Le
frontiere maledette del Medio Oriente di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991 pp. 274
Introduzione
Nell'autunno del 1988 lessi una agghiacciante
considerazione espressa da Israel Shahak, presidente della
Lega israeliana dei diritti dell'uomo, che scriveva: "In
quali condizioni l'attuale gruppo dirigente israeliano potrà
operare il desiderato "trasferimento" di grande
ampiezza (l'argomento era l'espulsione dei palestinesi dai
territori occupati, n.d.a.) e continuare nello stesso tempo
a ricevere l'ugualmente desiderato denaro americano? (...)
La migliore risposta che io posso proporre a questa domanda
essenziale è che il "trasferimento" potrà
essere tentato in due circostanze: o per una guerra a iniziativa
di Israele, o in una situazione in cui gli interessi americani
in Medio Oriente, cioè i giacimenti petroliferi del
Golfo, fossero seriamente minacciati e i regimi filoamericani
fossero in pericolo di tracollo. Israele si presenterà
in questo caso come il solo alleato di peso per gli americani
nella regione (...) La mia opinione è che (...) Israele
diverrà un alleato talmente importante per gli Stati
Uniti che "in quanto difensore della civiltà occidentale
nella regione" (espressione spesso usata dalla propaganda
sionista negli Stati Uniti, anche se un po' meno da quando
la televisione ha mostrato le immagini dell'Intifada) avrà
diritto di applicare una politica di tipo nazista, come ad
esempio l'espulsione totale. Non dimentichiamo che anche i
nazisti all'epoca pretendevano di "difendere la civiltà
occidentale contro il comunismo" e che molti lo credettero"
.
Era una previsione che di fatto conduceva all'idea dell'imminenza
di una guerra.
Con tutta evidenza non era una sola guerra che Shahak vedeva
come possibile, dal suo posto di osservazione privilegiato,
ma due: una guerra arabo-israeliana e una guerra americana
per il petrolio. A conti fatti, queste due guerre tornavano
poi a fondersi in una sola. Tutti quelli che si occupano di
problemi mediorientali tengono sempre a mente che dal dicembre
1981 gli Stati Uniti ed Israele sono uniti da un trattato
di alleanza strategica. Vi sono clausole segrete e clausole
segretissime di questo trattato. La parte segretissima impegnerebbe
gli USA ad aiutare gli israeliani a fabbricare missili a testata
nucleare, secondo le affermazioni del giornale saudita Al
Sharq Al Awsit, pubblicato a Londra. Quanto alla parte che
è soltanto segreta, questa viene citata sistematicamente
dalla stampa israeliana. Per usare le parole del Jerusalem
Post, gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1981 l'impegno
di "preservare la superiorità di Israele nei confronti
della coalizione araba". In altre parole, il Pentagono
ha fornito la garanzia di mantenere lo Stato ebraico in una
condizione di supremazia militare assoluta su tutti gli eserciti
arabi riuniti. La forza militare di tutti gli Stati arabi
messi insieme non dovrà mai superare, in particolare
dal punto di vista qualitativo, quella di Israele. Questo
accordo evidenzia nel modo più esplicito l'importanza
ed il ruolo che Israele assume in Medio Oriente e nella strategia
americana.
La ricerca della superiorità militare assoluta comporta
in se stessa la bivalenza difensiva-offensiva. Dubbi non possono
comunque sussistere giacché sempre nel dicembre 1981
l'allora ministro della Difesa israeliano, il generale Ariel
Sharon, definì con la massima precisione gli obiettivi
della politica militare israeliana: "La sfera di interesse
strategico di Israele deve essere allargata fino a includervi,
negli anni Ottanta, paesi come Turchia, Iran e Pakistan e
aree come il Golfo Persico e l'Africa".
Per conseguenza non esistono due politiche, una americana
e una israeliana per il Medio Oriente; le due politiche in
ultima analisi sono una sola, poiché finiscono sempre
per integrarsi. Ogni fattore è ricondotto al problema
centrale, quello che costituisce il nocciolo della questione,
il dominio strategico del Medio Oriente e la "vigilanza"
sui paesi arabi.
Ancor meno esistono singoli problemi separabili dal contesto
generale. In senso ora attivo ora passivo, l'uno influenza
l'altro. Non c'è un problema palestinese separato da
quello dell'immigrazione degli ebrei sovietici, dal problema
del nazionalismo arabo, dal problema dell'integralismo islamico,
dal problema del prezzo del petrolio, dal problema della regolazione
dell'estrazione del greggio, dal problema dell'armamento arabo,
dal problema della potenza militare israeliana. Schematicamente,
se i palestinesi vengono attaccati da Israele perché
gli ebrei sovietici nuovi arrivati hanno bisogno di spazio,
il nazionalismo arabo esplode, l'integralismo islamico chiede
la guerra santa, gli arabi sotto la spinta delle masse brandiscono
l'arma del petrolio e tendono ad armarsi e la potenza militare
israeliana tende a distruggere l'armamento arabo. La concatenazione
può essere invertita partendo da ognuno di questi fattori.
È difficile immaginare il modo in cui sarebbe possibile
disinnescarne anche uno soltanto. La dinamica di ciascuno
possiede una propria traiettoria infallibile che conduce sempre
allo scontro militare.
C'è un dosaggio che la diplomazia definisce "equilibrio".
Il difetto del dosaggio è che, nella realtà,
esso consiste nel contenimento forzoso della potenzialità
esplosiva di ciascun fattore, contenimento che prevede inevitabilmente
l'uso di una certa quantità di forza o quantomeno di
costrizione, e per conseguenza produce un certo grado di tensione.
Assomiglia al processo che si compie in una pentola a pressione
sotto cui è permanentemente acceso un fuoco o un fuocherello.
Solo che in questo caso in ogni pentola non c'è acqua,
c'è una miscela esplosiva, che quando scoppia produce
grande calore e minaccia di provocare una deflagrazione generale
di tutte le pentole, per simpatia.
Perché ciò sia chiaro vorrei dare al lettore
l'esempio di come è stata "costruita" la
guerra che chiamiamo convenzionalmente del Kuwait, e nella
quale il Kuwait è in fondo il più trascurabile
degli elementi.
Dal 1988 mi sono proposto di accumulare documentazione sul
Medio Oriente cercando di identificare gli stati di avanzamento
del processo che può condurre alla "soluzione
finale" del problema palestinese com'è prospettata
da Israel Shahak, cioè l'espulsione militare dei palestinesi
dalla Cisgiordania.
Il 1988 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico
in Medio Oriente, poiché vide terminare (l'8 agosto)
la guerra fra Iran e Irak, con un nulla di fatto che lasciava
affacciate sul Golfo Persico due potenze militari duramente
provate, ma insieme agguerrite, con due corpi di battaglia
dotati di grande esperienza di combattimento e nel complesso
più forti di quando avevano iniziato la guerra. In
particolare l'Irak poteva vantare 55 divisioni, 700 aerei,
5.500 carri armati, una potentissima artiglieria e 2.500 missili
di vario tipo.
Il problema del rapporto di forze tornava quindi a proporsi,
ma non più soltanto per Israele, bensì soprattutto
per gli Stati Uniti, i quali nel corso degli otto anni del
conflitto Iran-Irak avevano giocato (con intelligenza o con
stupidità sarà la storia a dirlo) la carta del
laico Saddam contro il fanatico Khomeini, che, in termini
più vicini alla realtà politica, è come
dire che avevano armato il nazionalismo arabo iracheno per
indebolire l'integralismo islamico iraniano.
Anche il 1989 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico,
ma per un diverso motivo. La distensione, l'evoluzione politica
intervenuta all'interno dell'Unione Sovietica, i mutamenti
nell'Est europeo, aprirono la strada a una nuova ondata di
emigrazione ebraica verso Israele. Ciò diede la concreta
possibilità ai sionisti di mettere in esecuzione i
vecchi piani di espansione demografica (portare gli abitanti
dello Stato ebraico a 7 milioni entro il duemila) che erano
rimasti un miraggio fino a quando l'URSS, per rispetto verso
gli arabi, aveva impedito l'espatrio agli ebrei. Mi limiterò
qui a elencare cronologicamente i fatti che, a mio modo di
vedere, hanno segnato la progressiva corsa verso lo scontro.
Il 16 settembre 1989, prendendo in esame la decisione americana
di limitare l'afflusso di ebrei sovietici negli Stati Uniti,
il primo ministro israeliano Itzhak Shamir disse: "Gli
ebrei vogliono lasciare l'Unione Sovietica. Diciamo pure che
preferirebbero l'America a Israele. Ma non possono andare
in America. Quindi verranno in Israele". Già da
mesi l'arrivo di una grande ondata immigratoria dall'Est e
dall'URSS era causa di un acceso confronto politico all'interno
di Israele. I movimenti estremisti invitavano incessantemente
nei loro interventi all'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania
manu militari. Le prese di posizione ufficiali di Shamir,
nel suo doppio ruolo di esponente delle tendenze estremistiche
prevalenti in Israele e di capo dell'esecutivo, contenute
in una serie di interviste pubblicate con grande rilievo dalla
stampa israeliana, sono la traccia più significativa
per seguire l'evoluzione della situazione dal lato dello Stato
ebraico.
Nel febbraio del 1990 Shamir causò una tempesta politica
internazionale dichiarando: "Un grande Israele è
necessario per installarvi tutti gli ebrei sovietici".
"Grande" è un'espressione ambigua, che può
essere molto minacciosa in bocca a un sionista, come il lettore
apprenderà leggendo questo libro. Il 3 marzo, mentre
l'interesse del mondo era concentrato sull'ipotesi di trattative
in vista di una soluzione del problema dei territori occupati,
Shamir fu interrogato su che cosa avrebbe dovuto fare l'OLP
per rendersi accettabile come interlocutore nei colloqui di
pace. La sua risposta lapidaria fu mirata per liquidare ogni
possibilità di trattativa: "L'unica cosa che può
fare è sciogliersi, perché la sua richiesta
minima è uno Stato palestinese e uno Stato palestinese
non può coesistere con Israele". A ben riflettere,
con questo Shamir introduceva già un'ipotesi di guerra,
in quanto ignorava ogni possibilità di pace. Se infatti
la sola possibilità di pace consiste nel dare ai palestinesi
lo Stato che ormai tutta l'umanità riconosce loro come
un diritto, il negare qualunque possibilità di coesistenza
equivale a ipotizzare la guerra come unico mezzo da parte
araba per conseguire la realizzazione del diritto, e da parte
israeliana per impedirlo.
Nella stessa intervista del 3 marzo Shamir affrontava in chiaro
il problema degli ebrei sovietici: "Il popolo ebraico
deve concentrare tutti i suoi sforzi e tutte le sue capacità
nell' assorbimento dell'immigrazione sovietica. Deve far venire
qui e insediare il massimo numero di ebrei sovietici entro
la fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli altri
problemi politici e sociali a questo dovere. Io propongo che
tutti i leaders di Israele si occupino esclusivamente dell'immigrazione
sovietica". Infine anticipava più precisamente
l'evoluzione che ci si doveva attendere dallo Stato ebraico:
"(...) Una grande immigrazione ha bisogno di uno Stato
forte". Il portato ovvio di questa politica era che Israele
doveva far conto soprattutto, se non esclusivamente, sulla
sua potenza militare, tanto offensiva quanto difensiva.
Il 21 giugno 1990, in un'altra intervista dall'intonazione
solenne, Shamir sottolineava la natura di sfida agli arabi
che l'immigrazione di massa di ebrei sovietici assumeva. Un
giornalista gli aveva chiesto: "Alcuni credono che il
deterioramento della situazione ci porterà a una guerra".
"Dopo un intervallo di relativa tranquillità voci
di guerra si ricominciano a sentire nel mondo arabo (...)
Questa volta è l'Irak", rispose Shamir. "Alcuni
paesi arabi sono realmente sinceri quando dicono che è
l'immigrazione stessa che crea il pericolo di guerra (...)"
"Allora gli arabi sono giustificati nella loro paura
dell'immigrazione", aveva insistito il giornalista. Shamir
non si lasciò sfuggire l'occasione di lanciare il suo
messaggio finale: "Hanno ragione, dal loro punto di vista,
perché questa immigrazione è la vera vittoria
del sionismo e di tutto ciò che Israele significa".
Ancora una volta bisogna ricorrere alla storia per comprendere
"tutto ciò che Israele significa", e rimando
il lettore al contenuto del libro.
Uno stillicidio di notizie di significato inequivocabile faceva
da contorno agli orientamenti generali enunciati da Shamir,
indicando come drammaticamente vicino nel tempo il momento
in cui la politica israeliana avrebbe urtato contro la resistenza
del mondo arabo. Il 20 gennaio 1990 il generale Yitzhak Mordechai,
comandante delle truppe israeliane in Cisgiordania, annunciò
che la soluzione militare contro l'Intifada era ormai, più
che una possibilità, una certezza, affermando senza
condizionali: "La rivolta sarà schiacciata da
una posizione di forza con la potenza delle forze armate israeliane".
L'ipotesi di Israel Shahak relativa alla causa scatenante
di un nuovo conflitto arabo-israeliano cominciava così
a prendere forma concreta.
In marzo Israele stabilì la censura militare su tutte
le notizie riguardanti l'arrivo degli immigrati dall'Est e
dall'URSS. Alla fine di marzo i servizi segreti americani
e inglesi provocarono il sequestro di 40 detonatori nucleari
diretti all'Irak. Il 2 aprile, Saddam Hussein dichiarò
che la campagna di stampa scatenata contro l'Irak sulla base
di questo episodio aveva lo scopo di fornire una giustificazione
ad un attacco "chirurgico" da parte di Israele contro
le industrie militari irachene, analogo a quello che aveva
lanciato nel 1981 contro il reattore nucleare "Osirak".
Lo stesso 2 aprile Israele metteva in orbita, con un missile
della famiglia "Shavit", il satellite "Ofek-2"
con capacità militari. Contemporaneamente nel deserto
del Negev entrava in funzione la stazione radio della "Voice
of America" (la voce dell'America) per trasmissioni in
lingua araba.
Ogni dubbio che un conflitto stava preparandosi doveva essere
eliminato agli occhi di qualsiasi osservatore attento, all'apparire,
il 5 maggio 1990, sul Jerusalem Post, di un significativo
articolo dovuto alla penna del colonnello Irving Kett, dell'esercito
degli Stati Uniti, un esperto di alto rango di strategia militare
americana applicata al teatro di operazioni israelo-palestinese.
Nel 1974 Kett era stato inviato in Israele dallo "US
War College", per definire, a uso del Dipartimento di
Stato, i limiti territoriali minimi per la sicurezza dello
Stato ebraico. Pertanto è un'autorità indiscutibile
nella materia. Nell'articolo Kett illustrava il suo pensiero
ricordando, a titolo di premessa, la presa di posizione di
100 generali e ammiragli americani che nell'ottobre del 1988
avevano affittato un'intera pagina del Washington Times per
sollecitare clamorosamente Israele a non abbandonare in alcun
caso i territori occupati, sulla base della considerazione
che "(...) Un Israele forte ha servito gli interessi
americani. Per rimanere forte deve conservare la linea del
fiume Giordano come suo confine orientale. Premere su Israele
perché si ritiri da questa linea, né porterà
la pace, né servirà gli interessi americani".
Evidentemente chi aveva ordinato al colonnello di scrivere
l'articolo, era animato dall'intenzione di portare in primo
piano gli "interessi americani". Kett scendeva poi
ad affrontare nei particolari tecnici il problema della "profondità
strategica" necessaria per la difesa del territorio israeliano
in caso di guerra con gli arabi, premettendo che "(...)
la pace in Medio Oriente serve gli interessi nazionali americani
(...) a causa delle enormi riserve petrolifere della regione".
Più allarmante di ogni altra cosa, nell'articolo di
Kett, era il riferimento esplicito alla sostanza del trattato
di alleanza strategica fra USA e Israele, quando il colonnello,
a conclusione della sua analisi, affermava che gli israeliani
stavano scivolando verso l'inferiorità militare rispetto
agli arabi, dicendo per l'esattezza: "Gli arabi oggi
possiedono il più vasto e più moderno arsenale
di armamenti del mondo, dopo gli USA e l'Unione Sovietica.
Hanno acquisito questo enorme arsenale spendendo centinaia
di miliardi di dollari evidentemente con un obiettivo fondamentale:
la distruzione dello Stato di Israele. In categorie critiche
di armamenti Israele non è riuscito a mantenere un
rapporto di tre a uno in favore dell'insieme degli eserciti
arabi che sono schierati contro di lui. Questo divario sta
continuando ad allargarsi, e ci si può domandare se
Israele non stia perdendo anche il suo vantaggio qualitativo".
A buon intenditor poche parole: era arrivato il momento di
"ridurre" il potenziale bellico arabo, nella sua
parte "esuberante". Se il colonnello Kett citava
solo una volta nel suo testo i missili dell'Irak, la stampa
israeliana nei giorni successivi si sforzava senza risparmio
di localizzare in quale paese dello schieramento arabo andava
materializzandosi la "insopportabile" superiorità
militare araba.
L'11 giugno il Parlamento israeliano diede la maggioranza
al governo più a destra della storia di Israele, e
in questo il generale Sharon, il responsabile della strage
di Sabra e Chatila e stratega del "grande Israele",
assumeva il ministero preposto alla fornitura di alloggio
agli immigrati sovietici, con "poteri straordinari".
Dal canto suo l'Irak, per bocca di Saddam Hussein, lanciava
la minaccia di "incenerire mezzo Israele" in caso
di aggressione.
La scalata proseguiva. L'imperativo strategico
israelo-americano sottolineato da Kett comportava inevitabilmente
che tutto il peso del dispositivo americano di difesa del
Medio Oriente si spostasse in direzione dell'Irak. Nel febbraio
del 1990 il giornale Petroleum Economist già sollecitava
Bush a riempire con una solida "influenza americana"
il pericoloso "vuoto di potere" prodottosi nel Golfo,
fraseologia per iniziati, ma tutto sommato chiara.
È forse utile qui un accenno più generale alla
pur arcinota questione del dominio strategico statunitense
sulla regione petrolifera del Medio Oriente. Di quale petrolio
si parla quando si dice che gli americani fanno la guerra
del Golfo per il petrolio?
Il petrolio che è in giuoco nel conflitto in corso
mentre questo libro compare, non è quello che consumiamo
oggi o che consumeremo nei prossimi 10 anni, ma il petrolio
del prossimo secolo. Prendo in prestito qualche cifra dalla
rivista francese Alternatives Économiques (Alternative
Economiche) per introdurre il lettore:alla comprensione dei
grandi scontri di interessi entro cui vanno collocati gli
avvenimenti. Il Kuwait, in apparenza, non occupa che un ruolo
marginale sulla scena petrolifera mondiale, con i suoi 95
milioni di tonnellate prodotte nel 1989. Se l'Irak riuscisse
ad assommare alla sua produzione (139 milioni di tonnellate)
quella del Kuwait, diverrebbe il quarto produttore del mondo
dopo l'URSS, gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita. Ma salirebbe
al secondo posto mondiale tra gli esportatori di greggio.
Ma non è qui il problema. Il Kuwait rappresenta soltanto
il 3% della produzione mondiale, ma dispone del 9,4 % delle
riserve mondiali provate, esattamente come l'Irak (9,9%) e
l'Iran (9,2%). Entro quindici anni -se nessuna scoperta capace
di sconvolgere la statistica verrà effettuata di qui
ad allora (e se il consumo mondiale resterà vicino
agli attuali 3 miliardi di tonnellate l'anno) l'Irak e il
Kuwait uniti potrebbero rappresentare dal 15 al 20 per cento
della produzione mondiale, ma un quarto delle riserve provate
di tutto il petrolio del mondo. Gli altri paesi del Golfo,
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Oman,
ne deterrebbero circa il 60% (di cui il 34% da parte della
sola Arabia Saudita). Questa regione è destinata a
divenire, entro quindici o venti anni, depositaria dell'85%
delle riserve petrolifere del mondo. Di più: la maggior
parte delle riserve ancora da scoprire si trovano, secondo
le più avanzate ricerche scientifiche, anch'esse sotto
la sabbia dei deserti mediorientali. Tutti sanno già
oggi che la maggior parte del petrolio del ventunesimo secolo
verrà dal Golfo.
Gli Stati Uniti avranno sicuramente esaurito le proprie riserve
nazionali - Alaska esclusa - entro la fine del secolo. Già
oggi gli Stati Uniti sono divenuti parzialmente dipendenti
dal petrolio del Golfo e di più si avviano a diventarlo
nel futuro. Nel 1972 importavano dal Medio Oriente il 13%
del loro consumo petrolifero. Nel 1985 la quota era cresciuta
al 45 %. Nel gennaio del 1990 aveva toccato il 54 per cento.
I paesi che importano molto petrolio, vale a dire i paesi
industrializzati che basano il loro tenore di vita elevato
sulla disponibilità illimitata del petrolio al più
basso prezzo, con alla testa gli Stati Uniti, sono perciò
comprensibilmente sensibili al rischio di una concentrazione
delle risorse petrolifere nelle mani di paesi militarmente
forti, e gelosi delle proprie prerogative nazionali, come
Irak, Algeria, Iran e Libia. Ufficialmente la guerra del Golfo
per il recupero del Kuwait alla sovranità della famiglia
dello sceicco Jaber Al Ahmad Al Sabah è stata presentata
come "la difesa del diritto internazionale e dell'ordine
esistente". Ma nessuno ci crede.
Il dubbio sorge proprio a proposito dell'ordine esistente,
che nei paesi che ho citato non collima affatto con gli interessi
dei paesi industrializzati. L'obiettivo finale implicito nella
guerra è stato, al contrario, la destabilizzazione
dell'"ordine esistente" in Irak. E americani e alleati
proverebbero certo grande soddisfazione se potessero destabilizzare
anche Iran, Algeria e Libia. Il rigore nazionalistico di questi
paesi (che potrebbe essere fonte di contagio) rappresenta
un pericolo mortale non tanto per l'economia mondiale in sé
e per sé, quanto per le economie di un ristretto gruppo
privilegiato di paesi sperperatori di energia. È una
considerazione ispirata dalle cifre. Attualmente il 73% di
tutto il petrolio dell'orbe terracqueo è consumato
dal 22% della popolazione mondiale. Il 78% degli abitanti
della terra, i più poveri, utilizzano solo il 27% del
petrolio estratto. Ma gli Stati Uniti, che costituiscono solo
il 4,8% della popolazione del globo, ne bruciano da soli il
25%.
Nella primavera del 1990 l'ipotesi di un conflitto in Medio
Oriente era già disegnata nei suoi contorni precisi.
L'Irak si trovava nella posizione di paese bersaglio designato
di una offensiva strategica congiunta israelo-americana, diretta
ad annullarne la capacità militare. Per Israele, la
distruzione del potenziale bellico iracheno era la premessa
indispensabile per l'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania,
in quanto l'Irak era il solo paese arabo che avesse la volontà
dichiarata di opporvisi e la forza per farlo. Per gli Stati
Uniti, la rimozione del pericolo iracheno era un imperativo
assoluto per poter mantenere, nell'immediato e in prospettiva,
il controllo del petrolio mediorientale e garantire la stabilità
delle petromonarchie. Si può dire che nella primavera
del 1990 le condizioni essenziali per una guerra erano già
tutte riunite.
Il ruolo del Kuwait in questo giuoco non si presentava ancora
in modo definito come la possibile causa scatenante e come
il terreno dello scontro militare. Nell'opinione dei tecnici
militari, nella primavera del 1990, la guerra aveva tutta
la probabilità di scoppiare nella forma di un intervento
dell'esercito iracheno a difesa della Giordania attaccata
da Israele per trasferirvi a forza i palestinesi. Il 23 febbraio
1990 si era tenuta ad Amman una conferenza dei capi di governo
arabi, alla quale avevano partecipato sia Saddam Hussein che
l'egiziano Hosni Mubarak, amico degli americani. Il presidente
iracheno aveva manifestato a chiare lettere l'intenzione dell'Irak
di opporsi a Israele difendendo la Giordania, aveva invocato
l'uso della forza militare araba per "liberare tutta
la Palestina", e aveva preannunciato che si sarebbe opposto
agli Stati Uniti nel Golfo.
In quella occasione, Saddam Hussein elencò anche le
sue rivendicazioni nei confronti del Kuwait: rimborso del
petrolio prelevato abusivamente dal Kuwait nel giacimento
di Rumailah, annullamento del debito che l'Irak aveva contratto
con il Kuwait nel corso della guerra con l'Iran (in quanto,
diceva Hussein, l'Irak aveva combattuto contro gli iraniani
anche per difendere il Kuwait), concessione all'Irak di un
tratto di costa del Kuwait in acque profonde per costruirvi
un porto, come sbocco sul Golfo di cui l'Irak era privo, un
prestito immediato di 10 miliardi di dollari, cessazione della
politica di svendita del petrolio a basso prezzo praticata
dal Kuwait, che era fonte di enorme danno per l'Irak e metteva
in pericolo la sua economia. La riunione, tempestosa, era
finita con una rottura definitiva tra Saddam Hussein e Hosni
Mubarak, accusato d'essere "servo degli americani".
Senza Parlamento da quattro anni, il Kuwait appariva in quel
momento innanzitutto preda di una instabilità interna.
Lo sceicco aveva sciolto d'autorità l'assemblea legislativa
nel 1986 perché quest'ultima aveva preteso di esercitare
un controllo sull'esecutivo in merito alla politica petrolifera,
dominio tradizionale assoluto della famiglia regnante. L'opposizione
e la famiglia Sabah erano ai ferri corti. Il capo spirituale
sciita Mohamed Baqr Abbas El Mussawi si trovava in carcere
da tempo sotto l'accusa di avere introdotto nel paese armi
ed esplosivi e di aver creato un'organizzazione per rovesciare
il potere della famiglia Sabah. Nemica giurata delle monarchie
petrolifere, l'opposizione sciita kuwaitiana era una forza
non trascurabile, con una certa propensione per la lotta armata.
Dal 12 dicembre 1983, quando 6 automobili imbottite di tritolo
erano saltate contemporaneamente a Kuwait City davanti a varie
ambasciate occidentali, la vita politica in Kuwait era segnata
da manifestazioni di inquietudine. Nel 1989, 16 kuwaitiani
sciiti erano stati sommariamente giudicati e decapitati in
Arabia Saudita, sotto l'accusa di aver disseminato di petardi
esplosivi propagandistici l'itinerario dei pellegrini alla
Mecca, al fine di screditare il governo saudita.
Allo scopo di ridurre al silenzio il movimento democratico
che, sotto l'impulso di un gruppo di 32 ex deputati, reclamava
insistentemente un parlamento autenticamente rappresentativo,
lo sceicco Jaber aveva escogitato l'elezione di un "Consiglio
nazionale provvisorio" (istituzione non prevista dalla
Costituzione), con funzioni puramente consultive; una parodia
di istituzione parlamentare destinata a fungere da paravento
al potere assoluto dell'autocrazia dei Sabah. Boicottate dall'opposizione,
secondo i dati ufficiali le elezioni, tenute il 10 giugno
1990, avevano visto la partecipazione del 62 per cento degli
elettori, nella maggior parte membri delle tribù beduine,
politicamente sottosviluppati, coperti di pensioni e favori
dallo sceicco, che vivevano normalmente fuori dal Kuwait,
i più in Arabia Saudita, e si presentavano a Kuwait
City una volta al mese per incassare lo stipendio. L'assemblea
eletta non appariva rappresentativa della classe politica
e intellettuale del paese, né delle categorie economiche.
I manifestini dell'opposizione democratica, distribuiti a
migliaia di esemplari in tutto il Kuwait, denunciavano la
manipolazione del voto e le violenze esercitate sugli elettori
per obbligarli a recarsi alle urne. L'arresto del portavoce
dell'opposizione, l'ex diplomatico Mohamed Kadiri, rendeva
palese il nervosismo dello sceicco di fronte a una situazione
che stava sfuggendogli di mano.
Era in questa situazione di debolezza interna che il regime
della famiglia Sabah affrontava lo scontro con l'Irak. Anche
se le rivendicazioni territoriali apparivano un elemento secondario,
un'arma di pressione sfoderata dall'Irak per indurre a miti
consigli il recalcitrante sceicco del Kuwait, esse pesavano
tuttavia come una spada di Damocle sull'emirato.
La vera questione di vita o di morte alla metà dell'anno
1990 per l'Irak era costituita dal prezzo del petrolio. A
partire dal 1985, la direzione della politica petrolifera
dei paesi dell'OPEC era stata dominata dalla logica imposta
dalle monarchie petrolifere, con alla testa l'Arabia Saudita
ed il Kuwait: vendere quanto più petrolio possibile
ai prezzi più bassi. Il Kuwait, che secondo le quote
fissate dall'OPEC avrebbe dovuto produrre non più di
1,5 milioni di barili al giorno, aveva continuato a gettare
sul mercato 2,1 milioni di barili quotidianamente.
Per paesi scarsamente popolati, come le petromonarchie, con
pesi sociali irrisori rispetto alle gigantesche quantità
di petrolio disponibili, gli introiti delle esportazioni petrolifere
concentrati nelle mani delle famiglie regnanti (più
o meno 1.000 persone in Kuwait, ad esempio) potevano essere
rovesciati sul mercato mondiale dei capitali, generando profitti
che compensavano largamente il basso prezzo del petrolio praticato
all'origine. Questa politica era in evidente sintonia con
gli interessi generali dell'economia occidentale, ansiosa
di greggio a basso prezzo, che ne aveva largamente approfittato
per rinviare la sua crisi latente. Nei primi mesi del 1990
questa politica aveva provocato un vero collasso dei corsi.
Da marzo a giugno 1990 il prezzo del petrolio aveva subito
un calo del 30%. Una caduta dovuta a cause totalmente artificiali.
Nei dati fondamentali del mercato non vi era stata alcuna
modifica che potesse giustificarlo. All'inizio di giugno il
greggio era giunto a valere intorno ai 12 dollari al barile.
Secondo l'analista americano Joseph Story, il prezzo reale
del petrolio, tenuto conto dell'inflazione, era arrivato all'inizio
dell'estate 1990 al suo più basso livello storico.
Bisognava risalire agli anni Venti per trovare prezzi del
greggio altrettanto bassi.
Questa discesa pilotata del prezzo del greggio fra la primavera
e l'inizio dell'estate del 1990 aveva, in sé, implicitamente,
tutte le caratteristiche di una guerra economica contro l'Irak,
condotta per indebolirlo nel momento in cui la tensione con
Israele raggiungeva il suo culmine. Così fu interpretata
a Baghdad.
Fra il moltiplicarsi delle dichiarazioni sulla "inevitabilità"
della guerra, il 18 giugno l'Irak affermò di attendersi
come prossimo, se non imminente, un attacco israeliano alle
sue industrie belliche, promettendo una "risposta totale".
Il 30 giugno Saddam Hussein definiva nuovamente "inevitabile"
il conflitto se gli Stati Uniti non avessero provveduto a
contenere Israele che si accingeva a espellere i palestinesi
dai territori occupati e che cercava di "dominare il
mondo arabo". L '11 luglio, Saddam Hussein reiterava
le sue accuse contro Israele, precisando di avere "informazioni"
su un progetto di attacco israeliano contro l'Irak.
Per questa guerra mancava solo il fattore scatenante.
All'inizio di luglio 1990, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti comunicarono
all'OPEC l'intenzione di aumentare ulteriormente l'estrazione
di greggio e di procedere a vendite massicce sui mercati mondiali,
cosa che avrebbe inevitabilmente provocato una ulteriore caduta
del prezzo. Gli storici saranno molto sorpresi in futuro se
dovessero assodare che questa iniziativa del Kuwait e degli
Emirati Arabi Uniti fu presa senza essere coperta da una garanzia
militare americana. Il 12 luglio il ministro algerino Sadek
Bussena, presidente di turno dell'OPEC, respinse fermamente
questa ipotesi, dichiarando che il prezzo del petrolio doveva
essere portato invece subito ad almeno 18 dollari mediante
una riduzione dell'offerta. Il 17 luglio, in un discorso telediffuso
in occasione del 22o anniversario dell'ascesa al potere in
Irak del Partito Socialista Arabo Baas, Saddam Hussein denunciò
esplicitamente la "politica petrolifera seguita da certi
governanti dei paesi arabi che agiscono su istigazione degli
Stati Uniti". Ritenendo tale politica "ostile alla
nazione araba", il presidente iracheno minacciò
rappresaglie, senza precisarne la natura. Tirando in ballo
direttamente gli USA, Saddam Hussein rivolse agli americani
l'accusa di dettare la politica petrolifera del Kuwait e degli
Emirati Arabi Uniti in funzione anti irachena.
Il 18 luglio, in un memorandum ufficiale rimesso al segretario
generale della Lega Araba, l'Irak chiamò formalmente
il Kuwait a rispondere del "delitto" d'aver pompato
senza limiti, fin dal 1980, petrolio dal giacimento di Rumailah,
che si trova a cavallo della frontiera fra Kuwait e Irak,
ma per otto decimi in territorio iracheno. L'Irak definì
questo atto come "aggressione militare". Il tono
dell'accusa irachena era violento ed esplicito: il Kuwait
seguiva una politica petrolifera volta deliberatamente, su
mandato americano, a indebolire l'Irak nel momento in cui
questo doveva far fronte a una feroce campagna "imperial-sionista".
Portata davanti alla massima istanza araba, l'intimazione
assumeva il valore di un ultimatum.
Nell'ultima decade di luglio, la situazione precipitò
verticalmente. Mentre lo scontro fra Irak e Kuwait andava
assumendo toni sempre più aspri e minacciosi, il Washington
Post rivelò la presenza di due divisioni irachene blindate,
rinforzate da carri pesanti e artiglieria, alla frontiera
con il Kuwait. Il Pentagono diede inizio a "manovre congiunte"
con le forze degli Emirati Arabi Uniti nel Golfo. Il presidente
egiziano Mubarak, il 25 luglio, consigliò l'Irak ed
il Kuwait di "dar prova di elasticità"
nelle trattative "per evitare l'intervento straniero".
Quali informazioni particolari possedesse Mubarak per poter
preannunciare come cosa certa uno sbarco americano preventivo
in Kuwait, nessuno ha finora potuto sapere. Ma certo il preannuncio
era chiaro. L'Irak reagì all'ostentazione di forza
statunitense accusando gli Emirati Arabi Uniti di "scivolare
verso il tradimento". Qual' era la reale importanza di
queste manovre? Si trattava solo di una ostentazione di forza
nel più classico stile della "politica delle cannoniere",
o dei preparativi per fornire al Kuwait la "garanzia
militare" che lo sceicco Jaber, fiducioso nell'onnipotenza
americana, verosimilmente si attendeva?
La cosa sicura è che il 25 luglio si svolse a Baghdad
il famoso incontro fra Saddam Hussein e l'ambasciatrice degli
Stati Uniti ApriI Glaspie. Questo incontro è stato
oggetto in seguito di molte discussioni e illazioni. L'Irak
ha anche pubblicato la trascrizione precisa di tutto ciò
che Saddam Hussein e la signora Glaspie si dissero: non vi
fu da parte americana alcun ultimatum e nessun invito alla
prudenza.
Secondo l'interpretazione corrente, la moderazione dimostrata
dall'ambasciatrice con il presidente iracheno fu una trappola
tesa dalla diplomazia americana per indurre l'Irak all'"errore
fatale" di invadere il Kuwait. Gli Stati Uniti desideravano
che Saddam Hussein commettesse il passo falso per giustificare
agli occhi dell'opinione pubblica mondiale il successivo intervento
militare. Era la "causa scatenante" che si cercava
da tempo per la guerra. Con questa mossa gli Stati Uniti conseguirono
almeno sei risultati:
1) si consentivano il ricorso all'arma della "difesa
della legalità internazionale" e la mobilitazione,
o strumentalizzazione che sia, dell'ONU;
2) limitavano il teatro della guerra al solo territorio del
Kuwait e dell'Irak;
3) riducevano l'operazione militare alle dimensioni compatibili
con l'unico corpo di battaglia di cui gli USA dispongono,
cioè le forze mercenarie di "rapido intervento";
4) si collocavano nella posizione di poter raggiungere il
loro obiettivo principale, quello di distruggere la forza
militare dell'Irak, usando la loro unica, reale superiorità,
la potenza di fuoco aerea, missilistica e navale, cioè
l'arma "fredda" della distruzione a distanza, quasi
immune da perdite;
5) ottenevano indirettamente, una volta distrutto l'Irak,
di restituire a Israele la sua superiorità militare
nel Medio Oriente;
6) mantenevano Israele fuori dal conflitto, impedendo la deflagrazione
di una nuova guerra generale arabo-israeliana. Una strategia
che includeva per gli USA anche numerosi vantaggi accessori,
come ad esempio quello di obbligare tutti i paesi industrializzati
ad allinearsi compattamente dietro di loro nella difesa di
un interesse collettivo, il petrolio, rafforzando con ciò
la propria supremazia; quello di sfruttare l'emergenza bellica
per evitare il tracollo economico degli Stati Uniti; e infine
quello di addossare le spese della guerra alle monarchie petrolifere
e ai paesi industrializzati.
Strano, militarmente parlando, anche il comportamento delle
forze armate del Kuwait. Lo sceicco Jaber mise in un primo
momento in stato di allarme il suo piccolo ma armatissimo
esercito, e successivamente annullò il dispositivo,
inducendo le sue truppe alla passività. E in effetti
gli iracheni avanzarono poi in territorio kuwaitiano senza
incontrare resistenza. Perché? Lo sceicco volle semplicemente
evitare le distruzioni di una battaglia? O i suoi alleati
gli imposero una strategia a lungo termine che prevedeva in
un primo tempo la perdita del territorio? Un comportamento
che sembra collimare con l'idea della "trappola".
Ma l'Irak è caduto veramente nella trappola? L'idea
di Saddam Hussein che "cade nella trappola" è
difficilmente accettabile. In 22 anni di esercizio ininterrotto
del potere è sempre apparso un freddo calcolatore.
La decisione di invadere il Kuwait fu presa verosimilmente
a ragion veduta. Può darsi che il colloquio "dolce"
di Saddam Hussein con l'ambasciatrice Glaspie abbia influito
sulla data dell'invasione del Kuwait, in quanto può
aver convinto lo stato maggiore iracheno che gli americani
smorzavano i toni per guadagnare tempo e facilitare uno sbarco
di sorpresa in Kuwait. Ma l'occupazione della "diciannovesima
provincia" era un fatto implicito nella strategia dell'Irak.
Alla base della decisione di Saddam Hussein di accettare la
sfida americana vi fu, giusta o sbagliata sarà la storia
a dirlo, la valutazione dello stato di debolezza dell'Occidente.
Il gruppo dirigente iracheno giudicò, il 2 agosto 1990,
gli Stati Uniti e l'Occidente infinitamente più deboli
di quanto volessero far credere: economicamente e finanziariamente
in uno stato di crisi prossimo al collasso; militarmente,
con un solo punto di forza, la potenza di fuoco, e incapaci
di reggere un conflitto prolungato; politicamente privi di
compattezza.
Il 26 luglio, il giorno successivo all'incontro di Baghdad
fra Saddam Hussein e l'ambasciatrice americana, una riunione
"storica" dell'OPEC a Ginevra segnò la fine
dell'era del petrolio a basso prezzo. La solidarietà,
per la prima volta in 10 anni, fra Irak e Iran, consentì
di ripristinare la supremazia del nazionalismo petrolifero
in seno all'organizzazione dei paesi produttori. Alla riunione,
il Kuwait non fu rappresentato dal ministro Ali Khalifa che
per molti anni era stato il principale artefice del calo dei
prezzi del greggio, ma da un funzionario del ministero del
petrolio, che quasi non intervenne nel dibattito.
Con la sua energia, appoggiata sulla sua solida forza militare,
l'Irak trascinò i produttori dietro sé. L'accordo
sulla gestione coordinata della produzione del petrolio da
parte dei 13 membri dell'OPEC fissò l'aumento graduale
del prezzo del barile partendo da un minimo di 18 dollari
fino a un massimo di 25. La parte dell'OPEC nel mercato mondiale
era in quel momento del 47%, una quota decisiva, molto vicina
al 50%, capace di influenzare tutta l'economia mondiale. Facendo
sentire il rumore dei cingoli dei suoi carri armati alla frontiera
con il Kuwait, l'Irak aveva riportato fra i produttori arabi
quella disciplina rispetto all'uso collettivo del petrolio
che aveva consentito lo choc petrolifero del 1973 e la politica
degli alti prezzi negli anni successivi.
Il 26 luglio, l'Occidente vedeva così allontanarsi
quel controllo assoluto dell'oro nero, su cui ha basato tutto
l'ultimo secolo della sua storia. Il nuovo interrogativo che
si poneva al mondo era: chi avrebbe controllato veramente
il petrolio del Medio Oriente? Le monarchie petrolifere l'Arabia
Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l'Oman, il Bahrein
e il Kuwait e i loro alleati occidentali, o le due potenze
militari che si affacciano sul Golfo, l'Irak e l'Iran? Questa
fu la vera sfida di Saddam Hussein.
Con l'invasione del Kuwait, il 2 agosto, l'Irak rispondeva
alla trappola strategica degli Stati Uniti con una trappola
storica. La storia è la vera arma segreta Saddam Hussein,
un'arma infallibile.
Occupando il Kuwait, l'Irak si poneva nella condizione di
sfruttare al massimo tutti i possibili fattori positivi della
situazione:
1) sfruttava i mesi caldi del 1990 per trasformare il Kuwait
in un campo trincerato, con qualche migliaio di chilometri
di camminamenti, in superficie e sotterranei, bunker, ridotti,
depositi, carri armati interrati, eccetera;
2) inchiodava così gli americani e i loro alleati a
dover affrontare, per sgomberare il Kuwait, uno scontro sul
terreno su cui sono più deboli, la battaglia terrestre;
3) poneva le premesse tattiche per poter infliggere all' avversario,
soprattutto agli americani, quelle gravi perdite umane che
potrebbero rovesciare le condizioni politiche del conflitto
e che gli Stati Uniti sanno di dover evitare a ogni costo;
4) creava le condizioni militari minime per prolungare la
guerra, annullando uno dei presupposti strategici chiave dell'azione
americana, la brevità del conflitto, trasformandolo
in una guerra di logoramento;
5) si metteva nelle condizioni per poter moltiplicare fino
al massimo limite gli effetti della sua arma politica più
potente: la capacità di resistenza. Una resistenza
ostinata, irriducibile fino all'assurdo, che infiammando le
masse arabe, avrebbe trasformato il conflitto in una contrapposizione
storica fra tutta la nazione araba unita e l'intero Occidente,
proiettata, al di là del presente, negli anni e nei
decenni a venire.
Nel momento in cui licenzio queste pagine, questa resistenza
ha già provocato una mutazione dei dati di base della
situazione, che va al di là della questione palestinese,
e della stessa questione arabo-israeliana. La fermezza dimostrata
dal popolo iracheno ha determinato la nascita di una nuova
forza, che superando un'antica contraddizione, fonde nazionalismo
e integralismo arabo in nome di una guerra che non è
più soltanto nazionale, e non è più soltanto
santa. Il mito dell'arabo che muore combattendo contro gli
occidentali ma non si arrende, è già calato
nella psicologia delle masse arabe. I primi sei mesi del conflitto
sono stati sufficienti per produrre questa mutazione. L'umiliazione
militare e politica dell'Irak può scatenare un'ondata
di nazionalismo capace di far saltare tutti gli "equilibri"
sui quali si reggono i paesi arabi detti moderati su cui l'Occidente
fa conto, e in tale situazione il nazionalismo arabo può
trovare un sicuro alleato nel fondamentalismo islamico. Se
Saddam Hussein dovesse essere ucciso, diverrebbe un martire,
e si scatenerebbe l'inferno.
Ma già da ora sono assicurati tempi difficili. La trappola
storica di Saddam Hussein è già scattata. Qualunque
cosa accada, il dominio del petrolio non sarà cosa
semplice.
Ecco le ragioni per cui ho cominciato a scrivere questo libro,
alle 8 del mattino del 2 agosto 1990, dopo aver letto la notizia
dell'invasione irachena del Kuwait, nella convinzione che
si era aperta una nuova fase della storia del Medio Oriente.
Una fase che fatalmente avrebbe riportato alla superficie
tutti, e tutti insieme, i numerosi problemi apparentemente
sepolti sotto le sabbie dei deserti mediorientali. La storia
presenterà un pesante conto da saldare.
Nei 170 anni di dominio più recente l'imperialismo
ha costruito un capolavoro di assurdità: non c'è
un metro di territorio in tutta la regione mediorientale che
non sia rivendicato da qualcuno e non c'è paese che
possa dirsi al riparo da ambizioni altrui. La questione della
sovranità sul Kuwait non è che un esempio quasi
banale. La Turchia vuole Mossul e i suoi pozzi petroliferi,
che ora appartengono all'Irak, e l'Iran considera il Bahrein
come proprio territorio, l'Arabia Saudita da sempre mira ad
assorbire alcuni emirati e una parte, o tutto, il Kuwait,
lo Yemen pretende la restituzione dei territori che l'Arabia
gli ha strappato con la forza; ognuno degli emirati, tutti
Stati con debolissima giustificazione storica, rivendica un
pezzo dell' altro: il Qatar rivendica il nord dell'Abu Dhabi,
il Bahrein pretende alcune isole situate presso il Qatar,
Abu Dhabi rivendica la sovranità su Dubay, Shariah
vuole l'emirato di Ajman, il sultano di Mascate vuole Shariah,
e secondo l'emiro di Ras Al Khaymah tutti e sette gli emirati
della costa di Oman fanno parte del suo territorio; per altro
la Giordania è uno Stato inventato, mai esistito nella
storia, il Libano in ultima analisi è sempre stato
territorio siriano, Israele è uno Stato letteralmente
artificiale, programmato e realizzato secondo un disegno strategico
delle grandi potenze a spese degli abitanti originari della
Palestina, che occupa territori giordani, siriani, libanesi
ed egiziani e aspira a nuove espansioni. Tutta la "legalità"
nel Medio Oriente è stata costruita con l'illegalità,
la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non sono che
righe immaginarie che attraversano il deserto, tracciate dopo
estenuanti mercanteggiamenti e continue cancellazioni, con
riga, compasso e matita, in base a imperativi arbitrari dettati
da calcoli economici, totalmente estranei agli interessi dei
popoli, che del resto nessuno si è mai sognato di interpellare.
Ma sul terreno, sono stati gli eserciti conquistatori a fissare
la geometria della spartizione delle ricchezze, in una sequenza
interminabile di invasioni, sbarchi, colpi di mano, interventi
militari, fra immani sofferenze e perdite spaventose delle
popolazioni soggette. II cosiddetto "equilibrio"
politico del Golfo Persico e di tutta la vasta regione che
lo circonda, è in realtà un groviglio di contraddizioni
laceranti, uscite da secoli di imperialismo allo stato puro,
da due guerre mondiali e dal processo di disintegrazione di
cinque imperi: quello ottomano, quello zarista, quello tedesco,
quello francese e quello inglese. Un groviglio che fa di quest'area
la politicamente più instabile e più pericolosa
del mondo,. nella quale in ogni centimetro di confine è
nascosta una bomba politica a scoppio ritardato.
Se la conferenza internazionale sul Medio Oriente che viene
richiesta da più parti insistentemente si farà,
sarà dominata dai riverberi della storia.
II presente breve lavoro di compilazione non ha la pretesa
di inserirsi nel panorama delle opere storiche sul Medio Oriente.
Benché costruito su una documentazione ineccepibile,
vuoI essere soltanto una traccia di analisi nell'interpretazione
dei fatti che sono all'attualità, in un momento in
cui capire, giudicare e decidere diviene vitale per ciascuno
e per tutti. Ho cercato semplicemente di colmare, almeno provvisoriamente,
in attesa che qualcuno possa fare meglio e in modo più
approfondito, una evidente lacuna di informazione. Questo
libro è una specie di soccorso d'urgenza a beneficio
delle vittime della "disinformazione N" della televisione,
che lascia fisicamente intatto l'uomo davanti al video, ma
lo distrugge dentro.
* * *
Ogni giorno mi chiedo se qualcuno ha mai fatto
una seria analisi di quali siano gli interessi nazionali italiani
nella guerra del Golfo. Se questa analisi è stata fatta,
deve essere avvenuta nelle stanze segrete, poiché sulla
stampa non è trapelato nulla. C'è notizia di
qualche migliaio di miliardi di commesse industriali perdute,
ma nulla di più. Ma non è in questo genere di
perdite che possono essere riassunti tutti gli interessi nazionali.
Ciò di cui si è sentito parlare fin troppo è
dell'obbligo italiano a concorrere alla "difesa della
legalità internazionale" e al "mantenimento
dell'ordine esistente". L'argomento del mio libro è
appunto il modo in cui si è formato l'ordine esistente
nel Golfo e in Medio Oriente, e sono proprio le conclusioni
cui sono giunto con la presente ricerca che mi hanno indotto
a chiedermi se gli interessi italiani siano stati ben valutati.
Se l'ordine internazionale non si confondesse con il controllo
di una delle maggiori riserve mondiali di petrolio, nessuno
si sarebbe mai mosso per il Kuwait. Chi andrebbe a combattere
per qualche chilometro quadrato di sabbia? II nocciolo della
questione è il petrolio. Qui insorge un grande equivoco
fondamentale. Chiunque lo produca o chiunque lo venda, il
petrolio si compra a barili sul mercato. L'attuale società
dei consumi, basata sul mercato mondiale, funziona su questo
principio. Il controllo delle fonti di produzione e della
sua distribuzione non è un problema che investe direttamente
ogni singolo Stato, ma è soprattutto un grande problema
del grande capitale internazionale che vi ha costruito sopra
il suo sistema. Se il petrolio del Kuwait fosse passato sotto
controllo dell'Irak, cosa sarebbe cambiato dal punto di vista
di una nazione come l'Italia che compra il greggio a barili?
Assolutamente nulla. L'Italia avrebbe continuato a comprare
petrolio a prezzo di mercato. Il cambiamento sarebbe stato
invece grande, anzi grandissimo, per le compagnie petrolifere,
per il mercato finanziario assetato delle liquidità
del KIO (Kuwait Investment Company, Ufficio degli Investimenti
del Kuwait), per la famiglia Sabah, e per le grandi entità
bancarie e industriali che sono dipendenti dal flusso di liquidità
che ne proviene.
Ciò perché l'Irak avrebbe subito nazionalizzato
l'industria petrolifera kuwaitiana, come ha già fatto
con la propria nel 1972-1975. La guerra del Golfo non è
quindi stata fatta nell'interesse diretto e immediato delle
singole nazioni, ma del sistema che le inquadra. Proprio per
questo motivo il grande capitale è stato costretto
a usare truppa mercenaria. Non ha potuto schierare soldati
di leva perché, essendo reclutati in nome della patria,
questi probabilmente avrebbero voluto sapere con maggiore
precisione fino a qual punto gli interessi del grande capitale
collimano con quelli della nazione. Indirettamente questo
dubbio affiora già qua e là, fra le righe, perfino
nella stampa più accanitamente guerrafondaia.
Secondo il Corriere della Sera l'"armata brancaleone"
presente nel Golfo c'è per i motivi più disparati.
Il 19 febbraio 1991, questo giornale scriveva: "Ci sono
poi alcuni paesi del Terzo Mondo le cui truppe dovunque ci
si aspetterebbe di trovare, tranne che nel Golfo: sono il
Pakistan, con 5.000 uomini, il Bangladesh, con 2.000, il Senegal
e il Niger, con circa 500 soldati a testa. In questo caso,
il probabile calcolo dei governi locali è quello di
attrarre la benevolenza del ricco Occidente in cambio di un
po' di carne da cannone. A guerra finita si avrà qualche
titolo per chiedere i ringraziamenti per l'aiuto fornito".
Questa è la cruda verità.
Questi non possono essere gli interessi nazionali dell'Italia.
In cos'altro consistono? Evidentemente esigono una definizione
precisa, quantitativa. Si tratta di sapere, in concreto, se
le battaglie del Golfo assicureranno il petrolio all'Italia;
se, alla fine, distrutto l'Irak e restituito il Kuwait allo
sceicco, l'Italia avrà più o meno petrolio;
e se al termine del conflitto, le sue conseguenze avranno
creato condizioni di sicurezza, quanto al rifornimento petrolifero
nella lunga prospettiva, per le presenti e future generazioni.
La decisione dell'intervento è maturata nella psicologia
dei nostri dirigenti in base alla cieca fiducia in una "vittoria
finale" sull'Irak, vittoria della "civiltà
occidentale". Il concetto di "vittoria" è
emerso sistematicamente in ogni dibattito televisivo. Esperti,
inviati speciali e commentatori delle televisioni di guerra,
ai quali l'italiano medio deve forzatamente fare riferimento
per formarsi un'opinione, hanno mirato a inculcare nel pubblico
l'idea di "vittoria", con la stessa implacabile
precisione delle "bombe intelligenti" di cui, con
malcelato orgoglio hanno descritto gli effetti devastanti
sulle popolazioni "indigene" dell'Irak. All'italiano
medio non è passato neppure per la testa di domandarsi
se una vittoria in questa guerra esiste, e se è una
vittoria che riguarda gli effettivi interessi nazionali.
Quando l'Irak ha invaso il Kuwait la maggior parte degli italiani
ha continuato tranquillamente ad accudire alle proprie faccende.
I più pensavano che una vera guerra fosse impossibile.
Ne avevano radicato la certezza in quarantacinque
anni di pace continuata, nel corso dei quali l'Italia era
stata solo sfiorata da eventi bellici. Una condizione felice,
forse mai verificatasi nei duemila anni precedenti.
Possiamo ammettere senza reticenze che in generale noi italiani,
chi più chi meno, abbiamo una coscienza molto larvata
della natura imperialista della nostra società e del
nostro benessere. Crediamo, perlomeno moltissimi credono,
non del tutto in cattiva fede, che l'opulenza in cui viviamo
sprofondati sia il portato esclusivo della laboriosità,
industriosità e capacità creativa di un popolo
fondamentalmente mercante e calciatore. Quelli che si spingono
più lontano nell'analisi, arrivano al massimo ad ammettere
che l'operosità nazionale si è beneficamente
associata, in questo lungo periodo, alla furbesca capacità
bottegaia del suo gruppo dirigente dominante di barcamenarsi
nelle più complicate vicende internazionali, schierandosi
sempre dalla parte del vincente, cioè degli Stati Uniti.
Nove lustri ininterrotti di adorazione pagana del dio dollaro
e di fede cieca nella sua efficacia per guarire tutti i mali
e sanare tutte le situazioni, hanno radicato nella società
italiana una nuova religione portatrice di un certo numero
di eternità che non sono esattamente quelle dello spirito:
l'eternità del capitalismo, l'eternità della
supremazia occidentale, l'eternità del meccanismo riproduttore
del benessere, l'eternità del consumismo.
Lo scoppio della guerra ha perciò colpito l'italiano
medio come un terribile schiaffo, poiché la guerra
ha portato d'improvviso all'evidenza tutta la fragilità
della costruzione su cui riposano le sue certezze.
La prima certezza disintegrata dai fatti è stata appunto
quella che la sua condizione privilegiata deriva esclusivamente
da lui stesso, dal suo spirito di iniziativa e dalla sua volontà.
D'improvviso gli si è presentata davanti agli occhi,
nella forma più luminosa, quella dei bagliori delle
bombe, la realtà inoppugnabile che la sua ricchezza
è basata prima di tutto sul petrolio degli altri, e
che per questo è stato coinvolto direttamente nell'impiego
della forza, sarebbe più esatto dire della ferocia,
per conservarne il controllo.
Questa scoperta gli è venuta proprio dalla esagerazione
maldestra del tele bombardamento cui è stato sottoposto.
Nella descrizione enfatica della mostruosa capacità
di distruzione di una macchina bellica che rappresenta una
coalizione di 972 milioni di uomini, per due terzi con un
reddito medio superiore ai 15.000 dollari l'anno, scatenata
contro 17 milioni di ostinati iracheni con meno di 3.000 dollari
l'anno, era implicita la confessione che il sistema esiste
in ragione della sua capacità prevaricatrice. Anche
la coscienza più corazzata è stata perforata
alla fine da questa evidenza. Oggi ogni italiano sa di essere
imperialista, qualunque sia la sua condizione sociale. Questa
presa di coscienza comporterà inevitabilmente delle
scelte di campo all'interno della popolazione italiana nel
prossimo futuro.
Desidero proporre qualche motivo di riflessione sull'argomento,
basato sulla storia antica e recente, e su qualche semplice
cifra. Tra il 1096 e il 1270 si sono avute 9 grandi crociate
per la riconquista dei luoghi santi del cristianesimo, che
giunsero anche a costituire dei regni cristiani in Palestina,
in Siria e in Libano. È vero che sono cose lontane
nel tempo, ma quando, dopo la prima guerra mondiale, il generale
francese Gouraud giunse in Siria per prenderne possesso in
nome della Francia, penetrò a Damasco nella moschea
degli Umayydi, dove riposano i resti di Saladino, il grande
vincitore dei crociati, e, battendo il piede sulla sua tomba,
esclamò: "Svegliati Saladino, siamo tornati".
La storia non è poi cosi lontana.
Al di là del loro fondamento religioso, le crociate
furono rese possibili dallo sviluppo demografico avuto all'epoca
dall'Europa, la cui popolazione passò dai 30 milioni
di abitanti dell'anno 1000 ai 35 milioni del 1100, ai 49 milioni
del 1200, ai 57 milioni dell'anno 1250. I paesi della riva
asiatica e africana del Mediterraneo avevano 33 milioni di
abitanti nell'anno 1000, scesi a 28 milioni nell'anno 1100,
diminuiti ulteriormente a 27 milioni nell'anno 1200, e ridotti
a soli 22 milioni nel 1250. La proporzione era dunque all'incirca
di 1 a 1 nell'anno 1000, e divenne di 3 a 1 a favore delle
popolazioni europee nell'anno 1250, durante la fase finale
delle crociate cristiane.
Fra il 1830 e il 1910 la quasi totalità dei territori
africani e mediorientali che si affacciano sul Mediterraneo
fu oggetto di conquiste militari e posta sotto il dominio
europeo. Il rapporto fra popolazione dell'Europa da una parte
e Nord Africa e Medio Oriente dall'altra, che era ancora di
3 a 1 nel 1750, divenne di 5 a 1 nel 1850. Fra il 1850 e il
1900, mentre la popolazione araba della riva meridionale aumentò
solo di 18 milioni di persone, la popolazione della riva settentrionale,
europea, crebbe di ben 90 milioni di persone. La conquista
del Medio Oriente fu completata dagli europei fra il 1900
e il 1948 in condizioni di superiorità numerica schiacciante.
Ma per la prima volta da più di duemila anni, nell'anno
1985, gli abitanti della riva meridionale del Mediterraneo
hanno superato la popolazione dei paesi della riva settentrionale.
Il Mediterraneo comincia a non essere più un mare "europeo".
Lo scarto è destinato ad aumentare in modo travolgente
nel futuro: secondo le proiezioni demografiche dell'ONU, entro
10 anni, nel 2000, avremo 270 milioni di abitanti sulla riva
meridionale islamica, e 200 in quella settentrionale a prevalenza
cristiana. Nel 2020 si manterranno stazionari i 200 milioni
di abitanti nel Mediterraneo europeo, ma avremo ben 370 milioni
di abitanti sulla riva meridionale arabo-islamica, cioè
quasi il doppio.
Queste cifre diventano impressionanti se guardiamo
all'insieme del Medio Oriente arabo, comprendendovi l'Iran
(che è da tener presente in quanto, anche se non è
arabo, è islamico, produttore di petrolio, e si affaccia
sul Golfo). Ebbene, i 22 paesi arabi più l'Iran vantano
già oggi una popolazione di 270 milioni di abitanti.
Ma ogni 10 mesi l'Egitto aumenta di 1 milione di uomini. In
Palestina, in Siria e in Algeria, le donne hanno in media
7 figli ciascuna. L'Algeria entro vent'anni potrebbe essere
un paese di 75 milioni di abitanti.
L'ampiezza di questo rovesciamento di rapporti di forza demografici
lascia prevedere tempi difficili alla distanza.
Il solo "baluardo" effettivo che l'Occidente possiede
nella regione è Israele il quale, anche nel caso in
cui riesca a realizzare il suo massimo programma di espansione
demografica, raggiungerà i 7 milioni di individui fra
10 anni. Ma fra 10 anni arabi e persiani avranno superato
la soglia dei 350 milioni. Da ciò deriva, senza possibilità
di errore, che l'eventuale tentativo di dominio imperialista
del Medio Oriente e del suo petrolio potrà essere esercitato
solo in forma terroristica, con minacce di interventi diretti,
o per l'interposta forza atomica di Israele. Il realismo esige
che l'italiano imperialista abbia presente questa prospettiva.
È un'epoca di terrore che lo attende.
Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo,
l'Italia è, fra i paesi europei e occidentali, quello
che per natura svolge un ruolo di avanguardia in direzione
del mondo arabo. Per di più è uno dei 7 paesi
che si arrogano la direzione del sistema capitalistico, uno
dei cosiddetti "grandi"; perciò implicitamente
porta una parte di responsabilità nel comportamento
del mondo occidentale verso gli arabi. Ora: gli Stati Uniti
sono a migliaia di chilometri dalla Tunisia, dall'Algeria
e dalla Libia, ma la costa dell'Africa araba è a soli
150 chilometri dalla Sicilia. Gli interessi nazionali italiani
si differenziano forzatamente da quelli generali dei paesi
industrializzati, perché sono particolari, specifici,
dettati dalla geografia. L'Italia è evidentemente nella
necessità di regolare la propria politica verso i paesi
arabi sui grandi cicli del movimento di massa arabo, e non
sugli atteggiamenti dei governi. E ciò per un motivo
semplice: perché i governi passano ma le masse restano.
Gli Stati, sono le masse.
Nel corso di tutta la crisi irachena, televisione, radio e
giornali hanno dedicato una cura particolare nell'occultare
la dimensione, la profondità e la violenza del movimento
popolare di sostegno all'Irak che ha scosso i paesi arabi.
Delle gigantesche, continue, tumultuose manifestazioni di
piazza, delle iniziative di solidarietà, della rete
di organizzazioni di base sorte spontaneamente fin nelle più
remote località, dell'inquadramento paramilitare che
quasi ovunque ha caratterizzato la mobilitazione della gioventù
araba, della intonazione antiamericana, antioccidentale e
anti italiana delle parole d'ordine che sono risuonate per
le vie di Rabat, di Nouakchott, di Algeri, di Tunisi, di Tripoli,
di Beirut, di Amman, Teheran, Sanaa, Aden, l'italiano medio
non ha saputo quasi nulla: poche immagini fugaci e due parole.
In sette mesi il mondo arabo ha subìto in realtà,
sotto la spinta della guerra del Kuwait, una trasformazione
radicale. Una grande tempesta araba si prepara. I governi
arabi domani non saranno più quelli di ieri.
Sottovalutazione dei fattori politici e storici e sopravvalutazione
dei fattori militari si sono assommate in modo nefasto nella
decisione di trascinare l'Italia nell'avventura kuwaitiana,
il cui solo effetto è stato quello di mettere la nazione
italiana in opposizione alle masse arabe. Una neutralità
avrebbe procurato invece all'Italia preziose simpatie.
Gli europei e l'Occidente in genere si dedicano a interventi
militari in Medio Oriente da almeno 170 anni (e da 90 al solo
scopo di dominare il petrolio) e hanno dovuto assistere sistematicamente
al crescere delle forze ostili e al moltiplicarsi delle difficoltà.
Il nazionalismo arabo, che era una forza irrisoria nel 1916,
è diventato in settantacinque anni una enorme potenza
proprio come reazione a una serie interminabile di interventi
militari delle grandi potenze. L'integralismo islamico, che
terrorizza i grandi interessi petroliferi, che si affianca
e si confonde ormai con il nazionalismo, è un prodotto
dello stesso fenomeno di reazione alla dominazione militare
degli "infedeli". Di intervento in intervento, ora
l'imperialismo ha raggiunto il limite massimo delle proprie
possibilità, poiché ha dovuto impiegare tutto
il potenziale militare disponibile per cercare di ridurre
alla propria mercé non l'insieme del nazionalismo arabo,
e neppure tutto l'integralismo islamico, ma solo il nazionalismo
di un piccolo popolo come quello iracheno. Che cosa potrebbe
fare di più? L'Occidente possiede forse la potenza
di fuoco per distruggere un paese arabo, due, forse anche
tutti e 22 i paesi arabi, più l'Iran, ma non possiede
la forza materiale per presidiare il territorio.
Come è noto, gli americani erano già determinati
in partenza a rimanere con le loro forze nella penisola arabica
al termine del conflitto, al fine di garantire la stabilità
delle petromonarchie. Verosimilmente gli Stati Uniti saranno
indotti a considerare questa scelta tanto più obbligata
in futuro, in quanto la rivolta di base in favore dell'Irak
ha raggiunto anche vasti settori della popolazione dell'Arabia
Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell'Oman e
del Bahrein, dove esistono numerose minoranze da sempre schierate
contro il potere dei re e degli sceicchi. Per fare un esempio,
gli sciiti: sono il 60% in Bahrein, erano il 30% della popolazione
in Kuwait prima dell'occupazione irachena (in Irak sono il
56% concentrati nella parte meridionale del paese che confina
per l'appunto con il Kuwait), il 10% nella stessa Arabia Saudita.
Fra i numerosi errori commessi, gli americani hanno fatto
quello di bombardare i luoghi santi degli sciiti, che si trovano
in Irak. Sulla sola città santa di Najaf hanno compiuto,
pare, 300 incursioni, devastandola, determinando manifestazioni
furiose di rabbia anche in Iran, dove gli sciiti sono la quasi
totalità della popolazione. Non occorre alcun genio
per comprendere che le petromonarchie tanto care agli americani
e all'Occidente potranno reggersi in futuro soltanto con il
sostegno diretto dei marines. Se gli americani se ne andassero,
sceicchi emiri e re cadrebbero come birilli.
Agli strateghi statunitensi si pone quindi il problema del
controllo del territorio, problema che si presenta con due
corni e una molteplicità di ripercussioni. Il primo
corno riguarda la possibilità, e i rischi, di un presidio
militare statunitense permanente di Arabia Saudita, Kuwait,
Bahrein, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Un problema nel
quale la difficoltà maggiore sembra rappresentata dalla
vastità del dispositivo necessario, perché si
tratterebbe di mantenere il controllo globale di 2 milioni
e 460 mila chilometri quadrati, per lo più di sabbia.
Un affare con numerose incognite. La più recente esperienza
occidentale di controllo di un territorio arabo fu quella
del Libano nel 1982. Dopo l'invasione israeliana, come è
noto, una spedizione multinazionale anglo-francoitalo-americana
sbarcò a Beirut per consentire agli israeliani di sganciarsi.
Quella fu la prima occasione, dopo il disastroso sbarco francobritannico
a Suez del 1956, in cui forze militari occidentali vennero
a contatto diretto con le masse arabe. Nell'assedio di Beirut
l'esercito israeliano subì uno stillicidio di perdite
umane che in prospettiva diveniva insopportabile e che alla
fine lo indusse all'abbandono del controllo del territorio
libanese. Analogamente le forze di intervento americana e
francese subirono perdite enormemente sproporzionate rispetto
alle dimensioni ridottissime del territorio controllato. La
lezione dell'invasione del Libano del 1982 fu che il controllo
del territorio in opposizione alle masse nazionaliste arabe
e integraliste islamiche è praticamente inattuabile.
Il secondo corno del problema riguarda le ripercussioni di
una prolungata permanenza di forze di occupazione, in qualunque
modo mascherata e qualificata, sulla terra araba. Questa eventualità
è già stata dichiarata intollerabile da tutti
i governi arabi. È fin troppo facile prevedere che
il presidio militare del petrolio equivarrebbe a eternizzare
il conflitto dando luogo a una mobilitazione permanente delle
masse di tutto il mondo arabo.
È altrettanto facile comprendere che l'Italia è
il paese più esposto alle ritorsioni arabe in quanto
paese "complice" delle grandi potenze e anche anello
debole della catena imperialista. più grandi e profondi
saranno i motivi di rafforzamento del nazionalismo e dell'integralismo
nel mondo arabo, e più pesante sarà la fattura
da pagare per l'errore sconsiderato della partecipazione ad
una guerra nella quale non era in giuoco alcun reale interesse
nazionale italiano.