Mentre si accumulano le tracce
anatomiche e tecnologiche che permettono di seguire l'evoluzione
fisica della specie, di presumerne uno sviluppo mentale, e
che confermano il perfezionamento degli arnesi, non disponiamo
di alcuna traccia diretta di organizzazione sociale per quanto
riguarda l'ominidizzazione. Sono già parecchi anni
che disponiamo solo del reperto troppo tardo delle società
arcaiche di homo sapiens che sono sussistite fino ai giorni
nostri. Ci siamo arricchiti delle informazioni sempre più
numerose sulle società più evolute di primati,
cioè su un'immagine di quello che avrebbe potuto essere
la società preominide. Tra questi due promontori c'è
il vuoto immenso. Però, tra questi due poli sociali,
possiamo da allora in avanti tentare di situare congiuntamente
resti anatomici, cranici, tecnologici e cinegetici come indici
di organizzazione sociale, con il procedimento della paleontologia
naturale che, a partire da frammenti d'osso, permette di ricostruire
attraverso una presunzione l'organismo in funzione delle regole
di organizzazione dello scheletro. Non si tratta di ricostruire
uno scheletro di società a partire da uno scheletro
ominide, ,bensì di considerare l'insieme delle tracce
fossili, ivi compreso lo scheletro ominide, come indici frammentari
di un'organizzazione sociale. Siamo persuasi che un avvenire
ricchissimo si stia aprendo alla sociologia preistorica che
diverrà capace di ricostruire un insieme di rapporti
sociali partendo da un frammento o da una traccia. Attualmente
la teoria sociologica è ancora così incerta
e così arbitraria che rischia di indurci all'indeterminatezza
o all'errore. Tuttavia, dato che disponiamo di una base complessa
(la società evoluta dei primati), dato che possiamo
calcolare le conseguenze del trasferimento ecologico di questa
società in savana, dato che possiamo tentare di mettere
in relazione gli indici di complessità cerebrale, di
complessità tecnica, di complessità cinegetica,
dato che possiamo immaginare le chiusure e le aperture determinate
nella società dall'organizzazione collettiva della
caccia, dato infine che, come vedremo, una società
la cui complessità implica già una cultura emerge
necessariamente prima di sapiens (cfr. p. 78 e sgg.), possiamo
tentare di disegnare una figura in movimento: la direttrice
sociologica e evolutiva di una società ominide (paleo-società).
Questo schema "ideale" comporta lacune, semplificazioni,
errori, e, beninteso, non è in grado di situare in
forma di tappe cronologiche gli sviluppi logici di cui parleremo.
Le società scimpanzè di foresta sono debolmente
centralizzate. La società ,babbuina di savana del Kalahari
(De Vore) è un branco militarizzato; essa si sposta
in massa, le femmine con i loro piccoli aggrappati alla schiena
al centro, condotta dal capo sul quale è fissata l'attenzione
di tutti; è inquadrata da maschi adulti, i più
robusti davanti e dietro, i giovani ai lati. Questo gruppo
è tanto più militarizzato in quanto non possiede
armi: la sua sola arma è la difesa collettiva. L'ominide
non ha "scelto" questa via. Essa è forse
il retaggio di una società di foresta simile a quella
dello scimpanzè che egli ha voluto o potuto conservare?
Non è piuttosto, con un tale retaggio e un tale individualismo,
la necessità di conciliare insieme la caccia vagante
senza le femmine e l'autodifesa collettiva del gruppo sociale?
In ogni modo, la struttura sociale dei primi ominidi, come
vedremo, ha dovuto essere sia centralizzata che decentrata,
permettendo sia la dispersione che l'unità, la prassi
collettiva e l'iniziativa individuale.
Nel suo sviluppo la caccia porta con sé una ristrutturazione
ancora più profonda della società dei primati.
La società dei primati manteneva nello stesso spazio
maschi e femmine, allontanando i giovani solo alla periferia
più vicina. La società ominide separa ecologicamente,
economicamente e culturalmente i sessi, che da allora in poi
diventano due quasi-società in una. L'unità
viene assicurata dall'egemonia, non più soltanto sociale,
ma politica, tecnica e culturale della bio-classe maschile,
e da nuovi modi di comunicazione e di organizzazione che controbilanciano
la dispersione dei cacciatori sul terreno e la divisione della
società in due nuclei.
Mentre la caccia trascina gli uomini sempre più lontano,
la maternità trattiene le femmine nei rifugi, a differenza
dei babbuini dove le femmine vanno insieme al grosso del branco,
con il piccolo sul dorso. I piccoli bimani non possono come
i piccoli quadrumani aggrapparsi al dorso della madre, e il
prolungamento dello stadio infantile lega sempre più
le femmine ai compiti materni. Rimaste sedentarie, le femmine
si dedicano al foraggio e alla raccolta di frutti, provvedendo
ai bisogni vegetali del gruppo. Un dualismo economico e ecologico
si instaura da allora in avanti tra uomini e donne.
Tratto da “Il paradigma perduto” di
Edgar Morin edito da Feltrinelli
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