Arriviamo qui alla
nozione chiave la cui definizione è sempre stata troppo
unilaterale (opposizione alla Natura) oppure troppo sovrastrutturale.
Nelle società dei primati più evoluti, la complessità
sociale, come abbiamo già visto, si perpetua a partire
dalla combinazione di inclinazioni, cioè di comportamenti
innati, del gioco di interrelazioni tra individui e gruppi
(in particolare dei rapporti di dominazione/subordinazione),
degli apprendistati mimetici in seno alla società;
questi apprendistati possono dare luogo a avvenimenti protoculturali,
ma questi sono secondari nel senso che non modificano in modo
radicale la complessità sociale prodotta dall'autorganizzazione
"naturale" di cui abbiamo parlato. In compenso,
la maggiore complessità della società ominide
ha bisogno, almeno a partire dall'homo erectus, anzitutto
per conservarsi, e in seguito per svilupparsi, di un insieme
di informazioni strutturate secondo regole; informazioni e
regole che non sono geneticamente innate nell'individuo, e
che non sono neppure la risultante del semplice gioco di interazioni
tra individui e gruppi. In altre parole, la cultura costituisce
un sistema generatore di alta complessità senza il
quale questa alta complessità si distruggerebbe per
dare luogo a un livello organizzativo inferiore.
In questo senso, la cultura deve essere trasmessa, insegnata,
appresa, cioè riprodotta in ogni nuovo individuo nel
suo periodo di apprendistato (learning) per essere in grado
di autoperpetuarsi e perpetuare l'alta complessità
sociale.
Effettivamente, ogni bambino di sesso maschile si forma attraverso
un ciclo che gli fa integrare culturalmente la società
passando per la cultura femminile (attraverso il suo rapporto
con la madre), la cultura giovanile nella misura in cui essa
ha regole proprie, e infine la cultura maschile adulta. II
sistema permette dunque, attraverso l'infanzia e la giovinezza,
la riproduzione del patrimonio culturale e del modello sociale,
completo per l'uomo, (6) incompleto per la donna che si trova
culturalmente confinata e confermata nella sua subordinazione.
Bisogna distinguere qui la riproduzione della cultura in ogni
individuo, attraverso la quale la cultura si autoperpetua,
o meglio si autoproduce permanentemente (come ad esempio un
organismo biologico si autoperpetua autoproducendosi attraverso
la riproduzione di nuove cellule che rimpiazzano le cellule
morte), dall'autoriproduzione della cultura che è la
riproduzione di una nuova società a partire da una
colonia di giovani culturalmente formati che si stacca dall'antica
(come ad esempio la riproduzione per scissione di un batterio).
È attraverso questo tipo di autoriproduzione sociale
che i gruppi sociali si moltiplicano a partire da un ceppo
comune. Ora, la moltiplicazione delle società altamente
complesse non ha potuto effettuarsi che muovendo da questa
autoriproduzione culturale, e è così che le
società ominidi dell'homo erectus hanno potuto diffondersi
nel Vecchio mondo conservando la loro alta complessità.
Ricordiamo qui che attraverso questa autoriproduzione sociale
si sono potute operare delle variazioni che permettono una
diversificazione culturale a partire dallo stesso tipo, e
che è nel gioco di queste diversificazioni che possono
verificarsi dei regressi, ma anche dei progressi per quanto
riguarda la complessità.
Bisogna finalmente capire che la cultura non si fonda sul
vuoto, bensì su di una prima complessità preculturale
che è quella delle società dei primati e che
è stata sviluppata dalla società dei primi ominidi.
Da allora in poi la tecnica e il linguaggio originario appaiono
come prodotti di un'evoluzione verso l'alta complessità.
Qui bisogna integrare la tecnica nell'economia sociale che
deriva dall'ecologia sociale, e integrare il linguaggio nella
comunicazione sociale che aumenta di complessità di
pari passo con l'organizzazione sociale. Così i nuovi
principi organizzativi e economici si devono considerare culturali
nel senso più profondo del termine; essi costituiscono
un'informazione organizzazionale ovvero, in altre parole,
delle regole di sviluppo. Dal momento in cui questa cultura
si struttura in circuito di autoproduzione e autoriproduzione
(per trasmissione e apprendistato), essa diviene non più
soltanto prodotto altamente complesso, bensì produttrice
di alta complessità. La cultura non è anzitutto
l'infrastruttura della società, essa diventa l'infrastruttura
dell' alta complessità sociale, il nucleo generatore
dell'alta complessità ominide e umana.
Così, una prodigiosa morfogenesi ha prodotto un apparato
divenuto anch'esso automaticamente morfogenetico. La società
diventa da allora un sistema prodigioso dotato di un apparato
generatore/rigeneratore: la cultura. Con il regresso dei comportamenti
innati in sapiens, la cultura si incarica dei livelli di complessità
meno elevata che si autoproducevano prodigiosamente nella
società degli antropoidi, e si può supporre
che se si abbandonassero dei bambini nudi e privi di insegnamenti
su di un'isola deserta, essi sarebbero incapaci di ricostruire
una società di complessità pari a quella degli
scimpanzè.
Ciò non significa che la cultura rimpiazzi il codice
genetico. Al contrario, il codice genetico dell'ominide sviluppato
e soprattutto di sapiens produce un cervello le cui possibilità
organizzatrici risultano sempre più atte alla cultura,
cioè all'alta complessità sociale. Ma la cultura
costituisce ormai un centro epigenetico dotato di relativa
autonomia, come anche il cervello, da cui non la si può
dissociare, e essa contiene in sé un'informazione organizzazionale
che diventa sempre più ricca. Ciò significa
che la cultura non costituisce un sistema autosufficiente,
poiché essa ha bisogno di un cervello sviluppato e
di un essere biologicamente molto evoluto: in questo senso
l'uomo non si può ridurre alla cultura. Ma la cultura
è indispensabile per produrre l'uomo, cioè un
individuo altamente complesso in una società a alta
complessità, a partire da un bipede nudo la cui testa
aumenta sempre più di volume.
La paleo-cultura è già molto ricca. Essa comporta
le consuetudini e i divieti che corrispondono alle regole
organizzative della società, una varietà di
conoscenze tecniche per la produzione degli utensili e delle
armi, una gamma di capacità realizzative che costituiscono
ormai delle arti molto differenziate e raffinate, poiché
vi è un'arte della trappola, delle scoperte, dell'agguato,
dell'uccisione, del tagliare a pezzi ecc. per ogni tipo di
selvaggina, e infine una vera e propria enciclopedia di conoscenze
sull'ambiente, il tempo, le stagioni, gli animali, le ,piante,
i pesci, gli afrodisiaci, le erbe pericolose, curative, commestibili,
insomma una medicina, senza dubbio una chirurgia, i modi di
cucinare -in realtà delle ricette di cucina-, le particolari
attenzioni da rivolgere ai neonati. Vi è già
un considerevole patrimonio culturale femminile, che, maturando
nel corso dei millenni, avrà una portata civilizzatrice
immensa.
La paleo-cultura sarà sempre più arricchita,
ricoperta, superata dai successivi sviluppi socioculturali.
E la struttura socioculturale di base, prodigiosamente creatrice,
non solo permane, ma si complessifica a sua volta. Inoltre,
questa paleo-cultura continuerà a perpetuare, al di
fuori delle condizioni originarie della caccia e della savana,
i suoi primi principi organizzativi.
Così, alcune paleo-società, come più
tardi alcune società arcaiche, possono tornare alla
vita di raccolta in foresta, liberarsi più o meno dalla
caccia, pur conservando le strutture culturali complesse acquisite
precedentemente dalla società dei cacciatori: Più
in generale, una società che ha acquisito una certa
complessità in un ambiente dato e in una data pratica,
può, grazie al suo sistema culturale, conservare questa
complessità acquisita in condizioni ecologiche e pratiche
completamente nuove.
Così il sistema paleo-culturale è già
un sistema conservatore (della complessità acquisita)
che permette lo sviluppo tecnico, linguistico, sociologico.
Inoltre, come si vedrà, da un certo stadio in avanti,
la cultura diventa uno dei protagonisti della rivoluzione
ominidizzante, anche sul piano biologico. La cultura costituisce,
infatti, una struttura ricettiva favorevole a qualsiasi mutazione
biologica nel senso dell'aumento della complessità
cerebrale, soprattutto se, in un settore di punta, il cervello
si trova saturato e impossibilitato a sobbarcarsi un nuovo
progresso organizzazionale. Da allora in poi, ogni balzo in
avanti qualitativo della cultura e ogni balzo in avanti qualitativo
del cervello si favoriscono a vicenda e l'evoluzione socioculturale
gioca un ruolo decisivo nell'evoluzione biologica che conduce
a sapiens.
(6) Diventando adulto, l'uomo "rifiuta"
la cultura femminile e la cultura giovanile che ha vissuto,
ma questo rifiuto non è necessariamente costante e
totale. Così, e forse sin dalla società ominide,
ma sempre più nelle società evolute e moderne,
vediamo emergere nell'uomo degli aspetti femminili e degli
aspetti giovanili. Vediamo cioè un essere di una complessità
instabile, capace di passare dalla durezza spietata del cacciatore-guerriero
alla dolcezza, alla bontà, alla pietà del lato
femminile materno che conserva in lui (e ciò traduce
in atto il lato genetico-endocrino femminile che ogni maschio
porta in sé). Non vi è dubbio, secondo noi,
che l'uomo si "umanizza" sviluppando la sua femminilità
genetica e culturale, come anche sviluppando la giovinezza
nella vita adulta. Beninteso, questa umanizzazione è
ben lontana dall'essere compiuta ai giorni nostri, sebbene
essa emerga ormai come un bisogno culturale profondo del nostro
sviluppo contemporaneo.
Tratto da “Il paradigma perduto” di
Edgar Morin edito da Feltrinelli
Il testo riportato in questo sito è composto
dalle seguenti pagine: