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Il
Delta del Po
Il Delta del
Po.
Un paesaggio
antico in un territorio recentissimo, il risultato dell'immane
lotta fra il mare, il fiume, la terra, l'uomo: ecco il Delta
del Po.
Vale la pena
di fare rotta su questo mondo complesso e vario, foriero di
scoperte e di incontri. Man mano che ci addentreremo, ci renderemo
conto che non una, ma più rotte occorrerà percorrere per tentare
di sviscerare i segreti di un ambiente che non si concede al
visitatore frettoloso e superficiale. Viceversa, il Delta sa
essere generoso e ricco di forti sensazioni per il "navigatore"
che sappia, con tenacia, interesse ed intelligenza, seguire
l'istinto della scoperta.
Storia, archeologia,
architettura, folclore, umanità, e soprattutto natura. Una natura
che molto spesso convive con l'uomo, ma che nei luoghi più caratteristici
ha mantenuto la sua libertà e presenta il suo aspetto selvaggio
e diverso.
Se il paesaggio
è quasi completamente asservito all'uomo, coltivato e governato,
di là dall'argine il fiume sa mantenere le distanze. Vicino
al suo corso il Po non sopporta argini troppo stretti, e vuole
golene e spazi e sfoghi, costruisce isole e spiagge. E se a
monte l'uomo riesce a governare anche parte delle golene, nel
Delta il Po si espande con i suoi rami e porta attorno a sé
il pulsare libero della natura. È il regno della vegetazione
spontanea e della fauna stanziale e migratoria.
Il fiume è
grande, come la montagna, e incute rispetto, esige ritmi suoi.
Per capirlo occorre che anche l'uomo, quando vuole addentrarsi
nel suo mondo, si adegui.
È con questo
spirito che ci addentriamo anche noi in un tipo di avventura
che non ripercorre grandiosi miti e nemmeno possibili esperienze
robinsoniane, ma semplicemente si fa trainare dal desiderio
della scoperta. E così cercheremo di entrare a contatto con
la natura, non intesa in senso astratto, ma fatta di nomi e
cognomi, come quelli dei nostri amici e conoscenti: uccelli,
pesci, erbe, fiori, alberi, acque e terre. Cercheremo, dall'alto
dei naturali balconi del Delta che sono gli argini, di capire
nel paesaggio l'importante presenza dell'uomo.
Di fronte
alle emergenze storiche, archeologiche, architettoniche, cercheremo
di individuare il filo di un discorso che insieme uomo e natura
hanno contribuito a dipanare e intessere nei secoli, fino a
realizzare l'ambiente attuale, che ci troviamo davanti agli
occhi.
Il mito di
Fetonte.
Un discorso
sul territorio e la civiltà del Polesine non può non partire
dal mito originario, che tanto più rimanda ad una possibile
realtà quanto più riesce ad evocare un'alta intensità poetica.
E il mito di Fetonte, giovane dio sprofondato nell'Eridano (antico
nome del PO) con il carro del Sole, è stato celebrato dai più
grandi poeti.
La favola
narra dunque di Fetonte, figlio del Sole e di Climene, offeso
da Epafo, altro giovane dio dell'Olimpo. Questi insinuava che
Fetonte non era in realtà figlio del Sole.
Fetonte in
lacrime si recò dalla madre per supplicarla di dargli una prova
che il Sole era veramente suo padre. Allora Climene, per calmare
il figliolo, chiese al Sole che permettesse al figlio Fetonte
di guidare almeno una volta il fiammeggiante carro solare, che
dal principio dei secoli egli conduceva ogni giorno lungo l'arco
del cielo.
Il Sole sulle
prime si oppose, conoscendo l'immane fatica e difficoltà che
tale guida comportava. Ma poi dovette cedere alle preghiere
della moglie e alla tormentata insistenza del figlio. Unse di
sacri unguenti il volto del figlio perché potesse sopportare
le fiamme e diede ordine di aggiogare i quattro splendidi cavalli
bianchi.
Fetonte, bramoso
di dimostrare il proprio valore, balzò sul carro. Ma ahimè,
ben altro polso occorreva per trattenere sul giusto cammino
la quadriga di fuoco!
I cavalli presero la mano all'inesperto auriga, si avvicinarono
troppo alla Terra. Arsero foreste e montagne; i fiumi e i laghi
essiccarono. Fu così che le popolazioni dell'Etiopia divennero
da allora scure di pelle; il Nilo, terrorizzato, per non restare
interamente all'asciutto nascose le proprie sorgenti nel cavo
dei monti.
Così proseguendo
nella sua corsa pazza il carro del Sole avrebbe distrutta tutta
la Terra. Fu allora che Zeus, impietosito verso gli uomini,
vibrò un fulmine sul carro e Fetonte in fiamme precipitò nel
fiume Eridano.
Accorsero
le Eliadi, sorelle dell'infelice giovane, le quali tanto piansero
l'amato fratello fino a che Zeus pietoso le trasformò in pioppi
e le loro lacrime in ambra.
Chi si trovi
a passare per Crespino, troverà la piazza principale intitolata
a Fetonte, a ricordo dell'antica leggenda e della tradizione
orale che vuole che in quel tratto di fiume sia avvenuta la
mitica caduta.
(fine parte 1 di 5)
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