Alcune
minime perturbazioni del movimento di altissima precisione
della terra intorno al sole comportano delle rivoluzioni nell'universo
vivente. Gli ecosistemi si trasformano. Alcune specie muoiono,
altre emigrano, altre appaiono e si sviluppano. Verso la fine
dell'era terziaria, la siccità fa retrocedere la foresta
e la savana si diffonde su vaste distese. I primi ominidi,
i cui fossili si ritrovano nelle regioni che furono colpite
dalla siccità, sono dei primati africani, abbandonati
dagli alberi, che hanno a loro volta abbandonato gli alberi,
stabilendosi in savana.
Il destino iniziale dell'ominidizzazione si è dovuto
giocare tra foresta e savana, laddove la pressione ecologica
faceva avanzare la siccità, laddove la pressione demografica
in seno alla foresta sempre più ristretta ricacciava
sempre più ai margini l'eccedenza di popolazione, laddove
le tensioni sociali tra adulti e giovani, come pure le curiosità
esploratrici degli adolescenti, spingevano, tanto per necessità
che per attrazione, dei piccoli gruppi fuorilegge a tentare
di sopravvivere sulle terre erbose.
Così dunque le pressioni ecologiche e demografiche,
gli antagonismi strutturali propri della società complessa
degli antropoidi hanno concorso nel favorire l'esilio definitivo
di un gruppo di mutanti ai quali il bipedismo permetteva di
superare i problemi fondamentali di sopravvivenza in savana
in modo originale in confronto ai babbuini (cfr. p. 68). Così,
l'ominidizzazione prelude, attraverso una sciagura ecologica,
a una devianza genetica e a una dissidenza sociologica, cioè
anche a una modificazione nell'autoriproduzione dell'ecosistema
(la foresta che diventa savana), una modificazione nell'autoriproduzione
genetica in un primate evoluto (mutazione), una modificazione
nel corso di un'autoriproduzione sociologica, cioè
la scissione di un gruppo giovanile che fonda una colonia
extra territoriale. Sembra dunque già che gli anormali,
i respinti, gli heimatlos, gli avventurieri, i ribelli siano
gli iniziatori della rivoluzione ominide. Il mutante di savana
presuppone il ribelle di foresta. Ma costui, per trovare la
soluzione rivoluzionaria, aveva bisogno di trasformarsi in
mutante di savana.
La sostituzione progressiva della savana aggressiva e crudele
alla selva protettrice e nutrice stimola e acutizza il processo
di ominidizzazione. La savana crea la condizione di pieno
impiego delle attitudini bipedi, bimani e cerebrali, a partire
dai bisogni e dai pericoli che essa comporta. Il nuovo ecosistema,
infatti, arreca le sue costrizioni, i suoi orientamenti, i
suoi pericoli che costituiscono degli stimuli allo sviluppo
delle attitudini di ogni sorta che esistevano già nell'antenato
delle foreste, il quale, parente dello scimpanzè, dotato
di un cervello agile, di uno sguardo acuto, di un appetito
onnivoro, era già capace di trasformare un ramo in
randello e un sasso in un proiettile, e di cacciare collettivamente
dei piccoli mammiferi. La sparizione degli alberi abbandona
ai pericoli della savana un essere il cui sesso e l'addome
si offrono all'artiglio e alle zanne del predone; la ricerca
di nutrimento diventa pericolosa e, inoltre, difficile se
esso è raro o sfuggente; la vigilanza, l'attenzione,
l'astuzia diventano vitali; bisogna potere interpretare come
segnali i più piccoli movimenti, come indicazioni le
tracce più sottili, bisogna essere preparati, individualmente
e collettivamente, alla difesa, e, se è necessario
cacciare, all'attacco.
In queste condizioni che si diffondono nella savana vi sono
alcuni piccoli gruppi che, provenienti probabilmente da un
unico ceppo, nel corso di centinaia di migliaia o di milioni
di anni, si differenziano geneticamente ma coesistono altresì
e praticano all'inizio lo stesso genere di vita pedestre,
manuale e intelligente, contemplano l'uso di bastoni e di
pietre per la difesa o l'attacco, la costruzione di rifugi
rudimentali. Poi vi sono coloro che disporranno, in seguito
a mutazioni genetiche, delle attitudini superiori (opposizione
del pollice all'indice, raddrizzamento totale del corpo, accrescimento
del volume e dunque della complessità del cervello),
che svilupperanno il seguito cinegetico dell'avventura.
È possibile che questi siano in origine i pesanti"
australopitechi robusti vegetariani, che, monopolizzando il
nutrimento vegetale poco abbondante, abbiano costretto i mutanti
gracili onnivori a orientarsi piuttosto sul nutrimento animale,
ricerca di carogne forse, ma soprattutto caccia alle piccole
prede. Di colpo, è su questi esseri gracili che vanno
a giocare tutte le pressioni selettive a favore di tutto ciò
che sviluppa l'agilità, l'abilità, la tecnica,
cioè i tratti sempre più ominidi. Il piede,
molto di più che nei vegetariani, si mobilita per marciare
più a lungo, cioè esplorare, correre velocemente
per inseguire, o al contrario per fuggire, mentre i branchi
robusti di vegetariani non hanno bisogno di disperdersi, galoppare,
battere precipitosamente in ritirata. Tutti i caratteri anatomici,
e tutte le attitudini corrispondenti, che permettono non soltanto
di correre velocemente e a lungo, ma di fuggire tenendo una
preda, di inseguire brandendo un bastone o una pietra, si
sviluppano nel piccolo cacciatore cacciato. L'opposizione
del pollice all'indice si accentua maggiormente in homo habilis
e Man 1470; permettendo la forza e la precisione nella presa
di oggetti raccolti o maneggiati, e soprattutto la forza e
la precisione nella loro trasformazione. Da allora in poi
la mano si trova incessantemente in azione nei modi più
diversi, e la tecnica, la quale non nasceva che a sprazzi
tra gli scimpanzè hippy della foresta, e che rispondeva
principalmente a bisogni di difesa nel pesante vegetariano,
diventa un carattere permanente dell'ominide gracile; da allora
in poi essa potrà svilupparsi contemporaneamente alla
prassi cinegetica.
Così, inizialmente più deboli, i piccoli ominidi,
e in particolare uno di essi, diventano più agili,
più abili, più intelligenti, sia geneticamente,
sia anatomicamente, sia tecnicamente, sia praticamente, e
finalmente surclassano i robusti. Essi potranno senza dubbio
coesistere a lungo, più o meno pacificamente, con quelli,
nella misura in cui il nutrimento sarà sufficiente
o differente. Ma appena si avrà concorrenza, sia sotto
la pressione demografica, sia sotto l'effetto di un aumento
della siccità, allora i più ominidizzati soppianteranno
gli altri., sia ricacciandoli su territori sempre più
sterili, sia cacciandoli come selvaggina, e da allora in poi,
tra i gracili, spetterà a quello il cui cervello è
più sviluppato, e con ciò forse anche a quello
di taglia meno minuta, di soppiantare gli altri.
È il nuovo ecosistema dunque, la savana, che ha fatto
scattare la dialettica (fenomenica e genetica) piede-mano-cervello,
madre della tecnica e di tutti gli sviluppi. Esso ha favorito
in seguito ogni incremento di qualità e di attitudini
del cacciatore-cacciato, e ha creato poi le condizioni concorrenziali
tra specie coesistenti, che hanno condotto infine alla vittoria
solitaria dell'ominide dal cervello più evoluto.
Un rapporto sempre più stretto e diretto si stabilisce
tra l'ecosistema e l'ominide. L'ecosistema, per il cacciatore-cacciato
in agguato, è un'emittente di molteplici informazioni,
che egli saprà decifrare in modo sempre più
sottile; in questo senso, l'ecosistema è co-produttore
e co-organizzatore della caccia, prassi produttiva e organizzatrice
che stimola .quanto altri mai gli sviluppi fisici, cerebrali,
tecnici, cooperativi, sociali.
Tratto da “Il paradigma perduto” di
Edgar Morin edito da Feltrinelli
Il testo riportato in questo sito è composto
dalle seguenti pagine: