| Con
affetto, ma senza ipocrisia. Don Vitaliano scrive la sua lettera
di commiato al Papa 32778. SANT'ANGELO
A SCALA-ADISTA. "Non condivido lo strepito che sta facendo
'la folla' e i troppi potenti che dicono di piangerti; non
credo nell'angoscia nazionale raccontata dai giornali e dal
'salotto buono' italiano di Bruno Vespa"; "non credo
nemmeno nelle lacrime dei tanti in piazza S. Pietro, che in
questo modo scaricano collettivamente altre angosce e altre
paure, preoccupati esclusivamente di immortalare sul display
del loro telefonino l'immagine del tuo corpo esanime. I cristiani
non strepitano di fronte alla morte; noi cristiani crediamo
nella resurrezione dei morti, nella vita oltre la morte".
Prende carta e penna don Vitaliano della Sala, parroco rimosso
da S. Angelo a Scala, prete scomodo, da lungo tempo osteggiato
e perseguitato dalle gerarchie ecclesiastiche. E scrive una
lettera al papa, perché, sostiene rivolgendosi al pontefice
scomparso, "oggi sono sicuro che potrai finalmente leggermi
e ascoltarmi". È una lettera di commiato, affettuosa
e pacata, ma, scrive Vitaliano, "sarei ipocrita se mi
accodassi a tutti quelli che stanno straparlando bene di te,
perché così conviene". Per questo, pur
rilevando l'impegno di Wojtyla per la pace ed il dialogo tra
le religioni, il prete irpino sottolinea come sia stata soprattutto
un'idea "gerarchica, autoritaria e centralista"
della Chiesa ad aver segnato questi 27 anni di pontificato
di Giovanni Paolo II. "Ti dico questo - scrive Vitaliano
al papa - perché ti voglio bene e voglio bene alla
nostra Chiesa, voglio il bene della Chiesa, e il volere bene
esclude l'ipocrisia e l'ossequio vile".
Di seguito riproduciamo, integralmente, il testo della lettera.
LETTERA A GIOVANNI PAOLO II
Sant'angelo a Scala, 7 aprile 2005
Beatissimo Padre,
avrei voluto scriverti prima, ma ero sicuro che una mia lettera
non ti sarebbe mai giunta tra le mani, ma si sarebbe fermata
tra quelle di qualche tuo solerte collaboratore. Oggi sono
sicuro che potrai finalmente leggermi e ascoltarmi, leggere
e ascoltare il mio cuore.
Ti ho voluto bene, ho ammirato il tuo coraggio nel difendere
sempre i poveri e la pace; oggi sono addolorato per la tua
morte, come sono addolorato ogni volta che muore un uomo o
una donna, come sono stato addolorato per la morte di mio
padre. Non sono angosciato e non condivido lo strepito che
sta facendo "la folla" e i troppi potenti che dicono
di piangerti; non credo nell'angoscia nazionale raccontata
dai giornali e dal "salotto buono" italiano di Bruno
Vespa, preoccupato solo dell'audience; non credo nemmeno nelle
lacrime dei tanti in piazza S. Pietro, che in questo modo
scaricano collettivamente altre angosce e altre paure, preoccupati
esclusivamente di immortalare sul display del loro telefonino
l'immagine del tuo corpo esanime. I cristiani non strepitano
di fronte alla morte; noi cristiani crediamo nella resurrezione
dei morti, nella vita oltre la morte, e siamo certi che tu
ora sei vivo, come sono vivi tutti coloro che "ti hanno
preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace",
non importa se poveri e sconosciuti.
Forse ti faranno presto santo e noi tutti potremo considerarci
privilegiati per aver potuto vedere, sia pure purtroppo soltanto
attraverso la televisione, come sono gli occhi e il sorriso
dei santi. Aggiungeranno il tuo nome all'elenco delle migliaia
di uomini e donne che tu, forse esagerando, hai canonizzato.
I potenti sfileranno, come in passerella, accanto alla tua
salma muta; quegli stessi potenti che causano le povertà
sulle quali tu ti sei chinato; quegli stessi potenti che scatenano
le guerre contro le quali tu ti sei, a volte, scagliato: se
non hanno raccolto la tua sfida quando eri vivo, non illuderti,
non lo faranno neanche ora che sei morto.
Ti hanno definito "il grande" e forse è vero,
ma sarei ipocrita se mi accodassi a tutti quelli che stanno
straparlando bene di te, perché così conviene.
Sai bene quello che il Vangelo dice: "guai quando tutti
diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro
padri con i falsi profeti" (Luca 6, 26). Tu non sei stato
un falso profeta, ma uno che ha saputo dire con coraggio quello
che pensava. Ma, sotto il tuo pontificato, è stato
tolto a tanti cattolici il diritto di parlare: hai giustamente
combattuto il comunismo illiberale che avevi subìto
nella tua Polonia, ma hai voluto una Chiesa che rispecchia
molto quel regime oppressivo.
È strano, ti hanno sempre applaudito ipocritamente
i potenti, dopo che tu li avevi bacchettati; e i giovani,
che realisticamente usano gli anticoncezionali, ti hanno sempre
acclamato dopo i tuoi discorsi di chiusura in campo morale,
continuando senza eccessivi scrupoli di coscienza a disobbedirti.
Attorno a te c'è stata una specie di isteria collettiva:
più pretendevi dalla gente e più ti acclamavano.
Il segreto è stato probabilmente un efficiente ufficio
stampa, capace di gestire in maniera magistrale la comunicazione
della tua immagine e delle tue gesta.
Oggi la Chiesa, a conclusione della tua esperienza terrena,
sembra una di quelle case di un set cinematografico: la facciata
bella e completa che nasconde il vuoto.
Ti dico questo perché ti voglio bene e voglio bene
alla nostra Chiesa, voglio il bene della Chiesa, e il volere
bene esclude l'ipocrisia e l'ossequio vile.
Qualcuno dovrebbe raccontare alle folle plaudenti le contraddizioni
del tuo pontificato, la tua, legittima, visione tradizionalista
della Chiesa, il tradimento verso il Concilio Vaticano II;
il tuo esserti circondato di collaboratori reazionari, che
la dice lunga sulle aperture di facciata del tuo pontificato;
qualcuno dovrebbe spiegare la tua visione del potere, l'accentramento
di potere nelle tue mani, e in quelle del tuo entourage, che
c'è stato sotto il tuo pontificato e la mancanza di
collegialità con l'episcopato; qualcuno dovrebbe spiegare
ai rappresentanti delle altre confessioni cristiane e a quelli
delle altre religioni la tua idea di ecumenismo come riconoscimento
dell'unica verità posseduta esclusivamente dalla Chiesa
cattolica; qualcuno dovrebbe spiegarci come mai ti sei scagliato
con forza contro la guerra in Iraq e hai provocato la guerra
in Jugoslavia quando il Vaticano ha riconosciuto per primo
l'indipendenza della Croazia, e perché non hai mai
detto che ogni guerra, la guerra in sé, è ingiusta;
qualcuno dovrebbe dirci che hai sbagliato clamorosamente strategia
quando, contribuendo a far crollare i regimi comunisti dell'est
europeo, ti aspettavi, soprattutto per la tua Polonia, un
prevalere dei valori cristiani nella vita di quei Paesi e
invece ha prevalso il consumismo e il "neoliberismo sfrenato",
ha prevalso quello che i tuoi predecessori definivano "imperialismo
capitalista del denaro".
Non avveniva da secoli che nella Chiesa ci fosse tanto terrore
ad esternare le proprie idee. In questi ultimi anni, si sono
rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante,
inumana, che parla di diritti dell'uomo all'esterno, ma non
li rispetta al suo interno.
Hai dichiarato un numero elevatissimo di santi, ma al tempo
stesso hai ignorato l'inquisizione attuata nei confronti di
teologi e sacerdoti. I nuovi santi, strumentalizzati politicamente
e commercialmente con spese ingenti e conseguenti profitti
per la Curia, sono soprattutto pie suore e fondatori di ordini
religiosi che spesso di "eroico" non hanno nulla.
Uomini e donne (anche donne appartenenti a ordini religiosi)
che si sono distinti per il loro pensiero critico e per la
loro energica volontà di riforme sono stati invece
trattati con metodi da Inquisizione.
Qualcuno dovrebbe raccogliere i frammenti di storia di tutti
i provvedimenti disciplinari, dei processi canonici o delle
precisazioni dottrinali, emanati dal Vaticano negli ultimi
venticinque anni contro quei sacerdoti, teologi e religiosi
che hanno adottato un approccio molto più ampio e flessibile
nel trattare la delicata questione dei rapporti tra annuncio
evangelico, strutture religiose, contesti storico-sociali
e norme morali. Ne emergerebbe, tra l'altro, la storia del
tentativo di difendere la visione della Chiesa come istituzione
- gerarchica, autoritaria e centralista - tutta tesa a tradurre
il messaggio rivoluzionario del Vangelo in norme morali e
giuridiche. Nel Vangelo c'è una parabola nella quale
Gesù paragona il Regno di Dio, quindi la Chiesa, a
un granello di senape, il più piccolo tra semi che
però diventa un albero frondoso, "e fa rami tanto
grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua
ombra": paradigma della Chiesa-altra che sempre più
cattolici sognano e si impegnano a costruire. Una Chiesa inclusiva,
che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio su
nessuno, una "Chiesa degli esclusi e non dell'esclusione",
come ama affermare mons. Jacques Gaillot, vescovo degli esclusi
ed a sua volta vescovo escluso perché rimosso dalla
sua diocesi di Evreux, in Francia.
Nei tuoi ultimi giorni terreni ci hai, invece, dato grandi
insegnamenti; ci hai dimostrato come si soffre e si muore
da cristiani, ci hai insegnato che la morte, quando arriva,
deve trovarci vivi. È stata forse la tua lezione più
alta. Mi resterà sempre impresso nella memoria il tuo
urlo silenzioso, alla finestra del tuo apostolico appartamento
l'ultima volta che ti sei affacciato, quando hai capito che
non saresti mai più riuscito a parlare. Allora, in
quel tuo silenzio straziante, ho ascoltato le urla di dolore
di tutto il XX secolo e di tutti i poveri del mondo. In quel
momento mi sei parso grandissimo e ti ho amato.
Ti saluto, nella certezza che tu, ora, non ti arrabbierai
per quello che ti ho scritto, perché abiti nel "mondo
della verità", come dicono gli anziani delle mie
zone, e leggi nel mio cuore tutto l'affetto che provo per
te e per la nostra Chiesa. Sicuramente, invece, si arrabbieranno
i tuoi collaboratori e i miei diretti superiori; ma non importa,
da te ho imparato che bisogna sempre dire e amare "lo
splendore della verità".
Arrivederci in Paradiso.
don Vitaliano Della Sala
parroco rimosso di Sant'Angelo a Scala (Av)
Adista
n° 27 del 16 aprile 2005
L'elenco
degli articoli sulla morte del Papa contenuti in questo sito:
|