime comunità neolitiche, caratterizzate peraltro sia da una cultura materiale che soprattutto da un'economia ancora francamente mesolitica (39). Compaiono tuttavia le prime forme ceramiche in stretta connessione con la pratica dell'agricoltura, dapprima sotto il marcato influsso della corrente culturale della Ceramica Impressa Adriatica e successivamente dando luogo alla originale Cultura di Fiorano (BAGOLINI, 1984). Insediamenti neolitici che nella piana veneto-atesina si collocano e sorgono sovente sull'orlo di terrazze o meglio sulle sponde degli antichi alvei fluvioglaciali atesini, quasi a far pensare ad una loro magari seppur ridotta attività anche nell'Olocene antico (40). In realtà proprio i dati strati grafici e le datazioni con il C14 indicano chiaramente che tali paleovalli atesine erano state oramai abbandonate dal principale flusso fluviale atesino. Pertanto tali stanziamenti preistorici possono essere giustificati tenendo conto che la paleovalle fluviale relitta, rimanendo area depressa, oltre che convogliare la locale rete idrica poteva accogliere bacini lacu-palustri, ideale habitat per molte specie animali. Altro fatto altrettanto rilevante è che tali stazioni neolitiche, essendo ubicate sugli orli delle terrazze paleofluviali (41), si trovano anche in posizione elevata e quasi sempre su substrati sabbiosi permeabili. Analoghe situazioni paleoambientali e paleoinsediative pare si ripetano anche durante le successive età del rame e del bronzo (BAGOLINI, 1984; FASANI, 1984). Anzi nell'età del bronzo si assiste ad un elevato apice di popolamento che non sarà più raggiunto né tantomeno superato in tutta la preistoria-protostoria veneta (FASANI, 1984; ZAFFANELLA, 1987 a). Così nella pianura non saranno popolati solo gli orli delle paleovalli fluviali atesine, ma anche l'interno delle medesime depressioni vallive, stando forse a testimoniare nell'età del rame e del bronzo fasi di marcata siccità (DE MARINIS, 1979; ZAFFANELLA, 1987 a) (42). Emblematiche al riguardo le modalità di popolamento durante l'età del bronzo nella media e bassa pianura veronese, intensamente indagata dagli studiosi (ASPES-FASANI, 1976; FASANI, 1984 e SALZANI, 1985).
Alla fine dell'età del bronzo ed agli inizi dell'età del ferro, abbandonate le precedenti sedi antropiche della recente età enea, si verifica una concentrazione insediativa, accompagnata da una probabile diminuzione umana, lungo precise direttive paleofluviali allora attive (ZAFFANELLA, 1979) (43).
Così i primi villaggi protourbani nascono lungo un corso fluviale dell'Adige e lungo un percorso del Po, entrambi oggi abbandonati ed individuabili come ampie e continue formazioni dossive (44). A settentrione troviamo il già ricordato paleoalveo atesino che si staccava dal corso odierno nei pressi di Bonavigo proseguendo con una serie di ampie anse verso oriente, mentre a meridione abbiamo il paleoalveo padano che prendeva origine dal corso attuale nei pressi di Castelmassa avanzando pure esso con ampie anse verso oriente. Sul percorso atesino intorno all'XI-X secolo a.C. (Bronzo finale) assistiamo al sorgere degli insediamenti della Sabbionara di Veronella, San Zeno di Montagnana e Canevedo d'Este. Ai lati della paleoasta fluviale padana ritroviamo i centri di Frattesina di Fratta Polesine e Villamarzana (ZERBINATI, 1982). Difficile è stabilire da quanto tempo tali paleoalvei fluviali fossero attivi. Per il paleoalveo atesino taluni elementi archeologici (45) parrebbero provare una sua attività per lo meno dalla media età del bronzo, ma forse ancor più antica. Comunque il fiorire di tali vasti centri oramai protourbani, con la presenza di qualificate produzioni artigianali (46), testimonia eloquentemente l'importanza assunta dalle vie fluviali fungenti da tramite tra le rotte adriatiche ad oriente ed i territori continentali padano-alpini verso settentrione ed occidente (47).
Non è un caso, quindi, che risalgano proprio a tali periodi le leggende di genti migranti dall'Oriente, legate ai miti del troiano Enea nel Lazio ed Antenore nel Veneto (BRACCESI, 1984). Senza entrare nel merito di più approfondite analisi storico-archeologiche, in questa sede è sufficiente sottolineare come queste due arterie fluviali si ripropongono quali fasce catalizzatrici del popolamento veneto anche nella successiva età del ferro (epoca paleoveneta) (ZAFFANELLA, 1979; ZERBINATI, 1982). Popolazioni dell'età del ferro che peraltro non disdegnano anche l'insediamento lungo corsi fluviali di minore importanza, quali ad esempio nella bassa pianura veronese i fiumi di risorgiva (Tione, Tartaro, Menago e Bussé) (SALZANI, 1976; RIZZETTO, 1976; SALZANI, 1984 e 1985). All'uopo estremamente significativa risulta la strategia di umanizzazione paleoveneta lungo il menzionato paleoalveo atesino transitante per Minerbe, Montagnana, Este e Monselice (ZAFFANELLA, 1979) (48). Al di là del grande centro di Este riscontriamo tutta una miriade di villaggi minori lungo le sue sponde. Simile tipo di popolamento paleoveneto si può osservare anche lungo il paleoalveo padano, ancora scarsamente esplorato, che vedeva prosperare verso l'Adriatico il centro di Adria (FOGOLARI-SCARFI', 1970; DE MIN, 1984). Più a monte lungo l'asta paleopadana ritroviamo il probabile sepolcreto di Gavello (49), l'insediamento protostorico di Fenil del Turco (50) e le tombe paleovenete di Borsea (51). Sotto il profilo climatico l'antica e media età del ferro (fine Subboreale e Subatlantico) si caratterizzano per un marcato raffreddamento (clima fresco-umido) (PAGANELLI, 1984; PANIZZA, 1985). Condizioni che certamente favoriscono l'insediamento lungo le elevate superfici dossive perifluviali, determinando al contempo condizioni di inabitabilità per vasti territori più depressi con formazioni di bacini lacu-palustri (52).
Va poi sottolineato come la peculiare configurazione geomorfologica della zona litoranea-deltizia padana avesse consentito e favorito il sorgere di consistenti centri commerciali, di cui i più rilevanti furono Spina lungo il ramo spinetico del Po (ALFIERI-ARIAS-HIRMER, 1958; UGGERI-UGGERI PATITUCCI, 1974) ed Adria lungo un altro ramo padano allora attivo ("ramo del Po di Adria") (VEGGIANI, 1972 e 1974). Situazione paleoidrografica del tutto peculiare, venutasi a creare presumibilmente già con l'età del bronzo, in cui parrebbe che verso il litorale adriatico rami padani andassero a confluire in quelli atesini (53) creando in tal modo un fitto intreccio di vie d'acqua, ideali arterie di comunicazione. In tale ottica appare piuttosto significativo il caso del ramo settentrionale del "Po di Adria" che staccatosi intorno a Rovigo si dirigeva ad ampie anse in direzione NE andando forse a confluire prima dello sbocco in Adriatico nel corso atesino passante in precedenza per Montagnana, Este e Monselice. Risulta pertanto plausibile che uno degli sbocchi in mare di questo paleoalveo certamente padano e forsanche atesino avvenisse nei pressi di Brondolo, tramite un tratto dell'attuale alveo del Brenta. E' tuttavia possibile che il ramo paleoatesino transitante per Montagnana, Este e Monselice avesse un proprio sbocco autonomo in Adriatico nella zona meridionale dell'odierna Laguna Veneta retrostante Chioggia. Mentre Brondolo costituiva l'antica foce del "ramo più settentrionale del Po". A testimonianza di questa antica situazione possiamo osservare l'evidentissimo accrescimento di cordoni dunari nella zona tra Corte Dolfina e S. Anna. Tale ventaglio dunare potrebbe pertanto rappresentare ciò che rimarrebbe dell'antica cuspide deltizia padana settentrionale. Sempre in epoca pre-protostorica un'altra chiara foce padana la scorgiamo più a meridione, sbocco in mare del braccio settentrionale del "ramo del Po di Adria", successiva alla sua biforcazione ad oriente di Adria. In questo caso è opinabile l'ipotesi di un' altra antica confluenza tra il suaccennato ramo padano ed un ramo atesino che avrebbe potuto scorrere laddove ancor oggi transita l'Adige. Antico corso atesino che essendo tutt'oggi attivo non potrebbe definirsi quale paleoalveo, intendendo con tale termine chiamarsi un alveo ormai abbandonato dal flusso fluviale.
Il ramo meridionale del "Po di Adria" cessa di essere individuabile al suo incrocio con l'attuale Po di Levante, per cui non possiamo stabilire con sicurezza quale fosse stata la sua antica foce nell'Adriatico. Le informazioni di carattere geomorfologico parrebbero sostenere sia un suo probabile decorso nel tracciato alveale dell'attuale Po di Levante, con possibile sbocco in mare nei pressi di Fenilòn, che un possibile utilizzo dell'attuale alveo del Po di Venezia con sbocco al mare a Taglio di Po. In entrambi i casi mancano le tracce fossili di ventagli deltizi, trovandoci di fronte a semplici foci ad estuario (54). Mentre abbiamo visto come il ramo fluviale padano settentrionale possedeva anticamente uno sbocco di tipo deltizio, con una pronunciata cuspide bialare. Risulta inoltre provato che nell'antichità pure il Po di Goro era attivo, dapprima in età pre-protostorica con una foce ad estuario ed in epoca romana e medievale con una foce di tipo deltizio con cuspide bialare (55). A dimostrazione dell'importanza che rivestiva tale foce padana in epoca protostorica abbiamo l'ubicazione dell'insediamento greco-etrusco di San Basilio (DE MIN, 1986).
Con l'epoca romana le condizioni climatiche mutano in senso caldo e secco (PANIZZA, 1985), facilitando pertanto le opere di bonifica agraria (56). E' probabile che tali nuove condizioni climatiche abbiano avuto anche conseguenze sulla consistenza del flusso fluviale. In tale periodo era certamente attivo nella pianura veronese-padovana, il ramo atesino passante per Minerbe, Montagnana, Este e Monselice. Tutta la documentazione archeologica di età romana così come gli elementi paleotopografici attestano l'importanza del corso d'acqua alpino per l'economia del territorio (57). Al momento attuale delle ricerche è possibile che in età romana esistesse già e fosse attivo anche un secondo ramo atesino scorrente ad un dipresso nell'attuale alveo dell'Adige a valle di Bonavigo, transitante per Legnago e Badia Polesine. Tuttavia la circostanza che tale alveo sia sicuramente attivo almeno fin dall'altomedioevo (58) ha reso questa fascia fluviale di difficile indagine paleoidrografica e paletnologica, essendo le antiche tracce idrografiche ed archeologiche sconvolte dalle recenti divagazioni, rotte, comunque ovunque coperte dalle recenti coltri alluvionali atesine. Piuttosto scarse in effetti le testimonianze archeologiche che potrebbero confortare l'ipotesi di un antico passaggio atesino nell'attuale alveo dell'Adige a valle di Bonavigo (ZERBINATI, 1982). Per quel che riguarda il Po durante l'epoca romana testimonianze archeostratigrafiche attestano che il cosiddetto "ramo del Po di Adria" già verso la fine dell'età del ferro cessò di essere attivo (ZERBINATI, 1982). Il suo alveo pensile abbandonato costituì invece durante la romanità un'ottima fascia di antropizzazione, proprio in virtù della sua elevatezza e del suo substrato sabbioso permeabile (PERETTO, 1986).
Risulta tuttavia probabile che durante la romanità nella piana veneta meridionale fosse attivo il paleoalveo padano transitante per Stienta, Fiesso Umbertiano, Capitello, Viezze, Polesella e poi verso oriente ricalcante l'alveo padano attuale fino a Serravalle dove proseguiva per l'attuale Po di Goro con foce ad estuario presso Case Rocchi di San Basilio (59). Lo sbocco in Adriatico per l'Adige era costituito dalla sua antica foce settentrionale presso l'attuale margine lagunare meridionale. Come in precedenza accennato se si considera l'attuale alveo atesino attivo anche in epoca romana avremmo avuto una seconda foce in località Cavanella d'Adige. Soluzione quest'ultima che appare tuttavia più remota in quanto -come già detto in precedenza-l'attuale alveo atesino tra Anguillara e Borgoforte utilizza, secandolo, un tratto del paleoalveo padano pensile noto come "ramo più settentrionale del Po". Se i due corsi d'acqua fossero stati contemporanei si sarebbe verificata una confluenza con mescolamento tra acque padane ed acque atesine che sarebbero fluite verso il mare tramite due distinti alvei rappresentati dal tratto terminale del "ramo più settentrionale del Po" e dall'ultimo tratto dell'attuale alveo dell'Adige. Ipotesi questa che tuttavia viene parzialmente smentita dalle indagini mineralogiche effettuate sui sedimenti sabbiosi raccolti sulla formazione dossiva paleofluviale del tratto terminale del "ramo più settentrionale del Po". Tali esami hanno appurato trattarsi prevalentemente di sabbie padane con modesta contaminazione di quelle atesine (CASTIGLIONI, 1977-78, pp.161-162). Tale dato pertanto permette di ipotizzare come forse verificata una confluenza atesino-padana ad Anguillara, anche se il paleoalveo padano e l'attuale ma certamente più antico alveo atesino dovettero scorrere in epoche diverse, più anticamente quello padano e più recentemente quello atesino. In via del tutto ipotetica, ammettendo tale confluenza atesino-padana meridionale, in età pre-protostorica si sarebbe potuto verificare una doppia confluenza atesino-padana tra i due paleoalvei atesini ed il "ramo più settentrionale del Po". Questioni paleoidrografiche ancora aperte e che solamente nuove e più approfondite indagini geomorfologiche e mineralogiche potranno definitivamente chiarire.
Infine con l'epoca tardo antica-altomedievale assistiamo ad un nuovo marcato e prolungato peggioramento delle condizioni climatiche (PANIZZA, 1985) che producono disastrosi effetti nella pianura veneta meridionale. Effetti che determinano anche decisive trasformazioni nel paesaggio, testimoniate pure dalle fonti storiche (60). Se a tale naturale situazione si assomma pure l'incuria della pubblica amministrazione romana e barbarica nel mantenimento di un'efficiente rete idrica, ne deriva che molti fiumi abbandonarono i loro antichi alvei ormai sopralluvionati in cerca di aree più depresse in cui scorrere. Ciò avvenne in seguito all'abbattersi su tutta la penisola italiana di prolungati periodi di piogge che determinarono serie di poderose rotte fluviali con inondazioni ed alluvionamenti di amplissimi territori. Su basi archeo-stratigrafiche sappiamo che le aree più elevate della piana veneta furono risparmiate da tali inondazioni (61), mentre nelle zone di bassa pianura (particolarmente lungo le aste fluviali e nelle depressioni) le correnti esondative ebbero modo di produrre i loro devastanti effetti coprendo e sigillando ovunque con più o meno potenti coltri alluvionali le antiche superfici con le loro rovine (62). Numerose, come già visto, le rotte che interessarono l' alveo atesino passante per Montagnana, Este e Monselice. A seguito di tali eventi alluvionali le aree più depresse della piana veneta meridionale rimasero a lungo coperte da specchi lacustri, che non più o saltuariamente alimentati da flussi fluviali, lentamente si restrinsero e si trasformarono in aree palustri (63). Situazione assai ben documentata nella bassa pianura veronese e padovana fino al tempo delle bonifiche venete (ZAFFANELLA c, in corso di stampa).
A tale epoca altomedievale va ascritto sia il totale abbandono (64) dell'alveo atesino passante per Montagnana, Este e Monselice che il definitivo attestarsi dell'Adige nel suo attuale alveo per Legnago e Badia Polesine. Per quel che concerne il Po, anch'esso ovviamente subì come l'Adige rilevanti trasformazioni di tracciato e potenti fenomeni alluvionali (VEGGIANI, 1972 e 1974). Essi tuttavia dovettero interessare maggiormente la pianura a meridione dell'attuale corso del Po (65), mentre gli antichi bracci veneto-meridionali erano ormai abbandonati. Risulta peraltro accertato che il tracciato padano romano da Stienta per Fiesso, Polesella, Crespino, Villanova, Ariano Polesine e Mesola, sia rimasto attivo anche durante l'altomedioevo fino quantomeno al XVI secolo. A testimonianza di tale situazione paleoidrografica abbiamo la formazione della cuspide deltizia bialare, sviluppatasi proprio tra l'epoca romana ed il XVI secolo d.C. a ridosso dell'attuale Po di Goro (alveo padano attivo fin dalla protostoria) tra San Basilio e Case dell'Abbate (66).
In conclusione possiamo affermare come l'evoluzione paleogeografica della pianura veneta meridionale tra l'ultima glaciazione ed il medioevo abbia seguìto strettamente e risentito della parallela evoluzione paleoclimatica. Nel settore paleoidrografico s'è già visto come la caratteristica degli alvei pleistocenici fosse il loro incassamento, mentre il carattere peculiare degli alvei olocenici sia stata la loro pensilità. Nella zona deltizia padana all'iniziale antica presenza di foci ad estuario seguì dopo la romanità la formazione di foci bialari.
Nel campo paletnologico e più latamente archeologico ad una finora scarsamente documentata frequentazione umana durante il Pleistocene superiore e l'Olocene antico, seguì una fioritura insediativa durante l'Atlantico e specie nel Subboreale e Subatlantico (culture neolitiche, eneolitiche, enee e dell'età del ferro). Con l'epoca romana assistiamo ad una intelligente strategia di colonizzazione agraria nella piana veneta meridionale, con prevalente formazione di medie e piccole proprietà (67). In età romana dobbiamo altresì ricordare come vaste aree fossero di pubblica proprietà, occupate per lo più da formazioni boschive-pascolive e/o da specchi lacustri (AA. VV., 1984; ZAFFANELLA a, in corso di stampa). Con l'epoca altomedievale, infine, assistiamo all'abbandono di vasti territori precedentemente bonificati e colonizzati, nonché alla concentrazione insediativa su località naturalmente elevate (alture, dossi, motte, etc.) (68).
Se questo tratteggiato per sommi capi dovette essere stato il modello di naturale evoluzione paleogeografica del territorio veneto meridionale, dobbiamo sottolineare come proprio l'artificiale arginatura dei fiumi, soprattutto dal medioevo ad oggi, impedendo nei momenti di piena lo spaglio dei sedimenti esondativi nelle campagne adiacenti l'asta fluviale, abbia provocato da un lato lo spropositato protendimento deltizio odierno e dall'altro esaltato la marcata subsidenza nei territori di bassa pianura. Appare pertanto evidente come l'innaturalità che caratterizza il corso degli odierni fiumi atesino-padani, realizzata con l'intento di preservare la bassa pianura dal pericolo delle alluvioni, determinerà in futuro un progressivo abbassamento del suolo padano. La mancata crescita sedimentaria atesino-padana, oltre che comportare pericoli di insterilimento dei suoli per esagerato sfruttamento agrario, potrebbe condurre nel futuro in caso di aumento del livello marino causato dallo scioglimento di parte dei ghiacci ad una ingressione delle acque marine nella bassa pianura padana (69) con sommersione di ampi territori e formazione di ambienti salmastri di tipo lagunare. Prospettiva che alla luce della attuale evoluzione paleoclimatica (effetto serra) non appare poi tanto remota.


Note:

26) Per quel che concerne la ricerca paletnologica in area veneta, risultano fondamentali i recenti contributi apparsi nell' opera Il Veneto nell' antichità preistoria e protostoriq edita dalla Banca Popolare di Verona nel 1984.

27) Nel settore paleoclimatico le ricerche, fondate soprattutto su dati paleobotanici e paleozoologici, nella piana veneta sono ancora agli inizi. Ricordiamo tuttavia alcuni recenti contributi del Bartolomei (BARTOLOMEI, 1984) e del Paganelli (PAGANELLI, 1984). Più latamente sull 'intero nord-Italia si consultino i recenti schemi cronologici proposti dal Panizza (P ANIZZA, 1985).

28) Nel caso della pianura a SE di Verona, datazioni di campioni di torba prelevata ad una certa profondità e relativa ai sedimenti dell'antica conoide atesina, hanno restituito età oscillanti tra 30.000:!: 2.500 B.P. e 25.000:!: 2.000 anni B.P. (pozzi di Avesa e San Felice) (SORBINI- MENEGHEL, 1984). Esse pertanto permettono di datare tale conoide al Wiirm recente, assieme alle cerchie più esterne degli anfiteatri morenici del Garda e di Rivoli Veronese cui tali alluvioni fluvio-glaciali si correlano.
Per quel che riguarda invece la bassa pianura vicentina, torbe rinvenute sopra sedimenti sabbio-ghiaiosi, relativi ad un ampio paleoalveo atesino hanno fornito date oscillanti tra 18.000:!: 1.000 anni B.P. e 12.550:t 100 anni B.P., indicando la massima attività fluviale precedente e parzialmente contemporanea all'ultimo pIeni glaciale wiirmiano e nel successivo tardiglaciale (ZAFFANELLA, 1987b).

29) Per la ricostruzione degli anfiteatri morenici atesino e gardesano, è ancora fondamentale lo studio del Venzo (VENZO, 1961), anche se attualmente si ritiene che la formazione della cerchia esterna più elevata risalga all'ultima glaciazione wiirmiana e non alla precedente rissiana (CREMASCHI, 1983; SORBINI-MENEGHEL, 1984).

30) Un' efficace e completa raffigurazione del bacino medio-alto adriatico durante i periodi glaciali di regressione marina ci viene offerta nella cartina elaborata da Bruno Castiglioni (CASTIGLIONI,1940).

31) Era difatti opinione prevalente tra gli studiosi che i resti dei villaggi paleolitici fossero andati sepolti sotto le alluvioni atesino-padane. In effetti, durante il paleolitico superiore, la pianura veneta era in fase di attiva formazione sedimentaria. Appare tuttavia alquanto improbabile che essa fosse disabitata, anche se gli antri dei vicini rilievi collinari lessinei, berici ed euganei, facilitavano l'insediamento (LEONARDI -BROGLIO, 1962; BROGLIO, 1984b).

32) Manufatti silicei rinvenuti soprattutto in zone di alta e media pianura che peraltro potrebbero essere stati quivi trasportati da genti neolitiche, assieme ad altro materiale siliceo, dalle officine estrattive lessinee ed euganee. In altre parole il fatto troverebbe logica spiegazione nell' ammettere che le popolazioni neolitiche -sicuramente attestate nella piana veneta -nei loro viaggi di approvvigionamento della materia silicea, presso antichi affioramenti selciferi collinari e montani, avrebbero colà recuperato anche manufatti già lavorati ben più antichi. Tale potrebbe pertanto essere il caso degli strumenti silicei musteriani rinvenuti sulla minuscola elevazione del monte Rosso presso Spessa di Cologna Veneta, alle pendici meridionali del rilievo co1linare berico (LEONARDI -BROGLIO, 1962, fig. 6). Sito ubicato nelle immediate vicinanze di uno stanziamento di epoca neolitica (ZAFFANELLA d, in corso di stampa). Altrettanto dicasi per altri manufatti silicei tipicamente musteriani rinvenuti sulle sponde sabbiose lungo la media valle dell' Alonte, nella bassa pianura vicentina (ibidem, c.s.).

33) E' parere pressochè unanime tra gli studiosi che il ritiro dei ghiacciai si sia realizzato nel tardi-glaciale. Ritiro delle fronti glaciali iniziato intorno al 14.000 a.C. ma pressochè concluso almeno nelle Alpi meridionali -con attestazione sulle odierne posizioni -tra 1'8.000 ei17 .000 a.C. e cioè oramai nelPreboreale (BARTOLOMEI, 1984; PAGANELLI, 1984).

34) All'indomani dello scioglimento dei ghiacciai alpini scemò, per non dire cessò totalmente, il flusso fluviale all'interno delle antiche valli che, rimanendo aree depresse, facilitavano la formazione di bacini lacu-palustri (ZAFFANELLA, 1987b). Datazioni radiometriche attribuiscono la formazione di tali torbiere nella bassa pianura vicentina ad un periodo compreso tra 18.000 e 12.550 anni B.P. (ibidem, c.s.).

35) Situazione questa riscontrata per la prima volta all'interno di una paleovalle fluvioglaciale atesina nella pianura a meridione dei Colli Berici, attualmente solcata dall' Alonte. Qui i fini sedimenti eolici coprono ed occultano lenti torbose e più inferiormente sedimenti ghiaioso -sabbiosi di un corso glaciale d'Adige (ZAFFANELLA, 1987b).

36) A proposito di loess , finora erano noti nella regione veneta modesti affioramenti nell'anfiteatro morenico gardesano ed in quello atesino di Rivoli Veronese, attribuiti un tempo dal Mancini al glaciale rissiano, agli inizi ed alla fine del Wiirm (MANCINI, 1960).

37) Sulla distribuzione dei siti mesolitici nella pianura cremonense-mantovana si veda: BIAGI, 1981.

38) Recenti indagini paletnologiche effettuate al margine della gronda lagunare veneta, particolarmente nella fascia centro-settentrionale, hanno portato all'individuazione di alcuni siti risalenti al mesolitico recente (castelnoviano ) (BROGLIO, 1984a), forse ubicati lungo antiche linee costiere.

39) La cosiddetta "rivoluzione neolitica" si realizzerà compiutamente nella pianura veneta solamente verso la metà del IV millennio a.C. (Neolitico medio), durante la Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata (BAGOLINI, 1984).

40) Emblematica all'uopo la posizione dell 'insediamento neolitico di Cà Bissara di Pojana Maggiore (Vicenza). L'abitato difatti si estende su di una terrazza poco lontana dalla paleovalle atesina pleistocenica, attualmente solcata dall' Alonte (ZAFFANELLA, 1987b).

41) Su similari posizioni sono peraltro ubicati numerosi insediamenti preistorici nella piana cremonese-mantovana (BIAGI, 1981).

42) Va ricordato che sotto il profilo paleoclimatico a seguito dell' Atlantico (5.500- 2.600 anni a. C.), peraltro attualmente suddiviso in Atlantico inferiore (clima mite umido) (5.500 -4.000 a. C.) e Atlantico superiore (clima caldo umido) (4.000 -2.600 a. C.) (pANIZZA, 1985), troviamo dapprima il Subboreale (2.600 -800 anni a. C.). Periodo caratterizzato secondo taluni studiosi da condizioni di clima fresco umido (PAGANELLI, 1984) e secondo altri studiosi da un clima mite secco (P ANIZZA, 1985). Esso giunge cronologicamente fino alle soglie del I millennio a. C., comprendendo le culture dell' età del rame e dell'età del bronzo. Al Subboreale segue il Subatlantico che vide l'instaurarsi dapprima di un raffreddamento con due fasi di avanzata glaciale tra 1'800 ed il 300 a. C., corrispondenti alle culture dell'età del ferro (epoca proto e paleoveneta) (pANIZZA, 1985, fig. 3). Successivamente, nel periodo compreso tra il 300 a. C. ed il 400 d. C., comprendente l'epoca romana, assistiamo ad un ritorno verso condizioni climatiche di caldo secco (BARTOLOMEI, 1984; P ANIZZA, 1985). Onde terminare la descrizione del Subatlantico, possiamo ricordare che dal 400 all'800 d. C. abbiamo un clima fresco umido con un periodo di avanzata glaciale (PANIZZA, 1985). E' tra l'altro questo il periodo di peggioramento climatico che ha determinato i cosiddetti "diluvi" ossia inondazioni, alluvionamenti e cambiamenti di tracciato di numerosi corsi fluviali nella regione veneta (DORIGO, 1983) .Essocorrisponde in parte alla tarda antichità e alla quasi totalità dell'altomedioevo. Tra 1'800 ed il 1150 d.C. avremo un breve periodo caldo subito seguito da un momento freddo (con avanzata delle fronti glaciali) tra il 1150 e il 1350 d.C.. Tra il 1350 ed il 1550 d.C. avremo un ritorno a condizioni climatiche generalmente più miti. Inde tra il 1550 ed il 1850 d.C. un ulteriore periodo freddo, detto anche "piccola era glaciale". Infine una nuova fase calda caratterizza il secolo tra il 1850 ed il 1950 d.C. (P ANIZZA, 1985, fig. 3).

43) La fine improvvisa della vita negli insediamenti della recente età del bronzo, verificatasi in pressochè tutti i siti di tale periodo, fu variamente interpretata dagli studiosi. Taluni indicarono la causa dell'abbandono dei villaggi enei in motivi etnologici (invasioni, ecc.) (DE MARINIS, 1975). Altri autori invece imputarono tale repentina fine ad un improvviso mutamento o meglio peggioramento delle condizioni ambientali, a sua volta provocato da un cambiamento climatico in senso oceanico (ASPES -FASANI' 1976). Per cui gli stanziamenti sorti all'interno di aree depresse (paleoalvei fluviali e/o bacini lacustri) vennero sommersi dalle acque (vedasi i siti entro le paleovalli atesine e nelle Valli Grandi Veronesi). Sull'argomento riteniamo che oltre ad un peggioramento climatico in senso oceanico siano accadute anche rilevanti modificazioni etniche eloquentemente testimoniate -oltre che nella diversa positura insediativa -anche e soprattutto nei manufatti della cultura materiale. E' pertanto assai probabile che le popolazioni enee siano venute a contatto, come parrebbero documentare alcune testimonianze storiche, con popolazioni provenienti da altre regioni (BRACCESI, 1984) secondo un processo di trasformazione culturale simile a quanto accaduto nei tempi precedenti.

44) Dobbiamo qui ricordare il vasto insediamento "protovillanoviano" di Frattesina di Fratta Polesine (BELLINTANI -PERETTO, 1968 e 1972; BIETTI SESllERI, 1975; DE MIN, 1984ae 1986b), sorto su di un antico dosso sulla sponda meridionale del paleoalveopadano, noto in letteratura come "ramo del Po di Adria" (VEGGIANI, 1972 e 1974).
Lungo l'asta atesina va ricordato anzitutto l'insediamento "protovillanoviano" della Sabbionaradi Veronella (erroneamente noto come Desmontà) (SALZANI! 1984b), sorto sopra una lingua sabbiosa elevata sull' orlo della vallata olocenica dell' Adige (ZAFFANELLA e, in corso di stampa). Poi non dobbiamo dimenticare l'enorme insediamento "protoveneto"
di San Zeno di Montagnana, ubicato sulla sponda settentrionale del paleoalveo atesino (GIOGA -ZAFFANELLA, 1978; ZAFFANELLA, 1979; DE MIN-BIETTI SESTIERI, 1979; DE MIN, 1984b). Altro consistente nucleo abitativo "protoveneto" sorgeva presso Borgo Canevedo di Este (BIANCHIN CITTON, 1984), sul luogo della biforcazione del paleoalveo atesino.

45) Si tratta di elementi desunti da osservazioni archeo-stratigrafiche compiute in siti preistorici ubicati e gravitanti lungo tale asta paleofluviale. Accenniamo per brevità solamente al sito risalente alla media e recente età del bronzo in corso di scavo in località Fontana di Megliadino San Fidenzio, in cui sono emersi i resti di un' arginatura perifluviale (com. perso dr. Claudio Balista).

46) Basti accennare alle note industrie dell' osso, del vetro, del bronzo e dell , ambra rinvenute a Frattesina di Fratta Polesine (BELLATO-BELLINTANI, 1975; BELLINTANI, 1973; BIETTI SESTIERI, 1973; NEGRONI CATACCHIO, 1972).

47) Ricordiamo come il centro di Frattesina fungesse da tramite commerciale per le rotte dell' ambra tra il continente europeo ed il mondo mediterraneo (NEGRONI CA T ACCHIO, 1972). Contatti greci testimoniati a Frattesina dal rinvenimento di ',lcuni frammenti di ceramica sub-micenea (Soprintendenza Archeologica del Veneto, materiale inedito).

48) Umanizzazione rappresentata dall'espandersi di una rete di magari talora modesti villaggi, posti nelle vicinanze dell'allora attiva arteria fluviale atesina, non molto lontani l'uno dall'altro. Collegati verso occidente al grande centro di Oppeano Veronese (SALZANI, 1976 e 1984 a) e ad oriente con Este (PROSDOCIMI, 1882; FOGOLARI, 1975; CHIECO BIANCHI, 1984). Notabile il fatto che al di fuori delle succitate difettive paleofluviali i restanti territori risultano abbandonati (ZAFFANELLA, 1979).

49) Gavello è nota nella letteratura paletnologica per il ritrovamento di manufatti bronzei funerari e di alcuni bronzetti (ZERBINATI, 1982, pp.l07-108).

50)Recentissime indagini paletnologiche hanno permesso di individuare un vasto stanziamento protostorico in località Fenil del Turco, ubicato poco ad oriente della biforcazione del paleoalveo padano (ricerche Gioga-Dainese/ anno 1984).
51) A Borsea, ancora agli inizi del XVIII secolo, si recuperarono numerosi oggetti funerari paleoveneti ed etruschi provenienti da un sepolcreto (ZERBINATI, 1982, p.116).

52) All'uopo appare assai significativa la pressoché totale assenza di testimonianze paleovenete nelle depressioni delle Valli Grandi Veronesi (SALZANI, 1976 e 1984a) e nelle attigue depressioni valli ve della Bassa Padovana (ZAFFANELLA, 1979).

53) Alla luce di tali considerazioni appare straordinariamente interessante il passo della Naturalis Historia di Plinio in cui il naturalista romano affermava:
"lnde ostia pIena Carbonaria, Fossiones ac Philistina, quod alii
Tartarum vocant, omnia ex Philistinae fossae abundatione nascentia, accedentibus Atesi ex Tridentinis Alpibus et Togisono ex Patavinorum agris. Pars eorum et proximum portum facit Brundulum, sicut
Aedronem Meduaci duo ac fossa Clodia. His se Padus miscet ac per haec effundit, plerisque, ut in Aegypto Nilus quod vocant Delta, triquetram figuram inter Alpes atque orafi maris facere proditus, stadiorum II
circuitu" (plinio, N.H., III, 121).
Ossia "Seguono le bocche, rimaste colme, di Carbonaria, Fossioni e Filistina, chiamata da altri TartaroIutte e tre queste bocche sono state originate dallo straripamento del canale Filistina a causa della confluenza del!' Adige, che scende dalle Alpi Tridentine, e del Togisono, proveniente dalle campagne di Padova. Una parte di questi fiumi forma anche il vicino porto di Brondolo, così come quello di Edrone è formato dai due bracci del Meduaco e dal canale Clodio.Con questi fiumi il Po si mescola ed insieme ad essi raggiunge lafoce; la maggior parte degli autori sostiene che esso forma, come il Nilo in Egitto, il cosiddetto delta, unafigura triangolare compresa tra le Alpi e la costa, il cui perimetro è di 2 .000 stadi" (trad. it. di AA.VV., 1982. Ed. Einaudi -Torino).
Appare evidente come il naturalista romano innanzi tutto descriva nitidamente una confluenza Filistina-Adige+ Togisono, che troverebbe piena conferma nelle informazioni geomorfologiche e paleoidrografiche. Altrettanto rilevante la notizia secondo cui "una parte di questi fiumi forma anche il vicino porto di Brondolo", dove andava a sfociare certamente il "ramo più settentrionale del Po" e forse anche il ramo paleoatesino settentrionale. Infine sottolineamo il passo secondo cui Plinio parla esplicitamente di un Po che si mescola ai fiumi scendenti dalla piana veneta (Adige e Togisono) ed assieme ad essi raggiunge la foce. Situazione che pare essere confermata dalle risultanze geomorfologiche. Dobbiamo infine ricordare come fu il geografo Giovan Battista Castiglioni -ancora nel 1977-78 -a sottolineare ed interpretare correttamente il succitato passo pliniano, proprio in seguito all'individuazione del "ramo più settentrionale del Po" (CASTIGLIONI, 1977-78, p.162).

54) Risulta in effetti piuttosto strano che nella medesima epoca pre-protostorica il ramo padano-atesino settentrionale avesse formato una cuspide bialare, mentre il ramo padano centrale dimostrava una foce ad estuario.

55) Per il momento non appaiono evidenti legami o dirette relazioni tra il tipo di foce fluviale (ad estuario, bialare, ecc.) e le variazioni climatiche, dipendendo invece il tipo di foce forse più da peculiari condizioni geomorfologiche locali, dall' azione delle correnti marine e dalla quantità dei sedimenti trasportati dai fiumi. Osservando la carta geomorfologica deltizia possiamo dedurre come il più grande protendimento deltizio padano si sia verificato proprio in epoca medievale e moderna, evidentemente in relazione all'aumento dei clasti trasportati dal Po direttamente in mare.

56) Per le condizioni fisiografiche dell' area deltizia in età romana si veda: CIABA ITI, 1966; BONDESAN, 1985; PEREITO, 1986. Sulla viabilità romana si consulti: BOSIO, 1970 e 1981; UGGERI, 1981.

57) Basti ricordare che una delle maggiori città romane della Venetia sorgeva lungo il suo corso: Ateste , l'odierna Este, capoluogo della colonia atestina (p1E1ROGRANDE, 1888; ZERBINATI,1982).

58) Fonti storiche attestano con certezza il passaggio dell' Adige per Badia Polesine verso la metà del X secolo d.C. (GLORIA, 1877, pp.66-67, n.44). Anzi specificano trattarsi di un "Adece maiore"e di un "Adece veglo",quest'ultimo forse identificabile nell 'antico
paleoalveo atesino al cui interno più tardi fu scavato l'Adigetto. Occorre qui sottolineare come l'Adigetto venne scavato all'interno di un più antico precedente paleoalveo pensile atesino che poi proseguiva verso oriente con una serie di ampie anse toccando gli attuali
centri di Lendinara, Villanova del Ghebbo, Costa di Rovigo, Roverdicré, andando infine a passare per il centro storico di Rovigo dove per un breve tratto riprendeva il più antico percorso paleopadano noto come "ramo più settentrionale del Po". Pare tuttavia che tale paleoalveo atesino pensile andasse a defluire in un'area depressa situata tra il suaccennato "ramo più settentrionale del Po" ed il "ramo del Po di Adria" a meridione. Difatti le tracce di tale percorso atesino paiono disperdersi in una serie di correnti fluviali nella depressione subito a meridione dello Scolo Tròn, dando così l'impressione di formare una serie di canali sommersi entro un bacino lacu-palustre. Dobbiamo ricordare che tali aree, bonificate e coltivate in epoca romana si trasformarono in bacini lacustri in età tardo antica-altomedievale, venendo definitivamente bonificate durante il dominio della Serenissima. Inoltre non possiamo scordare che il paleoalveo pensile atesino suddescritto a monte di Badia Polesine pare rappresentare nient'altro che la continuazione di un altro paleoalveo pensile sempre atesino solcante una parte della bassa pianura veronese-padovana a settentrione dell 'attuale corso dell' Adige e scorrente da Canove di Legnago per Terrazzo, Merlara e Castelbaldo. Informazioni di carattere archeo-stratigrafico autorizzano a ritenere quest'ultimo paleoalveo pensile atesino attivo fino ad epoca tardo antica-altomedievale. Questione non meno interessante è data dalla ripetuta identificazione nei documenti medievali dell' Adigetto col "Flumen Vedre"(GLORIA, 1877,p.66,n.44) o "Adeceveglo"(GLORIA, 1877,p.66,
n.44). Da tali documenti sembra che Badia Polesine sorgesse alla biforcazione dell' Adige in due rami, di cui uno -probabilmente il maggiore "Adece maiore" (GLORIA, 1877, p.66, n.44) -seguiva l'attuale alveo a valle di Badia, mentre quello minore chiamato tuttavia "Adece veglo" scorreva in direzione sud-est dando infine luogo ad un paleoalveo pensile. Proprio i termini di "Flumen Vedre" e "Adece veglo", riservati al tracciato paleoate
sino pensile entro cui attualmente scorre l'Adigetto, fanno pensare ad una maggiore antichità del paleoalveo pensile -entro cui scorre 1'Adigetto -rispetto all'attuale alveo dell' Adige.

59) Secondo il Veggiani, invece, la piana veneta meridionale non era solcata durante il I secolo d.C. da percorsi padani. Così il Po si dirigeva per Bondeno fino a Ferrara dove si divideva in due rami: quello settentrionale soprannominato OlaDa, mentre quello meridionale -detto Padoa -lambiva Spina e poi si divideva a sua volta in diversi bracci che sfociavano in mare (VEGGIANI, 1974, fig.2).

60) Su tale peggioramento climatico in epoca tardo antica-alto medievale, abbiamo la testimonianza scritta di numerosi autori antichi. I primi e più antichi eventi alluvionali tramandatici risalgono già al IV secolo dell' era volgare (MORI, 1937). Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo troviamo le testimonianze di due insigni scrittori ecclesiastici sui disastri prodotti dai fiumi (Ambrogio, De obitu Theodosii; Gregorio, Dialoghi). Tra il 579 ed il586 taluni autori sostengono si siano avute inondazioni tali da determinare il mutamento del corso dell' Adige (TOALDO, 1784).
Altrettanto se non maggiormente nota l'impressionante narrazione degli eventi dell'anno 589 fattaci da Paolo Diacono, secondo cui
"fuit aquae diluvium in finibus Veneciarum et Liguriae seu ceteris
regionibus Italiae, quale post Noe tempore creditur non fuisse. Factae
sunt lavinae possessionum seu villarum hominum pariter et animantium
magnus interitus. Destructa sunt intinera, dissipatae viae, tantum tuncque Atesis fluvius excrevit, ut circa basilicam beati Ze
nonis martyris ...usque ad superiores fenestras aqua pertingeret ...
Urbis quoque eiusdem Veronensis muri ex parte aliqua eadem sunt in
undatione subruti. Facta est autem haec inundatio sexto decimo kalendas Novembris" (paolo Diacono, Historia Langobardorum, 111,23-24). Secondo successive testimonianze storiche tali avverse condizioni climatiche si protrassero durante il VII, VIII e IX secolo dell'era volgare (DORIGO, 1983) .

61) Alludiamo all'alta pianura veronese e alla media pianura veronese-vicentina. Sulle vicende paleoidrografiche di quest'ultima piana si veda: ZAFFANELLA, 1987b.

62) Significativa la situazione recentemente accertata lungo la paleoasta atesina specie tra Montagnana ed Este dove le antiche emergenze antropiche dalla preistoria alI 'altomedioevo sono sigillate da più o meno spessi depositi esondativi atesini (ZAFFANELLA, 1979 e 1981; ZAFF ANELLA a, in corso di stampa). Esemplare al proposito il seppellimento esondativo subito dal sepolcreto alto-imperiale romano della gens Vassidiaalla Rosa di Montagnana
(ZAFFANELLA a, in corso di stampa).

63) Per la bassa pianura padovana dobbiamo menzionare la formazione degli antichi laghi di Piacenza, Spialfredo, Vighizzolo ed Anguillara (ZAFFANELLAc, in corso di stampa), non a caso ubicati nelle depressioni vallive comprese tra il paleoalveo atesino a settentrione (accompagnato dalla sua fascia perifluviale esondativa) e l'attuale alveo dell' Adige a meridione.

64) Testimonianze scritte risalenti alla fine dell' alto medioevo (X secolo d.C.) attestanocon certezza la presenza di insediamenti sopra l 'alveo relitto dell' Adige (GLORIA, 1877). Così ad esempio il "castrum" di Montagnana, più che castello nel senso stretto, v~ro e proprio
nucleo abitativo fortificato, appare testimoniato dalle fonti scritte a partire dal 906 d.C. (GLORIA, 1877, p.39, n.26).

65) Al proposito il Veggiani riteneva attivi in epoca romana (I secolo d.C.) il "ramo del Po di Olana" e quello del "Po di Spina", altrimenti noto come "Padoa" (VEGGIANI, 1974, fig.2).

66) Ipotesi peraltro già sostenuta anche dal Veggiani per l 'VIII secolo d.C., secondo cui il Po altomedievale poco a nord di Bondeno si suddivideva in due rami di cui uno sfociava in Adriatico con la "foce di Ariano", mentre il secondo lambivaPerrarae sfociava a mezza via tra Spina e Ravenna tramite la "foce di Primaro" (VEGGIANI, 1974, fig. 3).

67) Al proposito ricordiamo che ormai stanno emergendo le testimonianze topograficoarcheologiche della pratica centuriale in vaste aree atesino-padane (AA.VV., 1984; ZERBINA TI, 1982; PERETTO, 1986; ZAFF ANELLA, 1987b; ZAFF ANELLA a, in corso di stampa).

68) Esemplare la situazione riscontrata sui recenti dossi nati dalle esondazioni tardo antiche del corso montagnanese-estense dell' Adige nella bassa pianura padovana. Notabile il caso del villaggio scomparso di Altaura presso Casale di Scodosia (ZAFFANELLA, in questo volume).

69) Ingressione marina nella pianura padana che nel Pleistocene dovette più volte verificarsi in corrispondenza dei periodi interglaciali.

 

Documento tratto da "ATHESIA" Rivista del Centro Ricerche Ambientali Athesia.
Volume I anno 1987

 

 

 


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