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fede insolente dei media "Se vuoi
sapere la verità su te stesso devi morire o partire
per un lungo viaggio". Per un papa non vale questa massima.
Ancor meno per Wojtyla. A lui è stato attribuito già
tutto in vita, dall'esaltazione più incondizionata
alle riserve più esplicite. Wojtyla è entrato
nella storia e nel mito prima di morire. La morte di ogni
essere umano porta via una parte di noi stessi, dice un poeta,
ma esula da un sentire cristiano il culto idolatrico della
persona. Il papa non è un faraone, è il "servo
dei servi di Dio". Dice Oscar Wilde che "il sopravvento
della morte ci deve sottrarre all'uso ipocrita di dover dire
tanto bene dei morti quanto male sappiamo dire dei vivi".
Wojtyla è stato un papa re, nella realtà e nel
mito. All'interno della Chiesa ha rafforzato una concezione
dottrinaria e intransigente della fede. Mille anni prima avrebbe
fatto anche le crociate, quelle vere. Il papa polacco ha fatto
sua la massima di un celebre cardinale: "L'unico fanatismo
ammesso è quello che ha per oggetto Dio". Nonostante
i pronunciamenti ufficiali, Wojtyla continuava a concepire
la Chiesa cattolica come "società perfetta",
seguendo la teologia preconciliare. Essa è l'unico
porto di salvezza per l'umanità e custode esclusiva
della verità di Cristo. Chi si è discostato
dalle direttive del papa ha meritato la condanna ufficiale
della rimozione da ogni incarico di responsabilità
nella Chiesa. Si pensi ai vescovi avvicendati e ai tanti teologi
messi a tacere, che vivono e operano ai margini dell'istituzione:
un'altra "Chiesa del silenzio".
Se sono stati apprezzabili i gesti di avvicinamento alle altre
religioni da parte di questo papa, tuttavia un autentico spirito
ecumenico non è riuscito a prevalere perché
dal Vaticano si guarda dall'alto in basso alle altre confessioni.
La vera natura di Wojtyla si rivelava durante il Giubileo,
quando il papa affermava che il terzo millennio doveva essere
dedicato alla "conquista" del continente asiatico.
Ma il Vangelo non mira al proselitismo, pone invece il cristiano
sulla dimensione di chi deve convertire se stesso! Su questa
scia si pose Giovanni XXIII quando annunciò che il
Concilio doveva "rendere accogliente la nostra casa ai
fratelli separati". Wojtyla ha interrotto la linfa vitale
del processo di crescita cui aveva dato inizio il Concilio;
ha mortificato la coscienza comunitaria della Chiesa "popolo
di Dio", riportando in auge la concezione piramidale
di essa.
"Nuovo 'prigioniero del Vaticano', il papa è divenuto,
egli stesso, vittima di una curia i cui maggiori esponenti,
da lui stesso nominati, hanno portato la restaurazione a un
punto tale da provocare reazioni crescenti persino negli ambienti
moderati della Chiesa. La 'nuova evangelizzazione' promossa
da Wojtyla è caratterizzata da due principali orientamenti:
da un lato quello dell'Opus Dei, volto a evangelizzare attraverso
il potere, facendo della spiritualità un segno di eccellenza
sociale; dall'altro, quello dei vari movimenti carismatici,
esigenti in materia di comportamenti personali, con una tendenza
a valorizzare aspetti di tipo affettivo, ma generalmente poco
inclini a integrare una dimensione sociale". (F. Houtart).
Ha ravvivato un equivoco devozionismo mariano lontano dalla
figura autentica di Maria.
Nelle allegorie del mondo pastorale semitico il "gregge"
era un patrimonio prezioso per il pastore, l'altra parte di
sé; nella Chiesa di Cristo il termine non può
significare moltitudine passiva, protagonista di sole parate
trionfali. C'è maggior spazio per i laici e per le
donne nella Chiesa, oggi, ma per rivestire unicamente ruoli
gregari, lontani da responsabilità ministeriali. Wojtyla
ha condannato la Teologia della Liberazione, che si propone
di liberare i poveri "in nome del Vangelo". Questo
papa ha ammonito Ernesto Cardenal, che ha dedicato la vita
al riscatto religioso e sociale dei contadini del Centro America,
ma ha stretto la mano di Pinochet, mostrandosi con lui sul
balcone della sua residenza.
Il papa polacco passerà alla storia come uno strenuo
difensore dei diritti umani nella società civile, ma
all'interno della sua Chiesa ha ridotto drasticamente gli
spazi di libertà e di dialogo.
Wojtyla ha vissuto il suo papato alla presenza ossessiva delle
telecamere per cui sarà una dura impresa, per i successori,
eguagliare la sua "mediaticità" estranea
al "nascondimento" di Nazareth. I prossimi papi
sapranno sottrarsi al trasporto emotivo delle folle, come
fece Cristo che rifiutò di essere "proclamato
re"? Questo papa non è morto nella "infamia"
del venerdì santo, ma nel trionfo della domenica delle
palme: è morto sulla ribalta, così come aveva
scelto di vivere. Un'anomala imitazione del Maestro. Col soffio
dello Spirito che rinnova, la Chiesa attende ora un papa meno
"spettacolare", più vicino alla collegialità
apostolica che al-l'impero dei cesari; un papa che, come Giovanni
Battista, vedendo Cristo esclami: "è necessario
che io diminuisca e Lui cresca"; un papa che "aprirà
le porte a Cristo", ma non porrà la sua persona,
di traverso, su quella soglia.
(Sulmona/Avezzano, 6 Aprile 2005)
di don Raffaele Garofalo e don Aldo Antonelli
Adista
n° 28 del 16 aprile 2005
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