L’agghiacciante libro di David Stannard
è un’accorata orazione funebre in memoria delle
vittime del più grande genocidio della storia dell’umanità.
Un genocidio peggiore di tutti quelli, già terribili,
che il Novecento ha iscritto a sua vergogna messi insieme:
gli stermini, cioè, di armeni, filippini, zingari,
ebrei, tibetani, vietnamiti, bengalesi, timoresi, cambogiani,
curdi, tutsi, bosniaci e palestinesi. Un genocidio che ha
obliterato il novantacinque per cento della popolazione dell’intero
continente americano, un numero imprecisato ma enorme di popolazioni,
lingue e civiltà.
La prima parte del libro di Stannard cerca di ristabilire
la verità dei fatti, in genere sotterrata dalle menzogne
coloniali e cinematografiche che ancor oggi rappresentano
le popolazioni precolombiane come scarse, selvagge e incivili.
Esse non apparvero così ai primi conquistadores,
che oltre ad approfittare della loro ospitalità si
stupirono della bellezza della loro arte e della ricchezza
delle loro città: alcune delle quali, come Tenochtitlàn
o Cuzco, erano parecchie volte più estese e popolate
di Siviglia o Londra. Quanto al numero di abitanti delle
Americhe, esso si aggirava tra i cento e i centocinquanta
milioni: una popolazione superiore a quella dell’Europa
dell’epoca, Russia compresa. Venti milioni di persone,
sei volte la popolazione dell’Inghilterra, vivevano
nella sola valle del Messico, e altrettante nell’America
settentrionale.
Anche la diversità culturale e linguistica americana
superava di gran lunga quella europea: basta pensare che
un recente censimento dei popoli indiani tuttora esistenti
in Nord America ha registrato ottocento diverse nazioni,
la metà delle quali formalmente riconosciute dal
governo degli Stati Uniti. La straordinaria varietà
delle civiltà susseguitesi nell’America precolombiana
si può apprezzare ancor oggi, nonostante i saccheggi
e le distruzioni, visitando i musei dell’oro di Bogotà
e La Paz, o i siti archeologici anasazi della Mesa Verde,
olmechi di La Venta, zapotechi di Monte Albàn, maya
dello Yucatàn, aztechi di Città del Messico,
nazca a sud di Lima, chimù di Chan-Chan e inca di
Machu Picchu, per non citare che alcuni dei più conosciuti.
La seconda parte del libro di Stannard costituisce l’atto
di accusa di un immaginario processo a carico di spagnoli,
portoghesi, inglesi e statunitensi di fronte al tribunale
della storia: un processo che, se celebrato, farebbe retrocedere
quelli di Norimberga e dell’Aia al ruolo di mere appendici.
Le imputazioni riguardano quattro secoli di ininterrotti
massacri, perpetrati tra il 1494 e il 1891: cioè,
tra la prima mattanza spagnola a Santo Domingo (allora Hispaniola)
e l’ultima statunitense a Wounded Knee. Il numero
di morti varia, a seconda delle stime, fra i settantacinque
e i cento milioni: in altre parole, un quarto della popolazione
mondiale dell’epoca.
Naturalmente questi numeri tengono conto soltanto delle
vittime “indigene” e dovrebbero essere integrati
dai numeri delle vittime “importate” dal commercio
degli schiavi, che fiorì già a partire dal
1517. Fra i trenta e i sessanta milioni di negri morirono
infatti nelle marce forzate verso la costa occidentale dell’Africa,
nei campi di concentramento noti come baracoons, a bordo
delle galere e nel processo di “acclimatazione”
nelle Americhe, mentre una buona parte dei dieci o quindici
milioni di sopravvissuti perirono di stenti durante il lavoro
forzato. Ma l’“olocausto africano”, tragico
complemento di quello americano, è un’altra
storia.
Quanto allo sterminio americano, esso iniziò nel
momento stesso della scoperta del Nuovo Mondo. Poche ore
dopo aver toccato terra nel 1492, Colombo aveva già
catturato sei nativi, dei quali scrisse che “dovrebbero
essere buoni schiavi e sarebbero facilmente divenuti cristiani”.
Il genocidio vero e proprio iniziò a Hispaniola nel
1494, con il secondo viaggio “di scoperta”:
nel giro di pochi mesi le malattie, i soldati, i preti e
i cani da caccia del “Portatore di Cristo” avevano
ammazzato cinquantamila “indiani”, e in vent’anni
gli otto milioni di abitanti dell’isola erano scomparsi.
La pestilenza europea, letterale e metaforica, travolse
successivamente Cuba, i Caraibi, il Messico, il Perù,
il Brasile, il Venezuela, la Florida, la Virginia, la Georgia,
il New England, il Massachussetts, il Colorado e la California:
una via Crucis in cui furono usati tutti quei mezzi di sterminio
di massa, dai campi di concentramento ai trasferimenti forzati
di popolazioni, che in genere si pensa siano stati monopolio
di Hitler e Stalin.
Nella terza e conclusiva parte del libro, Stannard va alla
ricerca delle ragioni che hanno portato spagnoli, portoghesi,
inglesi e statunitensi al macello dei popoli americani.
Queste ragioni sono identificate, sostanzialmente, nel cristianesimo:
non sorprendentemente, visto che già Elie Wiesel,
premio Nobel per la pace nel 1986, aveva notato che “tutti
gli assassini dell’Olocausto erano cristiani, e il
sistema nazista non comparve dal nulla, ma ebbe profonde
radici in una tradizione inseparabile dal passato dell’Europa
cristiana”. Anche le connessioni con il nazismo non
sono sorprendenti, visto che da un lato il Mein Kampf modellò
esplicitamente il suo progetto sulla “fanatica intolleranza”
che caratterizza la storia della Chiesa cattolica, e dall’altro
lato Hitler espresse apertamente la propria ammirazione
per l’“efficienza” della campagna statunitense
di sterminio contro gli indiani, considerandola una sorta
di anticipazione della propria soluzione finale.
Più precisamente, Stannard identifica nel dogmatismo
della rivelazione biblica, nel delirio della predilezione
divina, nel razzismo della superiorità europea, nel
fanatismo dell’evangelizzazione, nel disprezzo della
natura e nell’orrore della sessualità le radici
cristiane di un’ideologia che concepì e perseguì
la conquista, lo sfruttamento e la devastazione dei territori
“selvaggi” d’oltreoceano da un lato, e
la conversione forzata, la schiavizzazione e il massacro
dei loro “impudichi” abitanti dall’altro.
Il genocidio americano, indistinto e generalizzato, non
ebbe però motivazioni uniformi. Gli spagnoli e i
portoghesi, interessati a sfruttare le ricchezze dell’America
centrale e settentrionale, considerarono gli indiani come
animali da lavoro da sfiancare e rimpiazzare. Gli inglesi
e gli statunitensi, intenzionati a occupare il territorio
dell’America settentrionale, videro invece gli indiani
come un impedimento da rimuovere ed eliminare. Se nel primo
caso il genocidio fu un mezzo subordinato allo sfruttamento,
e permise all’America Latina di mantenere una rappresentanza
indiana consistente, per quanto repressa e sottosviluppata,
nel secondo caso la pulizia etnica fu invece un fine autonomo
perseguito in maniera sistematica.
Cinquecento anni dopo la conquista l’America porta
il nome di un italiano, parla tre lingue europee e adora
una divinità mediorientale. Le lingue e le religioni
indigene sono scomparse, il novantacinque per cento degli
indiani è stato annientato e il novantacinque per
cento delle ricchezze del continente è stato depredato.
Ma le due anime della conquista hanno condizionato diversamente
la storia del continente. In accordo con la dottrina Monroe,
oggi “l’America è degli americani”:
cioè degli Stati Uniti, che insieme all’Europa
urlano reclamando vendetta per le pagliuzze del terrorismo,
ma non chiedono perdono per le travi del genocidio neppure
sottovoce.
Testo di Piergiorgio Odifreddi
David E. Stannard
Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo
ed. orig. 1993, trad. dall’inglese di Carla Malerba,
pp. 455, 32 ill., € 38,73, Bollati Boringhieri, Torino
2001