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Arrestiamo l'ingiustizia: è terrorista.
In un manifesto l'identikit
DOC-1245. MADRID-ADISTA. Di terrorismo,
delle sue manifestazioni e azioni, in particolare dall'11 settembre
ad oggi, si è parlato e si parla in tutti gli organi
d'informazione e nei più vari ambienti. Poco è
affrontata, invece, la questione della madre di tutti i terrorismi:
l'ingiustizia. E se il terrorismo armato provoca la morte di
molte persone, di migliaia di persone anche, il terrorismo dell'ingiustizia
uccide milioni di persone: di fame, di malattia, di guerre,
di violenza, di sradicamento. L'argomento è sviluppato
nel "Manifesto sul terrorismo dell'ingiustizia (a proposito
della campagna internazionale contro il terrorismo)", pubblicato
sull'ultimo numero della rivista spagnola "Exodo",
edita dal Centro Vangelo e Liberazione. Di seguito, il testo
integrale in una nostra traduzione.
Manifesto
IL TERRORISMO DELL'INGIUSTIZIA
Benjamin Forcano, Rafael Díaz Salazar, Julio Lois, Evaristo
Villar
In mezzo al conflitto non si può essere
neutrali
Convinti che l'umanità abbia un destino comune,
che tutti i popoli possiedono la stessa dignità e gli
stessi diritti, che le relazioni tra loro devono fondarsi su
la fiducia reciproca, il rispetto e la cooperazione, desideriamo
esprimere pubblicamente il nostro pensiero, come un ulteriore
contributo per fare chiarezza sui problemi delle attuali tensioni
internazionali.
Mai in tema di etica, e ancora meno se di questa portata, si
può essere neutrali. Il silenzio denuncia perlomeno un
implicito assenso a quanto sta accadendo e una perdita dell'atteggiamento
evangelizzatore profetico che deve contraddistinguere i seguaci
di Gesù di Nazaret.
Questa nostra dichiarazione si fonda sulla situazione sorta
tra i Paesi ricchi e quelli impoveriti. È già
un dato evidente che questa situazione non è nata per
caso, ma come conseguenza di una serie di politiche guidate
dall'egoismo nazionale, dal lucro e dall'ansia di dominare altre
nazioni. Simili politiche producono emarginazione, arretratezza,
malattia, analfabetismo, povertà, fame, esclusione, umiliazione,
sofferenza, emigrazione e altri effetti che pesano negativamente
sui popoli che si cerca di sfruttare e dominare.
La violenza delle religioni manipolate
In questo senso, intendiamo smascherare il ricatto
che la politica occidentale, Stati Uniti in testa, pretende
di produrre sull'opinione pubblica presentando il fenomeno del
terrorismo attuale come effetto di uno scontro di etnie, culture
o religioni.
Non neghiamo il ruolo che il fattore religioso ha rappresentato
nelle violenze e nelle guerre della storia, però questa
presenza non poche volte è stata manipolata da interessi
e poteri politici, ottenendo in questo modo che le religioni
si allontanassero dalla loro missione primigenia di assicurare
fratellanza e pace.
I fanatismi religiosi sono reali, però più che
scaturire dalla violenza, il più delle volte derivano
da altri fattori primordiali. In questo senso, il fattore religioso
può svolgere un lavoro di legittimazione del fondamentalismo
economico più barbaro. Ancora c'è chi crede che
il neoliberismo sia nemico dell'empietà e difenda i grandi
valori religiosi, quando in realtà quello che questo
neoliberismo produce è ingiustizia e, di conseguenza,
violenza, repressione e perfino terrore.
La violenza originale e originante ingiustizia
Riteniamo che il fattore primordiale della violenza
sia l'ingiustizia imposta dal capitalismo mondiale attraverso
le multinazionali e le altre istituzioni in collaborazione con
i poteri economici e politici dominanti.
Vogliamo sottolineare che la violenza originale e originante
è quella prodotta, oggi e nel passato, dall'ingiustizia
strutturale, che appartiene agli Stati con maggior potere economico,
e vincolata all'Ordine mondiale, che è quello che genera
disuguaglianze tra popoli ricchi e poveri.
Basta analizzare i dati:
- nel 1997 il 20% della popolazione più ricca del pianeta
si è ripartita l'86% della ricchezza mondiale;
- solo nel 1999 i Paesi indebitati hanno trasferito ai loro
creditori 114.600 milioni di dollari;
- il debito estero è uno strumento di guerra contro i
Paesi poveri: il debito dei Paesi poveri è dell'ordine
di 2,5 miliardi di dollari. Lo pagano con un coltello alla gola.
Quello degli Stati Uniti è di sei miliardi di dollari.
Ma nessuno obbliga gli Stati Uniti a pagarlo;
- degli 800 milioni di abitanti dell'Africa, più di 400
vivono con meno di un dollaro al giorno e sono denutriti. Nel
2000 le multinazionali hanno investito nel mondo un miliardo
270mila milioni di dollari. L'Africa è riuscita ad attrarre
solo l'1% di questi investimenti;
- centinaia di milioni di persone si addormentano con la fame.
Un quarto della popolazione non ha mai avuto un bicchiere di
acqua potabile;
- solo a causa dell'Aids sono morte 22 milioni di persone e
36 milioni sono contagiate;
- non va omesso che la differenza tra Paesi ricchi e Paesi poveri
lungi dal diminuire è andata aumentando. Nel 1820 il
rapporto era di 3 a 1; nel 1992 di 72 a 1.
È un inganno colossale voler chiudere gli occhi su questa
realtà e attribuirla senza dubbio a episodi di fanatismo
religioso. La realtà è questa e non c'è
altra via per la comprensione e la soluzione delle sue contraddizioni
che guardarla in faccia e chiamarla per nome. Ci sono politiche
ingiuste ed esecrabili, fondate sull'egoismo, la dominazione
e la disuguaglianza, che negano la dignità e i diritti
fondamentali delle persone e dei popoli. Queste politiche generano
ingiustizia, provocano miseria e oppressione e accrescono la
frustrazione e l'odio fino alla disperazione.
Non smette di essere istruttivo e confortante che, nonostante
tutte le cortine di fumo, l'analisi che fa la maggior parte
degli scienziati, dei sociologi e dei politologi va in questa
direzione: non si può eliminare il terrorismo senza porre
fine a quelle situazioni che favoriscono e accumulano ingiustizia.
Quando le persone sfruttate e sottomesse decidono di esigere
i loro diritti e porre fine all'ingiustizia imposta, allora
la violenza originale fa reazione con la violenza repressiva
e, nel caso, con la violenza terrorista. Perché terrorismo,
scrive Ignacio Ellacuría, "non è quello che
fanno coloro che a priori sono chiamati terroristi, ma sono
terroristi quelli che fanno terrorismo, oggettivamente definito
come tale". E, in questo senso, la violenza strutturale
originale agisce molte volte come violenza terrorista.
La farsa offensiva del dualismo tra il Bene e
il Male
Non possiamo ammettere che, contro la realtà
personale e storica dell'essere umano, si cerchi di stabilire
una linea divisoria tra il Bene e il Male, collocando gli uni
da una parte (i terroristi) e gli altri dall'altra (i non terroristi):
"Chi non sta con noi, sta con il terrorismo".
Questa affermazione denota un grande semplicismo. Per la semplice
ragione che è uno solo (l'attuale imperatore del mondo)
che, a suo uso e consumo, definisce chi sono i terroristi, senza
definire prima in cosa consiste il terrorismo; e che la definizione
la dà considerando se stesso esente da terrorismo. Solo
a partire da questa premessa si può lanciare una campagna
unilaterale antiterrorista, con la sicurezza che, coloro che
la condividono, obbediranno più per paura che per convinzione.
Conviene segnalare fino a che punto questa impostazione nasconda
un atteggiamento di superbia e di disprezzo verso gli altri
popoli, la convinzione razzista e xenofoba che il proprio superiore
livello di vita sia dovuto e la blasfema confessione che questa
differenza abissale si deve, in ultima istanza, a Dio, ed è
Lui che la benedice.
Con un po' di senso comune e un pizzico di filosofia si capisce
che questa impostazione è grossolana. Mai il Bene e il
Male, trattandosi di cose umane, si trova dall'una o dall'altra
parte in modo netto. Non ci sono persone che incarnano l'uno
o l'altro. Ma a Bush torna utile giocare sul tavolo dell'umanità
con il dualismo del Bene e del Male, come fossero pedine bianche
o nere, con la particolarità che lui decide quali sono
le pedine nere. È il gioco pericolosamente insinuante
delle parole, soprattutto a partire dall'11 settembre del 2001.
La caduta delle Torri Gemelle di New York è stato un
attentato tragico, ma anche un pretesto d'oro per ordire la
campagna mondiale contro il terrorismo, cioè, contro
il male. Tutto il mondo sa che quest'atto di violenza terrorista
non è stato il primo né il più grande.
Ci sono stati massacri così desolanti come questo, sebbene
sicuramente meno spettacolari. Però in questo caso rappresentava
una ferita storica, perché le Torri Gemelle erano il
santuario del dio denaro, della legge del commercio globale,
del mercato totale. E questo Dio è stato assassinato,
nel suo stesso tempio, da quelli che da tempo si sollevavano
contro il suo dominio.
Ai nostri giorni l'impero nordamericano, e la coorte degli Stati
che lo assecondano, non tollerano che nessuno esca dal perimetro
del loro dio: il mercato totale che deve dominare tutti gli
angoli del mondo.
La morte della giustizia e della democrazia
La giustizia, diceva José Saramago nella
fase conclusiva di Porto Alegre, continua a morire tutti i giorni.
Molti hanno confidato in essa, l'hanno attesa giorno per giorno:
"una giustizia compagna quotidiana degli uomini, una giustizia
per la quale il giusto sarebbe sinonimo, più esatto e
rigoroso, di etico, una giustizia che arrivi ad essere tanto
indispensabile per la felicità quanto è indispensabile
per la vita l'alimento del corpo, una giustizia nella quale
si manifesti, come ineludibile imperativo morale, il rispetto
per il diritto ad esistere che spetta ad ogni essere umano
Se ci fosse questa giustizia, non un essere umano in più
morirebbe di fame o di tante sofferenze incurabili solo per
alcuni e non per altri. Se ci fosse questa giustizia, l'esistenza
non sarebbe, per oltre la metà dell'umanità, la
condanna terribile che è stata".
La giustizia, l'unica che fermerà il terrorismo e porterà
la pace, ci obbliga ad alzarci in piedi, a renderci conto del
non rispetto dei Diritti umani promulgati cinquant'anni fa,
a vivificare partiti politici in disarmo e movimenti sindacali
burocratizzati, a studiare la decadenza delle cosiddette democrazie
e riempirle con una partecipazione diretta del popolo, a stabilire
alcune nuove relazioni fra gli Stati e il potere economico e
finanziario mondiale.
Sono anni che le Nazioni Unite hanno fissato una serie di conferenze
e vertici internazionali al fine di affrontare l'insieme dei
problemi prodotti dall'asimmetria della globalizzazione, con
la convinzione che la lotta contro la povertà era, oltre
che un imperativo morale, un'esigenza pratica per la stabilità
del sistema.
La conferenza intergovernativa celebrata ultimamente in Messico
si è conclusa con un documento, il "Consenso di
Monterrey", che lascia poco spazio all'ottimismo. Esso
esige chiare riforme e impone condizioni strette ai Paesi poveri,
mentre ai Paesi sviluppati a mala pena vengono richiesti cambiamenti
nelle istituzioni più importanti, precisamente quelle
che regolano i meccanismi di scambio commerciale e di aiuto
ai Paesi più bisognosi. L'aiuto (lo 0,39% del Pil come
media per il 2006) è inferiore del 44% a quello già
accordato negli anni '90. Quella che si impone è l'unilateralità
dei Paesi donatori, già che sono essi stessi ad essersi
accaparrati il 66% dei voti nel Fmi e nelle altre istituzioni.
Nessuno può credere che renderanno effettivi gli aiuti
per rispettare gli obiettivi della Dichiarazione del Millennio,
che la Banca Mondiale ha valutato fra i 40mila e i 60mila milioni
di dollari annuali.
Purtroppo, gran parte degli accordi fatti nel passato sono rimasti
relegati al capitolo delle buone intenzioni e altrettanto succederà
con i presenti.
Proposte per il cambiamento e il miglioramento
Suggeriamo alcune proposte che da più parti
si intendono come chiave imprescindibile per un cambiamento
concreto nell'ordine internazionale:
- porre fine alla dittatura dei mercati finanziari mediante
la creazione di meccanismi democratici planetari.
- Fermare il capitalismo finanziario che, attraverso l'Organizzazione
Mondiale del Commercio (Omc), decide senza nessun controllo
politico la sorte dei popoli basandosi unicamente sul criterio
del beneficio e sempre a favore dei più forti.
- Sopprimere il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che, dopo
aver cambiato la sua funzione a partire dagli anni '70, opera
antidemocraticamente, dispone di meccanismi di embargo ed è
il principale responsabile del fallimento dello sviluppo dei
Paesi poveri. Il Fondo Monetario Internazionale non è
riformabile, bisogna sopprimerlo. E sostituirlo con un sistema
di rappresentanza che tocchi a ruota a tutti i governi del pianeta.
- Riformare la Banca Mondiale che, con la sua politica di investimenti,
provoca danni irreparabili all'ambiente. La sua politica deve
essere sottomessa al controllo democratico dei parlamenti nazionali
ed essere oggetto di negoziati trasparenti.
- Impedire che, di fronte alla globalizzazione neo-liberista,
ambiti fondamentali della vita umana ricadano sotto la dinamica
e il dominio mercantilista. Controllare e regolare i mercati
finanziari perché non facciano quel che vogliono. Controllare
i movimenti di capitali, combattere i paradisi fiscali, ispirandosi
alla Tobin Tax e rendere realtà la solidarietà
con i Paesi del Sud, mettendo fine ai piani di aggiustamento
strutturale che delegittimano gli Stati, sviliscono la sovranità
nazionale e sottomettono le società, non le élite,
agli obblighi inflessibili del Fmi.
Idolatria del denaro e ateismo religioso
Pur nella loro situazione di povertà, i Paesi
del Terzo mondo raramente pongono la questione di Dio in termini
di negazione della sua esistenza come condizione per uscire
dall'alienazione e permettere all'uomo di rientrare in possesso
dei suoi poteri. In Occidente sì che il cammino verso
la liberazione umana lo si fa passare, nella modernità,
per la negazione di Dio.
Tuttavia, lo stesso Occidente sicuramente sospetta che, dopo
aver decretato la morte di Dio, ha eretto altri dei che lo sostituiscono
e svolgono le stesse sue funzioni. È significativo che
i poteri soprattutto economico-politici si presentino come difensori
della religione e di Dio stesso, quando in realtà il
dio che essi adorano è il dio Mammona, venerato segretamente
nel santuario dei loro affari.
Questo dio materialista rappresenta una negazione diretta della
fede cristiana, è l'idolatria del denaro: l'ingiustizia
che genera definisce l'incompatibilità con la fede.
In questo senso, il compito fondamentale di chi crede in Gesù
di Nazaret è "deidolatrizzare", intendendo
con ciò il sottrarsi agli dei storici che, nel nostro
contesto attuale, configurano e dominano la vita sociale, soprattutto
nell'aspetto economico ingiusto e in altri aspetti che l'accompagnano
come derivazione e giustificazione. Il dominio che questi idoli
esercitano si presenta come inappellabile, indiscutibile e intoccabile,
come se si trattasse di dei, impongono la propria ortodossia
(ideologia) e si alimentano del sacrificio di milioni di vittime.
L'impostazione di Gesù di Nazareth è inequivocabile:
"Non si possono servire due padroni: la fede in Dio esclude
la fede nel dio denaro". Perché i signori del denaro,
se riescono ad insediarsi nel cuore umano e nelle istituzioni
del potere, esigono il proprio culto, un culto che diventa,
se è necessario, assassino.
Ci addolora che la Chiesa cattolica, di cui noi siamo membri,
e che cumula una sapienza e un'esperienza più che secolari
sull'unità e sulla fraternità dei popoli, non
abbia fatto sentire in questi momenti, con il rilievo e la forza
necessari, l'autorità morale del suo insegnamento e lo
abbia nascosto vergognosamente, dando luogo ad una significativa
e imperdonabile omissione e al conseguente discredito sia tra
quelli che ne fanno parte, sia tra quelli che la guardano dall'esterno.
Crediamo che, se sono importanti i problemi della morale familiare
e sessuale, non lo sono di meno quelli che si aprono nel campo
delle relazioni socioeconomiche e politiche. Tuttavia, è
verso i primi che la Chiesa mostra una sollecitudine puntuale
ed estrema, e verso i secondi una incomprensione clamorosa che
risulta intollerabile nelle circostanze attuali.
Denunciamo questa posizione pseudocristiana, che rifugge dall'impegnarsi
nei disegni e nei conflitti della storia, come se questo compito
non le incombesse o dovesse rimandarlo oltre la vita. Questa
fuga contraddice lo spirito del Vangelo. Pensiamo che la fede
è inse-parabile dalla giustizia, dalla fraternità
e dall'amore, che bisogna verificare nella storia e nella società
terrene e che, quando si procede in senso contrario, si amputano
aspetti essenziali del messaggio evangelico.
Tratto da Adista
n°56 del 16 luglio 2002
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