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Una morfogenesi a molte dimensioni

Avendo stabilito che l'uomo non si può spiegare soltanto muovendo dal cervello di sapiens, ma che questo è il punto d'arrivo finale di un processo di ominidizzazione molto lungo e complesso, si sarebbe tentati di ritornare alla base, cioè ai piedi del primate sceso dagli alberi per camminare sul terreno.
L'ominide si distingue subito dallo scimpanzè, non per il peso del cervello, né probabilmente per le sue attitudini intellettuali, ma per la locomozione bipede e la posizione verticale. Da allora in poi l'ominidizzazione non cesserà di camminare sui piedi, come sottolinea vigorosamente Leroi-Gourhan (1964). La posizione eretta è l'elemento decisivo che libera la mano da qualsiasi compito di locomozione. Non dimentichiamo a questo punto di menzionare il pollice *: l'opposizione del pollice, accrescendo la forza e la precisione della presa, rende la mano uno strumento polivalente. Di colpo, il bipedismo apre la possibilità dell'evoluzione che porta a sapiens: la posizione eretta libera la mano, la mano libera la mascella, la verticalizzazione e la liberazione della mascella liberano la scatola cranica dalle costrizioni meccaniche che pesavano precedentemente su di essa, e questa diventa atta a allargarsi a favore di un "locatario" più ampio.
Ma un tale schema (raddrizzamento anatomico > sviluppo tecnologico > liberazione cranica) non potrebbe essere né casuale né lineare. Non può essere che il risultato dell'intervento e dell'interazione di fattori di ogni genere.
Esso presuppone infatti dei mutamenti genetici che completano le trasformazioni anatomiche e l'aumento di dimensioni del cervello; una "selezione" del bipedismo a opera di un ambiente naturale adeguato, la savana e non più la foresta; un nuovo genere di vita, che, facendo di questo animale contemporaneamente una preda e un predatore, sviluppa in una dialettica piedi-mani-cervello delle attitudini cerebrali fino allora non utilizzate sistematicamente dallo scimpanzè, comporta 1'utilizzo di armi difensive e offensive come pure la costruzione di rifugi, innesca dunque lo sviluppo tecnico all'interno di una nuova prassi; predispone infine uno sviluppo della complessità sociale esso stesso sviluppante e sviluppato dal nuovo genere di vita, la nuova prassi, la realizzazione delle potenzialità cerebrali.
Sono queste da ora in avanti le molteplici interrelazioni, interazioni, interferenze tra i fattori genetici, ecologici, pratici (la caccia), cerebrali, sociali e culturali che permettono di comprendere il processo a molte dimensioni dell'ominidizzazione, il quale comporta infine l'apparizione dell'homo sapiens.
Questo ci indica già che l'ominidizzazione non si potrebbe concepire soltanto come un'evoluzione biologica, né soltanto come un'evoluzione socioculturale, ma come una morfogenesi complessa e a molte dimensioni risultante da interferenze genetiche, ecologiche, cerebrali, sociali e culturali.
Una tale complessità allontana dall'approdo, e potrebbe far sorgere la tentazione di voler cercare un filo conduttore. Ma questo filo conduttore non potrebbe essere un rapporto di riduzione; ,benché magnifiche ipotesi siano sorte da una decina d'anni in qua per rendere conto dell'ominidizzazione (e esse sono state non soltanto provocate, ma anche, in gran parte, alimentate dalla nostra riflessione), esse tendono a ridurre, a un certo punto, l'insieme del processo a una sola dimensione privilegiata. Noi non privilegeremo la dimensione anatomica che fa camminare l'ominidizzazione soltanto sui piedi; non privilegeremo la dimensione psicologica che fa camminare 1'ominidizzazione soltanto sulla testa; non privilegeremo la dimensione ecologica che si limita a far avanzare la savana verso l'ominide e l'ominide sulla savana; non privilegeremo la dimensione genetica che si limita a far saltare l'ominide di mutante in mutante; non privilegeremo la dimensione sociologica che mette in movimento soltanto una dinamica sociale sebbene Moscovici abbia potuto sostituire molto largamente una sociogenesi alla classica biogenesi dell'uomo. Tutti questi rapporti sono essenziali, ma essi sono soprattutto, per quanto concerne questo divenire, essenziali l’una all'altro. Questo non significa che noi ci lasceremo disperdere qua e là dalla casualità degli incontri, delle interrelazioni, delle innovazioni. Poiché, come vedremo, la cerebralizzazione riunisce tra loro tutti gli sviluppi organizzatori. Ciò non significa per nulla, ripetiamolo, che noi vogliamo ridurre l'ominidizzazione allo sviluppo cerebrale; ciò significa che noi legheremo lo sviluppo cerebrale a tutti gli altri che esso comporta, ma anche a quelli che lo comportano. Sottolineiamolo: il cervello non viene considerato qui come un "organo", ma come l'epicentro di ciò che per noi è l’essenziale dell'ominidizzazione: un processo di crescita della complessità a molte dimensioni, in funzione di un principio di autorganizzazione o autoproduzione.
Questo principio non è un deus ex machina; esso presuppone espressamente, non soltanto nel suo funzionamento, ma soprattutto nella sua evoluzione, l'intervento di fatti casuali, di accidenti, di interazioni. Questo principio-guida, che ha il vantaggio di ricercare l'intelligibilità senza imporre una razionalità o un fine a priori, ci permette di considerate l'ominidizzazione come una storia reale, e "non una forza mistica che costringe l'uomo a evolversi secondo qualche principio ortogenetico" (Washburn, 1963). Non bisogna mai dimenticare, infatti, che l'ominidizzazione è un gioco di interferenze che presuppone degli avvenimenti, delle eliminazioni, delle selezioni, delle integrazioni, delle migrazioni," degli scacchi, dei successi, dei disastri, delle innovazioni, delle disorganizzazioni e delle riorganizzazioni.
L'ominidizzazione, non è soltanto ciò che appare, è anche ciò che sparisce, e l'estinzione delle specie che furono trionfanti, australopiteco, homo habilis, Man 1470, homo erectus, homo neanderthalensis, ciascuna cacciata forse come selvaggina, divorata dalla seguente. Non è una specie che si evolve dai primi ominidi a homo sapiens; sono invece, nel corso di una durata immensa dove l'ambiente naturale si modifica lentamente e dove individui e gruppi sociali si moltiplicano in modo costante, dei balzi sporadici da specie a specie, da società a società, da individuo a individuo, dove si manifesta ogni volta sia un Adamo diverso che fa da ceppo, sia un Prometeo sconosciuto che introduce una tecnica nuova, sia una colonia fuorilegge che trasforma un modello ricostruendolo. Prendono forma di tanto in tanto fenomeni di differenziazione e di dissidenza; molti falliscono, alcuni si impongono indiscutibilmente e si diffondono; i devianti che hanno avuto successo trasformano in devianti coloro che li consideravano tali.

Tratto da “Il paradigma perduto” di Edgar Morin edito da Feltrinelli

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Pagina inserita nel sito www.polesine.com il 14-Ago-2006

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