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EVOLUZIONE PALEOGEOGRAFICA
DELLA PIANURA
VENETA ATESINO-PADANA
Indice:
Introduzione
Caratteristiche paleogeografiche
Alta pianura veneto-atesina
Media pianura veneto-atesina
Bassa pianura veneta atesino-padana
Area deltizia padana
Distribuzione spazio-temporale degli antichi insediamenti umani
in relazione alle strutture geomorfologiche
Bibliografia
Distribuzione spazio-temporale degli antichi
insediamenti umani in relazione alle strutture geomorfologiche
A conclusione del presente studio sulla paleogeografia
della pianura veneta meridionale esprimiamo alcune considerazioni
inerenti la ricostruzione di un modello teorico di evoluzione
paleoambientale basato, oltre che sui dati fisiografici, anche
sul decisivo apporto di informazioni paletnologiche (26) e paleoclimatiche
(27).
Il momento più antico finora individuabile nella formazione
della piana atesino-padana risale all'ultima glaciazione, con
apporti deposizionali in prevalenza dell'Adige e del Po. Ma
mentre nel caso dei depositi atesini le morfologie fluvioglaciali
sono ancora oggi visibili specie nell'alta e media pianura,
per quanto riguarda quelle padane esse sono mascherate dalla
successiva sovrapposizione di sedimenti olocenici.
I corsi fluvioglaciali atesini, così ben evidenti nella
fascia di alta e media pianura (veronese, vicentina e padovana),
presentano decorso più o meno accentuatamente NW-SE,
dando luogo al disegno di un'ampia conoide formata da un insieme
di bracci fluvioglaciali (ZAFFANELLA, 1979). Taluni corsi fluvioglaciali,
come già visto, raggiungono la bassa pianura dove sono
mascherati e sepolti da più tarde alluvioni oloceniche
sia atesine che padane. Recenti datazioni assolute -ottenute
col metodo del C14- effettuate sia nell'alta pianura veronese,
a SE di Verona, che nella pianura vicentina a meridione del
rilievo collinare berico, confermano che tali morfologie risalgono
al glaciale würmiano (28), in diretta relazione alle varie
fasi di espandimento e di ritiro della calotta glaciale alpina
(stadi e interstadi würmiani). A tale proposito è
da supporre che tali corsi fluvioglaciali veneto-atesini fossero
alimentati non solo dal ghiacciaio atesino ma anche da quello
attiguo ben più consistente occupante l'attuale bacino
benacense (ghiacciaio gardesano) (TREVISAN- TONGIORGI, 1976,
p.557). Nella conca gardesana è probabile confluisse
una delle principali lingue glaciali alpine. Diversamente apparirebbe
alquanto strano che il modesto fronte atesino di Rivoli Veronese
(29) avesse potuto generare un così vasto e consistente
ventaglio di corsi fluvioglaciali. La forza di incisione di
tali corsi, riscontrabile in alcuni casi anche nelle morfologie
della bassa pianura, testimonia che durante il würmiano,
nei momenti di massima espansione delle fronti glaciali, tutta
l'attuale pianura veneta atesino-padana in realtà rappresentava
solo una fascia di alta pianura (30). Difatti la zona di media
e bassa pianura durante i periodi di massima espansione glaciale
si estendeva molto più a SE, nell'area attualmente ricoperta
dall'alto e medio bacino del Mare Adriatico. Per cui le paleovalli
individuate tramite rilievi batimetrici nei fondali dell'Adriatico
(DE MARCHI, 1922) andrebbero correlate alle tracce dei corsi
fluvioglaciali scendenti dall'arco alpino ed appenninico.
I dati archeologici disponibili nella piana veneta atesino-padana
sono di scarso aiuto per l'epoca glaciale e tardiglaciale. Difatti
sinora nessun sito archeologico ha fornito consistenti elementi
della cultura materiale riferibile a popolazioni paleolitiche
(31). Sporadiche tracce e deboli indizi di una presenza paleolitica
sono ravvisabili in alcuni isolati manufatti silicei (32). Proprio
sulla base della situazione paleogeografica würmiana e
tardiglaciale proposta, è tuttavia verosimile che anche
la pianura veneta atesino-padana fosse frequentata da gruppi
nomadi o semisedentari di cacciatori e raccoglitori. Anche e
soprattutto in relazione alle ottime possibilità che
erano offerte dall'ambiente naturale rispetto a quelli della
fascia prealpina ed alpina, parzialmente coperti dai ghiacciai
(CASTIGLIONI, 1940). Lerecenti ricostruzioni paleobotaniche
propongono per la piana veneta durante l'ultimo glaciale differenti
tipi di ambienti caratterizzati da varie associazioni forestali:
foreste di pini (Pinus sylvestris e Pinus mugo, Picea, Pinus
cembra), aridi ambienti steppici, zone tipo tundra e ambienti
acquitrinosi, paludosi e lacustri (PAGANELLI, 1984). Non dovevano
mancare tuttavia località in cui favorevoli condizioni
edafiche e di esposizione consentivano lo sviluppo di una flora
meno artica con presenza di Faggio e di "Querceto-Carpineto
igrofilo", magari sviluppatosi nei periodi di oscillazioni
temperate (PAGANELLI, 1984, p. 77). Non si deve poi dimenticare
che durante il tardiglaciale würmiano si verificarono periodiche
pulsazioni temperate, tra gli apici glaciali di maggior freddo
(BARTOLOMEI, 1984). Secondo taluni studiosi i periodi di Bolling
e di Allerod, compresi tra i Dryas I, II e III, corrisponderebbero
ad autentici periodi caldi (PANIZZA, 1985, fig. 2). Mentre la
precedente oscillazione di Lascaux, instauratasi tra i 15.000
e i 14.000 anni a. C. al termine del Würm 3, sarebbe stata
caratterizzata da condizioni miti (ibidem, c.s.). Alla fine
del Pleistocene superiore (tardiglaciale würmiano) e cioè
verso l'8.300 a.C., si compie il definitivo scioglimento degli
inlandsis europei e pertanto anche della calotta glaciale alpina
(33). Enormi masse fluviali scesero verso la pianura e la solcarono,
approfondendo così le vallate fluvioglaciali atesine.
Datazioni assolute con il C14 recentemente eseguite sulle Sponde
ed all'interno di un paleoalveo fluvioglaciale atesino nella
piana vicentina a meridione dei Colli Berici, confermano pienamente
la cronologia di tali eventi fini glaciali o tardi glaciali
(34). E' probabile inoltre che proprio a tale epoca tardiglaciale
possa essere attribuita la formazione di quell'ampia vallata
atesina, con terrazzamento ed incisione nei più antichi
sedimenti fluvioglaciali würmiani, che a SE di Verona si
allarga enormemente formando un ampio bacino di forma sub-rettangolare
e che poi torna nuovamente a restringersi con gli orli dei terrazzi
che convergono verso l'attuale corso dell'Adige tra Albaredo
e Roverchiara (ZAFFANELLA, 1979; SORBINI et alii, 1984).
Agli inizi dell 'Olocene, oltre alla completa fusione dei ghiacciai
alpini, assistiamo ad un mutamento delle condizioni climatiche
che in seguito ad aumenti calorici non compensati da adeguati
aumenti di umidità diventano temperato-aride e poi caldo-aride
con sviluppo dapprima di foreste di Pino silvestre nel Preboreale
e successivamente di Abete, Faggio e Carpino nel Boreale (PAGANELLI,
1984). Risale probabilmente a tali epoche un particolare e significativo
fenomeno che, sulla scorta delle recenti indagini, pare interessare
ampie zone per non dire tutta l'alta e media pianura veneto-atesina.
Intendiamo riferirci alle coltri di loess , rinvenute in più
località, che pare abbiano ricoperto ed in parte mascherato
molte paleovalli fluvioglaciali atesine (35). Manto loessico
che sappiamo depositarsi durante periodi climatici contrassegnati
da un clima accentuatamente arido e ventoso, magari con una
copertura vegetale formata da radi coltri erbacee tipiche delle
odierne zone steppiche (36). Un siffatto clima pare abbia caratterizzato
la pianura veneto-atesina durante il Preboreale.
Pure come per il Paleolitico anche per le popolazioni epipaleolitiche
o mesolitiche troviamo finora scarse tracce nella pianura veneta
(BROGLIO, 1984). Presenza mesolitica peraltro attestata nella
vicina pianura mantovano-cremonese (37), così come ai
margini della Laguna Veneta (38). Con l'Atlantico, periodo climatico
contrassegnato da condizioni accentuatamente caldoumide (optimum
termico olocenico), si assiste ad una rapida e massiccia formazione
e sviluppo della foresta a caducifoglie con Roverella, Orniello
e Carpino Nero, chiamata anche "Querceto termoxerofilo"
(PAGANELLI, 1984). Contemporaneamente tali nuove e favorevoli
condizioni climatiche, associate all'estensione forestale, danno
origine sui sedimenti fluvioglaciali e loessici precedentemente
deposti ad una pedogenesi che porterà alla formazione
di paleosuoli arrossati (ZAFFANELLA, 1981; CREMASCHI, 1983).
Con l'estensione dell'ambiente forestale compaiono anche le
prime comunità neolitiche, caratterizzate peraltro sia
da una cultura materiale che soprattutto da un'economia ancora
francamente mesolitica (39). Compaiono tuttavia le prime forme
ceramiche in stretta connessione con la pratica dell'agricoltura,
dapprima sotto il marcato influsso della corrente culturale
della Ceramica Impressa Adriatica e successivamente dando luogo
alla originale Cultura di Fiorano (BAGOLINI, 1984). Insediamenti
neolitici che nella piana veneto-atesina si collocano e sorgono
sovente sull'orlo di terrazze o meglio sulle sponde degli antichi
alvei fluvioglaciali atesini, quasi a far pensare ad una loro
magari seppur ridotta attività anche nell'Olocene antico
(40). In realtà proprio i dati strati grafici e le datazioni
con il C14 indicano chiaramente che tali paleovalli atesine
erano state oramai abbandonate dal principale flusso fluviale
atesino. Pertanto tali stanziamenti preistorici possono essere
giustificati tenendo conto che la paleovalle fluviale relitta,
rimanendo area depressa, oltre che convogliare la locale rete
idrica poteva accogliere bacini lacu-palustri, ideale habitat
per molte specie animali. Altro fatto altrettanto rilevante
è che tali stazioni neolitiche, essendo ubicate sugli
orli delle terrazze paleofluviali (41), si trovano anche in
posizione elevata e quasi sempre su substrati sabbiosi permeabili.
Analoghe situazioni paleoambientali e paleoinsediative pare
si ripetano anche durante le successive età del rame
e del bronzo (BAGOLINI, 1984; FASANI, 1984). Anzi nell'età
del bronzo si assiste ad un elevato apice di popolamento che
non sarà più raggiunto né tantomeno superato
in tutta la preistoria-protostoria veneta (FASANI, 1984; ZAFFANELLA,
1987 a). Così nella pianura non saranno popolati solo
gli orli delle paleovalli fluviali atesine, ma anche l'interno
delle medesime depressioni vallive, stando forse a testimoniare
nell'età del rame e del bronzo fasi di marcata siccità
(DE MARINIS, 1979; ZAFFANELLA, 1987 a) (42). Emblematiche al
riguardo le modalità di popolamento durante l'età
del bronzo nella media e bassa pianura veronese, intensamente
indagata dagli studiosi (ASPES-FASANI, 1976; FASANI, 1984 e
SALZANI, 1985).
Alla fine dell'età del bronzo ed agli inizi dell'età
del ferro, abbandonate le precedenti sedi antropiche della recente
età enea, si verifica una concentrazione insediativa,
accompagnata da una probabile diminuzione umana, lungo precise
direttive paleofluviali allora attive (ZAFFANELLA, 1979) (43).
Così i primi villaggi protourbani nascono lungo un corso
fluviale dell'Adige e lungo un percorso del Po, entrambi oggi
abbandonati ed individuabili come ampie e continue formazioni
dossive (44). A settentrione troviamo il già ricordato
paleoalveo atesino che si staccava dal corso odierno nei pressi
di Bonavigo proseguendo con una serie di ampie anse verso oriente,
mentre a meridione abbiamo il paleoalveo padano che prendeva
origine dal corso attuale nei pressi di Castelmassa avanzando
pure esso con ampie anse verso oriente. Sul percorso atesino
intorno all'XI-X secolo a.C. (Bronzo finale) assistiamo al sorgere
degli insediamenti della Sabbionara di Veronella, San Zeno di
Montagnana e Canevedo d'Este. Ai lati della paleoasta fluviale
padana ritroviamo i centri di Frattesina di Fratta Polesine
e Villamarzana (ZERBINATI, 1982). Difficile è stabilire
da quanto tempo tali paleoalvei fluviali fossero attivi. Per
il paleoalveo atesino taluni elementi archeologici (45) parrebbero
provare una sua attività per lo meno dalla media età
del bronzo, ma forse ancor più antica. Comunque il fiorire
di tali vasti centri oramai protourbani, con la presenza di
qualificate produzioni artigianali (46), testimonia eloquentemente
l'importanza assunta dalle vie fluviali fungenti da tramite
tra le rotte adriatiche ad oriente ed i territori continentali
padano-alpini verso settentrione ed occidente (47).
Non è un caso, quindi, che risalgano proprio a tali periodi
le leggende di genti migranti dall'Oriente, legate ai miti del
troiano Enea nel Lazio ed Antenore nel Veneto (BRACCESI, 1984).
Senza entrare nel merito di più approfondite analisi
storico-archeologiche, in questa sede è sufficiente sottolineare
come queste due arterie fluviali si ripropongono quali fasce
catalizzatrici del popolamento veneto anche nella successiva
età del ferro (epoca paleoveneta) (ZAFFANELLA, 1979;
ZERBINATI, 1982). Popolazioni dell'età del ferro che
peraltro non disdegnano anche l'insediamento lungo corsi fluviali
di minore importanza, quali ad esempio nella bassa pianura veronese
i fiumi di risorgiva (Tione, Tartaro, Menago e Bussé)
(SALZANI, 1976; RIZZETTO, 1976; SALZANI, 1984 e 1985). All'uopo
estremamente significativa risulta la strategia di umanizzazione
paleoveneta lungo il menzionato paleoalveo atesino transitante
per Minerbe, Montagnana, Este e Monselice (ZAFFANELLA, 1979)
(48). Al di là del grande centro di Este riscontriamo
tutta una miriade di villaggi minori lungo le sue sponde. Simile
tipo di popolamento paleoveneto si può osservare anche
lungo il paleoalveo padano, ancora scarsamente esplorato, che
vedeva prosperare verso l'Adriatico il centro di Adria (FOGOLARI-SCARFI',
1970; DE MIN, 1984). Più a monte lungo l'asta paleopadana
ritroviamo il probabile sepolcreto di Gavello (49), l'insediamento
protostorico di Fenil del Turco (50) e le tombe paleovenete
di Borsea (51). Sotto il profilo climatico l'antica e media
età del ferro (fine Subboreale e Subatlantico) si caratterizzano
per un marcato raffreddamento (clima fresco-umido) (PAGANELLI,
1984; PANIZZA, 1985). Condizioni che certamente favoriscono
l'insediamento lungo le elevate superfici dossive perifluviali,
determinando al contempo condizioni di inabitabilità
per vasti territori più depressi con formazioni di bacini
lacu-palustri (52).
Va poi sottolineato come la peculiare configurazione geomorfologica
della zona litoranea-deltizia padana avesse consentito e favorito
il sorgere di consistenti centri commerciali, di cui i più
rilevanti furono Spina lungo il ramo spinetico del Po (ALFIERI-ARIAS-HIRMER,
1958; UGGERI-UGGERI PATITUCCI, 1974) ed Adria lungo un altro
ramo padano allora attivo ("ramo del Po di Adria")
(VEGGIANI, 1972 e 1974). Situazione paleoidrografica del tutto
peculiare, venutasi a creare presumibilmente già con
l'età del bronzo, in cui parrebbe che verso il litorale
adriatico rami padani andassero a confluire in quelli atesini
(53) creando in tal modo un fitto intreccio di vie d'acqua,
ideali arterie di comunicazione. In tale ottica appare piuttosto
significativo il caso del ramo settentrionale del "Po di
Adria" che staccatosi intorno a Rovigo si dirigeva ad ampie
anse in direzione NE andando forse a confluire prima dello sbocco
in Adriatico nel corso atesino passante in precedenza per Montagnana,
Este e Monselice. Risulta pertanto plausibile che uno degli
sbocchi in mare di questo paleoalveo certamente padano e forsanche
atesino avvenisse nei pressi di Brondolo, tramite un tratto
dell'attuale alveo del Brenta. E' tuttavia possibile che il
ramo paleoatesino transitante per Montagnana, Este e Monselice
avesse un proprio sbocco autonomo in Adriatico nella zona meridionale
dell'odierna Laguna Veneta retrostante Chioggia. Mentre Brondolo
costituiva l'antica foce del "ramo più settentrionale
del Po". A testimonianza di questa antica situazione possiamo
osservare l'evidentissimo accrescimento di cordoni dunari nella
zona tra Corte Dolfina e S. Anna. Tale ventaglio dunare potrebbe
pertanto rappresentare ciò che rimarrebbe dell'antica
cuspide deltizia padana settentrionale. Sempre in epoca pre-protostorica
un'altra chiara foce padana la scorgiamo più a meridione,
sbocco in mare del braccio settentrionale del "ramo del
Po di Adria", successiva alla sua biforcazione ad oriente
di Adria. In questo caso è opinabile l'ipotesi di un'
altra antica confluenza tra il suaccennato ramo padano ed un
ramo atesino che avrebbe potuto scorrere laddove ancor oggi
transita l'Adige. Antico corso atesino che essendo tutt'oggi
attivo non potrebbe definirsi quale paleoalveo, intendendo con
tale termine chiamarsi un alveo ormai abbandonato dal flusso
fluviale.
Il ramo meridionale del "Po di Adria" cessa di essere
individuabile al suo incrocio con l'attuale Po di Levante, per
cui non possiamo stabilire con sicurezza quale fosse stata la
sua antica foce nell'Adriatico. Le informazioni di carattere
geomorfologico parrebbero sostenere sia un suo probabile decorso
nel tracciato alveale dell'attuale Po di Levante, con possibile
sbocco in mare nei pressi di Fenilòn, che un possibile
utilizzo dell'attuale alveo del Po di Venezia con sbocco al
mare a Taglio di Po. In entrambi i casi mancano le tracce fossili
di ventagli deltizi, trovandoci di fronte a semplici foci ad
estuario (54). Mentre abbiamo visto come il ramo fluviale padano
settentrionale possedeva anticamente uno sbocco di tipo deltizio,
con una pronunciata cuspide bialare. Risulta inoltre provato
che nell'antichità pure il Po di Goro era attivo, dapprima
in età pre-protostorica con una foce ad estuario ed in
epoca romana e medievale con una foce di tipo deltizio con cuspide
bialare (55). A dimostrazione dell'importanza che rivestiva
tale foce padana in epoca protostorica abbiamo l'ubicazione
dell'insediamento greco-etrusco di San Basilio (DE MIN, 1986).
Con l'epoca romana le condizioni climatiche mutano in senso
caldo e secco (PANIZZA, 1985), facilitando pertanto le opere
di bonifica agraria (56). E' probabile che tali nuove condizioni
climatiche abbiano avuto anche conseguenze sulla consistenza
del flusso fluviale. In tale periodo era certamente attivo nella
pianura veronese-padovana, il ramo atesino passante per Minerbe,
Montagnana, Este e Monselice. Tutta la documentazione archeologica
di età romana così come gli elementi paleotopografici
attestano l'importanza del corso d'acqua alpino per l'economia
del territorio (57). Al momento attuale delle ricerche è
possibile che in età romana esistesse già e fosse
attivo anche un secondo ramo atesino scorrente ad un dipresso
nell'attuale alveo dell'Adige a valle di Bonavigo, transitante
per Legnago e Badia Polesine. Tuttavia la circostanza che tale
alveo sia sicuramente attivo almeno fin dall'altomedioevo (58)
ha reso questa fascia fluviale di difficile indagine paleoidrografica
e paletnologica, essendo le antiche tracce idrografiche ed archeologiche
sconvolte dalle recenti divagazioni, rotte, comunque ovunque
coperte dalle recenti coltri alluvionali atesine. Piuttosto
scarse in effetti le testimonianze archeologiche che potrebbero
confortare l'ipotesi di un antico passaggio atesino nell'attuale
alveo dell'Adige a valle di Bonavigo (ZERBINATI, 1982). Per
quel che riguarda il Po durante l'epoca romana testimonianze
archeostratigrafiche attestano che il cosiddetto "ramo
del Po di Adria" già verso la fine dell'età
del ferro cessò di essere attivo (ZERBINATI, 1982). Il
suo alveo pensile abbandonato costituì invece durante
la romanità un'ottima fascia di antropizzazione, proprio
in virtù della sua elevatezza e del suo substrato sabbioso
permeabile (PERETTO, 1986).
Risulta tuttavia probabile che durante la romanità nella
piana veneta meridionale fosse attivo il paleoalveo padano transitante
per Stienta, Fiesso Umbertiano, Capitello, Viezze, Polesella
e poi verso oriente ricalcante l'alveo padano attuale fino a
Serravalle dove proseguiva per l'attuale Po di Goro con foce
ad estuario presso Case Rocchi di San Basilio (59). Lo sbocco
in Adriatico per l'Adige era costituito dalla sua antica foce
settentrionale presso l'attuale margine lagunare meridionale.
Come in precedenza accennato se si considera l'attuale alveo
atesino attivo anche in epoca romana avremmo avuto una seconda
foce in località Cavanella d'Adige. Soluzione quest'ultima
che appare tuttavia più remota in quanto -come già
detto in precedenza-l'attuale alveo atesino tra Anguillara e
Borgoforte utilizza, secandolo, un tratto del paleoalveo padano
pensile noto come "ramo più settentrionale del Po".
Se i due corsi d'acqua fossero stati contemporanei si sarebbe
verificata una confluenza con mescolamento tra acque padane
ed acque atesine che sarebbero fluite verso il mare tramite
due distinti alvei rappresentati dal tratto terminale del "ramo
più settentrionale del Po" e dall'ultimo tratto
dell'attuale alveo dell'Adige. Ipotesi questa che tuttavia viene
parzialmente smentita dalle indagini mineralogiche effettuate
sui sedimenti sabbiosi raccolti sulla formazione dossiva paleofluviale
del tratto terminale del "ramo più settentrionale
del Po". Tali esami hanno appurato trattarsi prevalentemente
di sabbie padane con modesta contaminazione di quelle atesine
(CASTIGLIONI, 1977-78, pp.161-162). Tale dato pertanto permette
di ipotizzare come forse verificata una confluenza atesino-padana
ad Anguillara, anche se il paleoalveo padano e l'attuale ma
certamente più antico alveo atesino dovettero scorrere
in epoche diverse, più anticamente quello padano e più
recentemente quello atesino. In via del tutto ipotetica, ammettendo
tale confluenza atesino-padana meridionale, in età pre-protostorica
si sarebbe potuto verificare una doppia confluenza atesino-padana
tra i due paleoalvei atesini ed il "ramo più settentrionale
del Po". Questioni paleoidrografiche ancora aperte e che
solamente nuove e più approfondite indagini geomorfologiche
e mineralogiche potranno definitivamente chiarire.
Infine con l'epoca tardo antica-altomedievale assistiamo ad
un nuovo marcato e prolungato peggioramento delle condizioni
climatiche (PANIZZA, 1985) che producono disastrosi effetti
nella pianura veneta meridionale. Effetti che determinano anche
decisive trasformazioni nel paesaggio, testimoniate pure dalle
fonti storiche (60). Se a tale naturale situazione si assomma
pure l'incuria della pubblica amministrazione romana e barbarica
nel mantenimento di un'efficiente rete idrica, ne deriva che
molti fiumi abbandonarono i loro antichi alvei ormai sopralluvionati
in cerca di aree più depresse in cui scorrere. Ciò
avvenne in seguito all'abbattersi su tutta la penisola italiana
di prolungati periodi di piogge che determinarono serie di poderose
rotte fluviali con inondazioni ed alluvionamenti di amplissimi
territori. Su basi archeo-stratigrafiche sappiamo che le aree
più elevate della piana veneta furono risparmiate da
tali inondazioni (61), mentre nelle zone di bassa pianura (particolarmente
lungo le aste fluviali e nelle depressioni) le correnti esondative
ebbero modo di produrre i loro devastanti effetti coprendo e
sigillando ovunque con più o meno potenti coltri alluvionali
le antiche superfici con le loro rovine (62). Numerose, come
già visto, le rotte che interessarono l' alveo atesino
passante per Montagnana, Este e Monselice. A seguito di tali
eventi alluvionali le aree più depresse della piana veneta
meridionale rimasero a lungo coperte da specchi lacustri, che
non più o saltuariamente alimentati da flussi fluviali,
lentamente si restrinsero e si trasformarono in aree palustri
(63). Situazione assai ben documentata nella bassa pianura veronese
e padovana fino al tempo delle bonifiche venete (ZAFFANELLA
c, in corso di stampa).
A tale epoca altomedievale va ascritto sia il totale abbandono
(64) dell'alveo atesino passante per Montagnana, Este e Monselice
che il definitivo attestarsi dell'Adige nel suo attuale alveo
per Legnago e Badia Polesine. Per quel che concerne il Po, anch'esso
ovviamente subì come l'Adige rilevanti trasformazioni
di tracciato e potenti fenomeni alluvionali (VEGGIANI, 1972
e 1974). Essi tuttavia dovettero interessare maggiormente la
pianura a meridione dell'attuale corso del Po (65), mentre gli
antichi bracci veneto-meridionali erano ormai abbandonati. Risulta
peraltro accertato che il tracciato padano romano da Stienta
per Fiesso, Polesella, Crespino, Villanova, Ariano Polesine
e Mesola, sia rimasto attivo anche durante l'altomedioevo fino
quantomeno al XVI secolo. A testimonianza di tale situazione
paleoidrografica abbiamo la formazione della cuspide deltizia
bialare, sviluppatasi proprio tra l'epoca romana ed il XVI secolo
d.C. a ridosso dell'attuale Po di Goro (alveo padano attivo
fin dalla protostoria) tra San Basilio e Case dell'Abbate (66).
In conclusione possiamo affermare come l'evoluzione paleogeografica
della pianura veneta meridionale tra l'ultima glaciazione ed
il medioevo abbia seguìto strettamente e risentito della
parallela evoluzione paleoclimatica. Nel settore paleoidrografico
s'è già visto come la caratteristica degli alvei
pleistocenici fosse il loro incassamento, mentre il carattere
peculiare degli alvei olocenici sia stata la loro pensilità.
Nella zona deltizia padana all'iniziale antica presenza di foci
ad estuario seguì dopo la romanità la formazione
di foci bialari.
Nel campo paletnologico e più latamente archeologico
ad una finora scarsamente documentata frequentazione umana durante
il Pleistocene superiore e l'Olocene antico, seguì una
fioritura insediativa durante l'Atlantico e specie nel Subboreale
e Subatlantico (culture neolitiche, eneolitiche, enee e dell'età
del ferro). Con l'epoca romana assistiamo ad una intelligente
strategia di colonizzazione agraria nella piana veneta meridionale,
con prevalente formazione di medie e piccole proprietà
(67). In età romana dobbiamo altresì ricordare
come vaste aree fossero di pubblica proprietà, occupate
per lo più da formazioni boschive-pascolive e/o da specchi
lacustri (AA. VV., 1984; ZAFFANELLA a, in corso di stampa).
Con l'epoca altomedievale, infine, assistiamo all'abbandono
di vasti territori precedentemente bonificati e colonizzati,
nonché alla concentrazione insediativa su località
naturalmente elevate (alture, dossi, motte, etc.) (68).
Se questo tratteggiato per sommi capi dovette essere stato il
modello di naturale evoluzione paleogeografica del territorio
veneto meridionale, dobbiamo sottolineare come proprio l'artificiale
arginatura dei fiumi, soprattutto dal medioevo ad oggi, impedendo
nei momenti di piena lo spaglio dei sedimenti esondativi nelle
campagne adiacenti l'asta fluviale, abbia provocato da un lato
lo spropositato protendimento deltizio odierno e dall'altro
esaltato la marcata subsidenza nei territori di bassa pianura.
Appare pertanto evidente come l'innaturalità che caratterizza
il corso degli odierni fiumi atesino-padani, realizzata con
l'intento di preservare la bassa pianura dal pericolo delle
alluvioni, determinerà in futuro un progressivo abbassamento
del suolo padano. La mancata crescita sedimentaria atesino-padana,
oltre che comportare pericoli di insterilimento dei suoli per
esagerato sfruttamento agrario, potrebbe condurre nel futuro
in caso di aumento del livello marino causato dallo scioglimento
di parte dei ghiacci ad una ingressione delle acque marine nella
bassa pianura padana (69) con sommersione di ampi territori
e formazione di ambienti salmastri di tipo lagunare. Prospettiva
che alla luce della attuale evoluzione paleoclimatica (effetto
serra) non appare poi tanto remota.
Note:
26) Per quel che concerne la ricerca
paletnologica in area veneta, risultano fondamentali i recenti
contributi apparsi nell' opera Il Veneto nell' antichità
preistoria e protostoriq edita dalla Banca Popolare di Verona
nel 1984.
27) Nel settore paleoclimatico le ricerche, fondate
soprattutto su dati paleobotanici e paleozoologici, nella piana
veneta sono ancora agli inizi. Ricordiamo tuttavia alcuni recenti
contributi del Bartolomei (BARTOLOMEI, 1984) e del Paganelli
(PAGANELLI, 1984). Più latamente sull 'intero nord-Italia
si consultino i recenti schemi cronologici proposti dal Panizza
(P ANIZZA, 1985).
28) Nel caso della pianura a SE di Verona, datazioni
di campioni di torba prelevata ad una certa profondità
e relativa ai sedimenti dell'antica conoide atesina, hanno restituito
età oscillanti tra 30.000:!: 2.500 B.P. e 25.000:!: 2.000
anni B.P. (pozzi di Avesa e San Felice) (SORBINI- MENEGHEL,
1984). Esse pertanto permettono di datare tale conoide al Wiirm
recente, assieme alle cerchie più esterne degli anfiteatri
morenici del Garda e di Rivoli Veronese cui tali alluvioni fluvio-glaciali
si correlano.
Per quel che riguarda invece la bassa pianura vicentina, torbe
rinvenute sopra sedimenti sabbio-ghiaiosi, relativi ad un ampio
paleoalveo atesino hanno fornito date oscillanti tra 18.000:!:
1.000 anni B.P. e 12.550:t 100 anni B.P., indicando la massima
attività fluviale precedente e parzialmente contemporanea
all'ultimo pIeni glaciale wiirmiano e nel successivo tardiglaciale
(ZAFFANELLA, 1987b).
29) Per la ricostruzione degli anfiteatri morenici
atesino e gardesano, è ancora fondamentale lo studio
del Venzo (VENZO, 1961), anche se attualmente si ritiene che
la formazione della cerchia esterna più elevata risalga
all'ultima glaciazione wiirmiana e non alla precedente rissiana
(CREMASCHI, 1983; SORBINI-MENEGHEL, 1984).
30) Un' efficace e completa raffigurazione del bacino
medio-alto adriatico durante i periodi glaciali di regressione
marina ci viene offerta nella cartina elaborata da Bruno Castiglioni
(CASTIGLIONI,1940).
31) Era difatti opinione prevalente tra gli studiosi
che i resti dei villaggi paleolitici fossero andati sepolti
sotto le alluvioni atesino-padane. In effetti, durante il paleolitico
superiore, la pianura veneta era in fase di attiva formazione
sedimentaria. Appare tuttavia alquanto improbabile che essa
fosse disabitata, anche se gli antri dei vicini rilievi collinari
lessinei, berici ed euganei, facilitavano l'insediamento (LEONARDI
-BROGLIO, 1962; BROGLIO, 1984b).
32) Manufatti silicei rinvenuti soprattutto in zone
di alta e media pianura che peraltro potrebbero essere stati
quivi trasportati da genti neolitiche, assieme ad altro materiale
siliceo, dalle officine estrattive lessinee ed euganee. In altre
parole il fatto troverebbe logica spiegazione nell' ammettere
che le popolazioni neolitiche -sicuramente attestate nella piana
veneta -nei loro viaggi di approvvigionamento della materia
silicea, presso antichi affioramenti selciferi collinari e montani,
avrebbero colà recuperato anche manufatti già
lavorati ben più antichi. Tale potrebbe pertanto essere
il caso degli strumenti silicei musteriani rinvenuti sulla minuscola
elevazione del monte Rosso presso Spessa di Cologna Veneta,
alle pendici meridionali del rilievo co1linare berico (LEONARDI
-BROGLIO, 1962, fig. 6). Sito ubicato nelle immediate vicinanze
di uno stanziamento di epoca neolitica (ZAFFANELLA d, in corso
di stampa). Altrettanto dicasi per altri manufatti silicei tipicamente
musteriani rinvenuti sulle sponde sabbiose lungo la media valle
dell' Alonte, nella bassa pianura vicentina (ibidem, c.s.).
33) E' parere pressochè unanime tra gli studiosi
che il ritiro dei ghiacciai si sia realizzato nel tardi-glaciale.
Ritiro delle fronti glaciali iniziato intorno al 14.000 a.C.
ma pressochè concluso almeno nelle Alpi meridionali -con
attestazione sulle odierne posizioni -tra 1'8.000 ei17 .000
a.C. e cioè oramai nelPreboreale (BARTOLOMEI, 1984; PAGANELLI,
1984).
34) All'indomani dello scioglimento dei ghiacciai
alpini scemò, per non dire cessò totalmente, il
flusso fluviale all'interno delle antiche valli che, rimanendo
aree depresse, facilitavano la formazione di bacini lacu-palustri
(ZAFFANELLA, 1987b). Datazioni radiometriche attribuiscono la
formazione di tali torbiere nella bassa pianura vicentina ad
un periodo compreso tra 18.000 e 12.550 anni B.P. (ibidem, c.s.).
35) Situazione questa riscontrata per la prima volta
all'interno di una paleovalle fluvioglaciale atesina nella pianura
a meridione dei Colli Berici, attualmente solcata dall' Alonte.
Qui i fini sedimenti eolici coprono ed occultano lenti torbose
e più inferiormente sedimenti ghiaioso -sabbiosi di un
corso glaciale d'Adige (ZAFFANELLA, 1987b).
36) A proposito di loess , finora erano noti nella
regione veneta modesti affioramenti nell'anfiteatro morenico
gardesano ed in quello atesino di Rivoli Veronese, attribuiti
un tempo dal Mancini al glaciale rissiano, agli inizi ed alla
fine del Wiirm (MANCINI, 1960).
37) Sulla distribuzione dei siti mesolitici nella
pianura cremonense-mantovana si veda: BIAGI, 1981.
38) Recenti indagini paletnologiche effettuate al
margine della gronda lagunare veneta, particolarmente nella
fascia centro-settentrionale, hanno portato all'individuazione
di alcuni siti risalenti al mesolitico recente (castelnoviano
) (BROGLIO, 1984a), forse ubicati lungo antiche linee costiere.
39) La cosiddetta "rivoluzione neolitica"
si realizzerà compiutamente nella pianura veneta solamente
verso la metà del IV millennio a.C. (Neolitico medio),
durante la Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata (BAGOLINI, 1984).
40) Emblematica all'uopo la posizione dell 'insediamento
neolitico di Cà Bissara di Pojana Maggiore (Vicenza).
L'abitato difatti si estende su di una terrazza poco lontana
dalla paleovalle atesina pleistocenica, attualmente solcata
dall' Alonte (ZAFFANELLA, 1987b).
41) Su similari posizioni sono peraltro ubicati
numerosi insediamenti preistorici nella piana cremonese-mantovana
(BIAGI, 1981).
42) Va ricordato che sotto il profilo paleoclimatico
a seguito dell' Atlantico (5.500- 2.600 anni a. C.), peraltro
attualmente suddiviso in Atlantico inferiore (clima mite umido)
(5.500 -4.000 a. C.) e Atlantico superiore (clima caldo umido)
(4.000 -2.600 a. C.) (pANIZZA, 1985), troviamo dapprima il Subboreale
(2.600 -800 anni a. C.). Periodo caratterizzato secondo taluni
studiosi da condizioni di clima fresco umido (PAGANELLI, 1984)
e secondo altri studiosi da un clima mite secco (P ANIZZA, 1985).
Esso giunge cronologicamente fino alle soglie del I millennio
a. C., comprendendo le culture dell' età del rame e dell'età
del bronzo. Al Subboreale segue il Subatlantico che vide l'instaurarsi
dapprima di un raffreddamento con due fasi di avanzata glaciale
tra 1'800 ed il 300 a. C., corrispondenti alle culture dell'età
del ferro (epoca proto e paleoveneta) (pANIZZA, 1985, fig. 3).
Successivamente, nel periodo compreso tra il 300 a. C. ed il
400 d. C., comprendente l'epoca romana, assistiamo ad un ritorno
verso condizioni climatiche di caldo secco (BARTOLOMEI, 1984;
P ANIZZA, 1985). Onde terminare la descrizione del Subatlantico,
possiamo ricordare che dal 400 all'800 d. C. abbiamo un clima
fresco umido con un periodo di avanzata glaciale (PANIZZA, 1985).
E' tra l'altro questo il periodo di peggioramento climatico
che ha determinato i cosiddetti "diluvi" ossia inondazioni,
alluvionamenti e cambiamenti di tracciato di numerosi corsi
fluviali nella regione veneta (DORIGO, 1983) .Essocorrisponde
in parte alla tarda antichità e alla quasi totalità
dell'altomedioevo. Tra 1'800 ed il 1150 d.C. avremo un breve
periodo caldo subito seguito da un momento freddo (con avanzata
delle fronti glaciali) tra il 1150 e il 1350 d.C.. Tra il 1350
ed il 1550 d.C. avremo un ritorno a condizioni climatiche generalmente
più miti. Inde tra il 1550 ed il 1850 d.C. un ulteriore
periodo freddo, detto anche "piccola era glaciale".
Infine una nuova fase calda caratterizza il secolo tra il 1850
ed il 1950 d.C. (P ANIZZA, 1985, fig. 3).
43) La fine improvvisa della vita negli insediamenti
della recente età del bronzo, verificatasi in pressochè
tutti i siti di tale periodo, fu variamente interpretata dagli
studiosi. Taluni indicarono la causa dell'abbandono dei villaggi
enei in motivi etnologici (invasioni, ecc.) (DE MARINIS, 1975).
Altri autori invece imputarono tale repentina fine ad un improvviso
mutamento o meglio peggioramento delle condizioni ambientali,
a sua volta provocato da un cambiamento climatico in senso oceanico
(ASPES -FASANI' 1976). Per cui gli stanziamenti sorti all'interno
di aree depresse (paleoalvei fluviali e/o bacini lacustri) vennero
sommersi dalle acque (vedasi i siti entro le paleovalli atesine
e nelle Valli Grandi Veronesi). Sull'argomento riteniamo che
oltre ad un peggioramento climatico in senso oceanico siano
accadute anche rilevanti modificazioni etniche eloquentemente
testimoniate -oltre che nella diversa positura insediativa -anche
e soprattutto nei manufatti della cultura materiale. E' pertanto
assai probabile che le popolazioni enee siano venute a contatto,
come parrebbero documentare alcune testimonianze storiche, con
popolazioni provenienti da altre regioni (BRACCESI, 1984) secondo
un processo di trasformazione culturale simile a quanto accaduto
nei tempi precedenti.
44) Dobbiamo qui ricordare il vasto insediamento
"protovillanoviano" di Frattesina di Fratta Polesine
(BELLINTANI -PERETTO, 1968 e 1972; BIETTI SESllERI, 1975; DE
MIN, 1984ae 1986b), sorto su di un antico dosso sulla sponda
meridionale del paleoalveopadano, noto in letteratura come "ramo
del Po di Adria" (VEGGIANI, 1972 e 1974).
Lungo l'asta atesina va ricordato anzitutto l'insediamento "protovillanoviano"
della Sabbionaradi Veronella (erroneamente noto come Desmontà)
(SALZANI! 1984b), sorto sopra una lingua sabbiosa elevata sull'
orlo della vallata olocenica dell' Adige (ZAFFANELLA e, in corso
di stampa). Poi non dobbiamo dimenticare l'enorme insediamento
"protoveneto"
di San Zeno di Montagnana, ubicato sulla sponda settentrionale
del paleoalveo atesino (GIOGA -ZAFFANELLA, 1978; ZAFFANELLA,
1979; DE MIN-BIETTI SESTIERI, 1979; DE MIN, 1984b). Altro consistente
nucleo abitativo "protoveneto" sorgeva presso Borgo
Canevedo di Este (BIANCHIN CITTON, 1984), sul luogo della biforcazione
del paleoalveo atesino.
45) Si tratta di elementi desunti da osservazioni
archeo-stratigrafiche compiute in siti preistorici ubicati e
gravitanti lungo tale asta paleofluviale. Accenniamo per brevità
solamente al sito risalente alla media e recente età
del bronzo in corso di scavo in località Fontana di Megliadino
San Fidenzio, in cui sono emersi i resti di un' arginatura perifluviale
(com. perso dr. Claudio Balista).
46) Basti accennare alle note industrie dell' osso,
del vetro, del bronzo e dell , ambra rinvenute a Frattesina
di Fratta Polesine (BELLATO-BELLINTANI, 1975; BELLINTANI, 1973;
BIETTI SESTIERI, 1973; NEGRONI CATACCHIO, 1972).
47) Ricordiamo come il centro di Frattesina fungesse
da tramite commerciale per le rotte dell' ambra tra il continente
europeo ed il mondo mediterraneo (NEGRONI CA T ACCHIO, 1972).
Contatti greci testimoniati a Frattesina dal rinvenimento di
',lcuni frammenti di ceramica sub-micenea (Soprintendenza Archeologica
del Veneto, materiale inedito).
48) Umanizzazione rappresentata dall'espandersi
di una rete di magari talora modesti villaggi, posti nelle vicinanze
dell'allora attiva arteria fluviale atesina, non molto lontani
l'uno dall'altro. Collegati verso occidente al grande centro
di Oppeano Veronese (SALZANI, 1976 e 1984 a) e ad oriente con
Este (PROSDOCIMI, 1882; FOGOLARI, 1975; CHIECO BIANCHI, 1984).
Notabile il fatto che al di fuori delle succitate difettive
paleofluviali i restanti territori risultano abbandonati (ZAFFANELLA,
1979).
49) Gavello è nota nella letteratura paletnologica
per il ritrovamento di manufatti bronzei funerari e di alcuni
bronzetti (ZERBINATI, 1982, pp.l07-108).
50)Recentissime indagini paletnologiche hanno permesso
di individuare un vasto stanziamento protostorico in località
Fenil del Turco, ubicato poco ad oriente della biforcazione
del paleoalveo padano (ricerche Gioga-Dainese/ anno 1984).
51) A Borsea, ancora agli inizi del XVIII secolo, si recuperarono
numerosi oggetti funerari paleoveneti ed etruschi provenienti
da un sepolcreto (ZERBINATI, 1982, p.116).
52) All'uopo appare assai significativa la pressoché
totale assenza di testimonianze paleovenete nelle depressioni
delle Valli Grandi Veronesi (SALZANI, 1976 e 1984a) e nelle
attigue depressioni valli ve della Bassa Padovana (ZAFFANELLA,
1979).
53) Alla luce di tali considerazioni appare straordinariamente
interessante il passo della Naturalis Historia di Plinio in
cui il naturalista romano affermava:
"lnde ostia pIena Carbonaria, Fossiones ac Philistina,
quod alii
Tartarum vocant, omnia ex Philistinae fossae abundatione nascentia,
accedentibus Atesi ex Tridentinis Alpibus et Togisono ex Patavinorum
agris. Pars eorum et proximum portum facit Brundulum, sicut
Aedronem Meduaci duo ac fossa Clodia. His se Padus miscet ac
per haec effundit, plerisque, ut in Aegypto Nilus quod vocant
Delta, triquetram figuram inter Alpes atque orafi maris facere
proditus, stadiorum II
circuitu" (plinio, N.H., III, 121).
Ossia "Seguono le bocche, rimaste colme, di Carbonaria,
Fossioni e Filistina, chiamata da altri TartaroIutte e tre queste
bocche sono state originate dallo straripamento del canale Filistina
a causa della confluenza del!' Adige, che scende dalle Alpi
Tridentine, e del Togisono, proveniente dalle campagne di Padova.
Una parte di questi fiumi forma anche il vicino porto di Brondolo,
così come quello di Edrone è formato dai due bracci
del Meduaco e dal canale Clodio.Con questi fiumi il Po si mescola
ed insieme ad essi raggiunge lafoce; la maggior parte degli
autori sostiene che esso forma, come il Nilo in Egitto, il cosiddetto
delta, unafigura triangolare compresa tra le Alpi e la costa,
il cui perimetro è di 2 .000 stadi" (trad. it. di
AA.VV., 1982. Ed. Einaudi -Torino).
Appare evidente come il naturalista romano innanzi tutto descriva
nitidamente una confluenza Filistina-Adige+ Togisono, che troverebbe
piena conferma nelle informazioni geomorfologiche e paleoidrografiche.
Altrettanto rilevante la notizia secondo cui "una parte
di questi fiumi forma anche il vicino porto di Brondolo",
dove andava a sfociare certamente il "ramo più settentrionale
del Po" e forse anche il ramo paleoatesino settentrionale.
Infine sottolineamo il passo secondo cui Plinio parla esplicitamente
di un Po che si mescola ai fiumi scendenti dalla piana veneta
(Adige e Togisono) ed assieme ad essi raggiunge la foce. Situazione
che pare essere confermata dalle risultanze geomorfologiche.
Dobbiamo infine ricordare come fu il geografo Giovan Battista
Castiglioni -ancora nel 1977-78 -a sottolineare ed interpretare
correttamente il succitato passo pliniano, proprio in seguito
all'individuazione del "ramo più settentrionale
del Po" (CASTIGLIONI, 1977-78, p.162).
54) Risulta in effetti piuttosto strano che nella
medesima epoca pre-protostorica il ramo padano-atesino settentrionale
avesse formato una cuspide bialare, mentre il ramo padano centrale
dimostrava una foce ad estuario.
55) Per il momento non appaiono evidenti legami
o dirette relazioni tra il tipo di foce fluviale (ad estuario,
bialare, ecc.) e le variazioni climatiche, dipendendo invece
il tipo di foce forse più da peculiari condizioni geomorfologiche
locali, dall' azione delle correnti marine e dalla quantità
dei sedimenti trasportati dai fiumi. Osservando la carta geomorfologica
deltizia possiamo dedurre come il più grande protendimento
deltizio padano si sia verificato proprio in epoca medievale
e moderna, evidentemente in relazione all'aumento dei clasti
trasportati dal Po direttamente in mare.
56) Per le condizioni fisiografiche dell' area deltizia
in età romana si veda: CIABA ITI, 1966; BONDESAN, 1985;
PEREITO, 1986. Sulla viabilità romana si consulti: BOSIO,
1970 e 1981; UGGERI, 1981.
57) Basti ricordare che una delle maggiori città
romane della Venetia sorgeva lungo il suo corso: Ateste , l'odierna
Este, capoluogo della colonia atestina (p1E1ROGRANDE, 1888;
ZERBINATI,1982).
58) Fonti storiche attestano con certezza il passaggio
dell' Adige per Badia Polesine verso la metà del X secolo
d.C. (GLORIA, 1877, pp.66-67, n.44). Anzi specificano trattarsi
di un "Adece maiore"e di un "Adece veglo",quest'ultimo
forse identificabile nell 'antico
paleoalveo atesino al cui interno più tardi fu scavato
l'Adigetto. Occorre qui sottolineare come l'Adigetto venne scavato
all'interno di un più antico precedente paleoalveo pensile
atesino che poi proseguiva verso oriente con una serie di ampie
anse toccando gli attuali
centri di Lendinara, Villanova del Ghebbo, Costa di Rovigo,
Roverdicré, andando infine a passare per il centro storico
di Rovigo dove per un breve tratto riprendeva il più
antico percorso paleopadano noto come "ramo più
settentrionale del Po". Pare tuttavia che tale paleoalveo
atesino pensile andasse a defluire in un'area depressa situata
tra il suaccennato "ramo più settentrionale del
Po" ed il "ramo del Po di Adria" a meridione.
Difatti le tracce di tale percorso atesino paiono disperdersi
in una serie di correnti fluviali nella depressione subito a
meridione dello Scolo Tròn, dando così l'impressione
di formare una serie di canali sommersi entro un bacino lacu-palustre.
Dobbiamo ricordare che tali aree, bonificate e coltivate in
epoca romana si trasformarono in bacini lacustri in età
tardo antica-altomedievale, venendo definitivamente bonificate
durante il dominio della Serenissima. Inoltre non possiamo scordare
che il paleoalveo pensile atesino suddescritto a monte di Badia
Polesine pare rappresentare nient'altro che la continuazione
di un altro paleoalveo pensile sempre atesino solcante una parte
della bassa pianura veronese-padovana a settentrione dell 'attuale
corso dell' Adige e scorrente da Canove di Legnago per Terrazzo,
Merlara e Castelbaldo. Informazioni di carattere archeo-stratigrafico
autorizzano a ritenere quest'ultimo paleoalveo pensile atesino
attivo fino ad epoca tardo antica-altomedievale. Questione non
meno interessante è data dalla ripetuta identificazione
nei documenti medievali dell' Adigetto col "Flumen Vedre"(GLORIA,
1877,p.66,n.44) o "Adeceveglo"(GLORIA, 1877,p.66,
n.44). Da tali documenti sembra che Badia Polesine sorgesse
alla biforcazione dell' Adige in due rami, di cui uno -probabilmente
il maggiore "Adece maiore" (GLORIA, 1877, p.66, n.44)
-seguiva l'attuale alveo a valle di Badia, mentre quello minore
chiamato tuttavia "Adece veglo" scorreva in direzione
sud-est dando infine luogo ad un paleoalveo pensile. Proprio
i termini di "Flumen Vedre" e "Adece veglo",
riservati al tracciato paleoate
sino pensile entro cui attualmente scorre l'Adigetto, fanno
pensare ad una maggiore antichità del paleoalveo pensile
-entro cui scorre 1'Adigetto -rispetto all'attuale alveo dell'
Adige.
59) Secondo il Veggiani, invece, la piana veneta
meridionale non era solcata durante il I secolo d.C. da percorsi
padani. Così il Po si dirigeva per Bondeno fino a Ferrara
dove si divideva in due rami: quello settentrionale soprannominato
OlaDa, mentre quello meridionale -detto Padoa -lambiva Spina
e poi si divideva a sua volta in diversi bracci che sfociavano
in mare (VEGGIANI, 1974, fig.2).
60) Su tale peggioramento climatico in epoca tardo
antica-alto medievale, abbiamo la testimonianza scritta di numerosi
autori antichi. I primi e più antichi eventi alluvionali
tramandatici risalgono già al IV secolo dell' era volgare
(MORI, 1937). Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo troviamo
le testimonianze di due insigni scrittori ecclesiastici sui
disastri prodotti dai fiumi (Ambrogio, De obitu Theodosii; Gregorio,
Dialoghi). Tra il 579 ed il586 taluni autori sostengono si siano
avute inondazioni tali da determinare il mutamento del corso
dell' Adige (TOALDO, 1784).
Altrettanto se non maggiormente nota l'impressionante narrazione
degli eventi dell'anno 589 fattaci da Paolo Diacono, secondo
cui
"fuit aquae diluvium in finibus Veneciarum et Liguriae
seu ceteris
regionibus Italiae, quale post Noe tempore creditur non fuisse.
Factae
sunt lavinae possessionum seu villarum hominum pariter et animantium
magnus interitus. Destructa sunt intinera, dissipatae viae,
tantum tuncque Atesis fluvius excrevit, ut circa basilicam beati
Ze
nonis martyris ...usque ad superiores fenestras aqua pertingeret
...
Urbis quoque eiusdem Veronensis muri ex parte aliqua eadem sunt
in
undatione subruti. Facta est autem haec inundatio sexto decimo
kalendas Novembris" (paolo Diacono, Historia Langobardorum,
111,23-24). Secondo successive testimonianze storiche tali avverse
condizioni climatiche si protrassero durante il VII, VIII e
IX secolo dell'era volgare (DORIGO, 1983) .
61) Alludiamo all'alta pianura veronese e alla media
pianura veronese-vicentina. Sulle vicende paleoidrografiche
di quest'ultima piana si veda: ZAFFANELLA, 1987b.
62) Significativa la situazione recentemente accertata
lungo la paleoasta atesina specie tra Montagnana ed Este dove
le antiche emergenze antropiche dalla preistoria alI 'altomedioevo
sono sigillate da più o meno spessi depositi esondativi
atesini (ZAFFANELLA, 1979 e 1981; ZAFF ANELLA a, in corso di
stampa). Esemplare al proposito il seppellimento esondativo
subito dal sepolcreto alto-imperiale romano della gens Vassidiaalla
Rosa di Montagnana
(ZAFFANELLA a, in corso di stampa).
63) Per la bassa pianura padovana dobbiamo menzionare
la formazione degli antichi laghi di Piacenza, Spialfredo, Vighizzolo
ed Anguillara (ZAFFANELLAc, in corso di stampa), non a caso
ubicati nelle depressioni vallive comprese tra il paleoalveo
atesino a settentrione (accompagnato dalla sua fascia perifluviale
esondativa) e l'attuale alveo dell' Adige a meridione.
64) Testimonianze scritte risalenti alla fine dell'
alto medioevo (X secolo d.C.) attestanocon certezza la presenza
di insediamenti sopra l 'alveo relitto dell' Adige (GLORIA,
1877). Così ad esempio il "castrum" di Montagnana,
più che castello nel senso stretto, v~ro e proprio
nucleo abitativo fortificato, appare testimoniato dalle fonti
scritte a partire dal 906 d.C. (GLORIA, 1877, p.39, n.26).
65) Al proposito il Veggiani riteneva attivi in
epoca romana (I secolo d.C.) il "ramo del Po di Olana"
e quello del "Po di Spina", altrimenti noto come "Padoa"
(VEGGIANI, 1974, fig.2).
66) Ipotesi peraltro già sostenuta anche
dal Veggiani per l 'VIII secolo d.C., secondo cui il Po altomedievale
poco a nord di Bondeno si suddivideva in due rami di cui uno
sfociava in Adriatico con la "foce di Ariano", mentre
il secondo lambivaPerrarae sfociava a mezza via tra Spina e
Ravenna tramite la "foce di Primaro" (VEGGIANI, 1974,
fig. 3).
67) Al proposito ricordiamo che ormai stanno emergendo
le testimonianze topograficoarcheologiche della pratica centuriale
in vaste aree atesino-padane (AA.VV., 1984; ZERBINA TI, 1982;
PERETTO, 1986; ZAFF ANELLA, 1987b; ZAFF ANELLA a, in corso di
stampa).
68) Esemplare la situazione riscontrata sui recenti
dossi nati dalle esondazioni tardo antiche del corso montagnanese-estense
dell' Adige nella bassa pianura padovana. Notabile il caso del
villaggio scomparso di Altaura presso Casale di Scodosia (ZAFFANELLA,
in questo volume).
69) Ingressione marina nella pianura padana che
nel Pleistocene dovette più volte verificarsi in corrispondenza
dei periodi interglaciali.
Documento tratto da "ATHESIA" Rivista
del Centro Ricerche Ambientali Athesia.
Volume I anno 1987
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