| Esiste
la realtà? Un tentativo
di risposta ai sofismi degli "Intellettuali da salotto"
di Tullio Regge
Una fonte perenne di sofismi salottieri e dotte
quanto futili disquisizioni è la domanda : esiste la
realtà ? A questa domanda possiamo contrapporne un'altra
: se la realtà non esiste che senso ha [rispondere
ndr] a una domanda mai fatta da un signore inesistente ? Tanto
vale decidere sin dall’inizio che non abbiamo scelta,
che dobbiamo comportarci pragmaticamente come se la realtà
esistesse e rispondere solo alle domande che meritano una
risposta. Debbo ammettere che la mia risposta è insoddisfacente
e non risolve questioni di fondo. Traggo da "Imposture
intellettuali " di A. Sokal e J. Bricmont, un’opera
che ha avuto un’impatto devastante sulla cultura salottiera,
una frase che esprime molto bene i miei dubbi : "Come
possiamo sperare di raggiungere una conoscenza oggettiva ..
del mondo? Non abbiamo mai accesso diretto al mondo; lo abbiamo
soltanto alle nostre sensazioni ". Non esiste una vera
soluzione al problema, già ben posto da Kant, al più
possiamo suggerire una condotta di gara ben definita : dobbiamo
comportarci come se il mondo fosse razionale e come se le
leggi che lo descrivono fossero deducibili dalle nostre sensazioni.
In ogni caso alla parola "esistenza"
vengono attribuiti significati diversi in contesti diversi.
Quella di un uomo politico segue dalla attendibilità
dei mass media o da un incontro personale, quella di un ente
matematico da una prova formale e quella di un Dio da una
professione di fede. Il problema che l’uomo deve fronteggiare
è il confronto con la moltitudine di estensioni della
esistenza in contesti diversi e la ricerca e soluzione di
eventuali contraddizioni..
Per dirla con Heidegger siamo gettati in un mondo
in cui dobbiamo sopravvivere e per farlo dobbiamo comprenderlo.
La Geworfenheit non fa distinzione tra il sacro ed il profano
o tra lo scienziato e il pedone ( senza offesa per il lettore)
che ne è fuori. Il problema della fenomenologia dello
spirito è come impostare il confronto tra l’uomo
e realtà ma senza negarne l’esistenza. Ma anche
il "cogito ergo sum " anticipa questa impostazione,
esistiamo perché pensiamo ma il nostro pensiero non
può non tenere conto della realtà. Non a caso
l’idea delle coordinate cartesiane, forse lo strumento
formale più possente mai ideato per analizzare la realtà
fisica, risale allo stesso Cartesio.
Permane il dissenso sul ruolo e sulla validità
dei risultati che la scienza ha ottenuto nell’affrontare
la realtà . Il pedone percepisce la scienza come disciplina
esoterica e lontana dalla propria esperienza personale e gli
scienziati come casta rigidamente chiusa in se stessa e intenta
a maneggiare costosi giocattoli finanziati dall’erario.
Come conseguenza negativa la scienza è vista da vasti
settori della opinione pubblica come corpo estraneo e ostile
che segue regole proprie e apre la via a invenzioni malefiche
a volte purtroppo esistenti, quali la bomba atomica, o contro
cui si batte la stessa comunità scientifica quale la
clonazione.
Nonostante questa cesura nell’immagine pubblica
non esiste differenza qualitativa su come lo scienziato interpreta
i dati empirici e come lo fa il pedone nell’affrontare
la fatica di vivere: la logica e le emozioni che mandano avanti
la ricerca rimangono squisitamente umane e sono le stesse
che ricorrono nella nostra vita quotidiana. La differenza
quantitativa è invece ovvia, enorme e in continua crescita
se rapportata all’ammontare di informazione che fluisce
attraverso i nostri strumenti di ricerca.
L’architettura ed il funzionamento del nostro
cervello giocano un ruolo cruciale nel modo in cui analizziamo
la realtà e tentiamo di ricostruirla per gradi e in
modo incompleto nella nostra mente. L’uomo discende
da un organismo primordiale nato da un incontro casuale di
molecole nel brodo primordiale che ricopriva la Terra circa
4,5 miliardi di anni or sono. La lotta darwiniana per la sopravvivenza
ci ha dotati di un cervello molto efficiente nell’analizzare
alcuni, ma non tutti, gli aspetti della realtà. Il
cervello umano non è solamente un calcolatore digitale,
è anzi lento nel fare operazioni logiche e aritmetiche,
ma è anche bravissimo nell’estrarre da dati sensoriali
amorfi quelle informazioni essenziali che hanno dato un vantaggio
enorme alla nostra specie.
Un calcolatore è programmabile e viaggia
su binari fissi, il cervello è altra cosa, è
una rete neuronale che nasce ignorante ma che impara per strada
dai propri errori. Un neonato parte con un bagaglio minimo
di istinti che gli permettono di sopravvivere nell’immediato
fino a quanto comincia a interpretare la realtà.
Anni or sono ho letto una affermazione di John
von Neumann che suona quasi come una provocazione: "la
matematica non si comprende, alla matematica ci si abitua".
Sarei tentato di andare oltre e dire che "la realtà
non si comprende, alla realtà ci si abitua" .
Penso tuttavia che Von Neumann si riferisse più o meno
consciamente alla sua leggendaria abilità di eseguire
mentalmente complesse deduzioni logiche. L’abitudine
alla realtà e alla matematica è invece un fenomeno
complesso che include ma non si esaurisce nello sviluppo di
un linguaggio formale.
Nel linguaggio corrente la fase iniziale di apprendimento
di una rete neuronale, quale è il cervello umano, viene
volgarmente chiamata "farci l’abitudine" ma
è fenomeno ben distinto dalla abitudine alla Von Neumann.
La realtà esiste quando le sensazioni provocano in
noi una reazione istintiva senza ricorso a una sequenza di
deduzioni logiche. Per sopravvivere l’uomo primitivo
doveva accertare d’istinto l’esistenza di potenziali
nemici e delle prede e questa pulsione ancestrale, che chiamerò
Urtrieb, è rimasta in noi, scomparsa la tigre con denti
a sciabola ci spinge a recepire e poi analizzare la realtà.
L’abitudine alla realtà richiede ambedue queste
componenti.
Condizioni essenziali per l’abitudine sono
l’Urtrieb ma anche la continuità e consistenza
dei dati empirici. Una sequenza di immagini scelte a caso
che scorrono in rapida successione provoca una sensazione
di disagio che si trasforma ben presto in noia e disinteresse
e non da luogo ad apprendimento. Un bambino sottoposto da
uno scellerato ad una tortura del genere crescerebbe affetto
da profonde turbe psichiche. Senza continuità la realtà
non sarebbe analizzabile e il mondo come ci appare non esisterebbe.
La continuità è la prima manifestazione visibile
della razionalità dell’universo e delle leggi
che lo regolano e i tentativi ingenui di un lattante di afferrare
gli oggetti attorno a se sono l’esordio del metodo sperimentale:
chi nega la validità scientifica di questo metodo rinnega
le proprie origini.
All’estremo opposto la mancanza del divenire,
il contemplare un mondo che non cambia o che cambia con modalità
semplici e prevedibili, in breve la stasi e la noia, uccide
l’ Urtrieb che è in noi. Nulla esclude al momento
che il mondo, lungi dall’avere una storia infinita e
piena di sorprese, abbia come destino ultimo, sia pure a lungo
termine, la stasi e la fine della scienza: ne sarei deluso
e la giudicherei una fine indegna. Mi rendo conto che questo
mio rifiuto è solamente un pregiudizio metafisico e
non poggia su alcun dato empirico. In ogni caso l’evidente
incompletezza attuale della scienza ci fa presumere che questa
fine, posto che sia inevitabile, non è immediata.
Non vedo differenza se non quantitativa tra quanto
apprende un bambino e quanto apprende uno scienziato durante
il corso della sua ricerca. Tutti e due procedono spinti dall’Urtrieb
e analizzano il mondo con gli strumenti a loro disposizione.
La ricerca ha per noi anche un aspetto ludico ma non a caso
è ben noto che il gioco è cosa seria per il
bambino e lo prepara alla vita adulta. E quasi certamente
l’aumento percentuale nelle conoscenze per unità
di tempo, ossia in termini matematici la derivata logaritmica,
di un bambino è superiore a quella di uno scienziato.
Non tutti gli adulti mantengono intatta la propria curiosità,
in molti essa viene distrutta dai cattivi insegnanti, dalla
pressione sociale oppure da ristrettezze economiche, gli uomini
sono quindi esposti a fasi di apprendimento diverse che conducono
a visioni diverse della realtà e dei valori etici ed
estetici che ad essa si associano.
Le mie considerazioni peccano di circolarità
: l’evoluzione darwiniana è una teoria formulata
da umani che di essa sono il prodotto finale e proprio per
questa ragione potrebbe riflettere i nostri pregiudizi. Il
mondo scientifico analizza la realtà con strumenti
raffinati e le conclusioni finali sono accettate solo dopo
una fase di dibattito con i colleghi e sono comunque sempre
soggette a revisioni. Sia l’uomo che gli strumenti che
lo aiutano non sono esenti da errori oppure gli strumenti
non sono accessibili a tutti e questo conduce a punti di vista
diversi che non implicano necessariamente uno stato permanente
di crisi nella nostra conoscenza. Per quanto possiamo giudicare
dal passato la diversità non è infatti prova
di inconsistenza nella realtà scientifica e riflette
solamente l’esistenza di problemi ancora insoluti nella
zona di frontiera. Una inconsistenza strutturale ci porterebbe
al relativismo della realtà ma anche al caos, una conclusione
che avrebbe reso felice Feyerabend. Ma finora tutti i paradossi
ed esperimenti utilizzati per distruggere l’impianto
concettuale della scienza non hanno avuto successo o hanno
addirittura innescato rivoluzioni scientifiche che hanno aperto
nuove vie e ampliato le nostre conoscenze. E d’altra
parte una crisi nella realtà, anche in un contesto
specialistico e non strettamente antropomorfo, uscirebbe ben
presto dall’ambito scientifico per creare scompiglio
in tutti i campi del sapere.
La frammentazione del sapere scientifico e la
sua rapida evoluzione porta con se concezioni della realtà
che a volte e temporaneamente possono sembrare in contrasto
tra di loro. Da queste nascono paradossi ed esperimenti concettuali
che illuminano la teoria e ci danno il modo di estenderla
. Ed è del tutto verosimile che proprio la spinta a
risolvere le differenze agisca come catalizzatore nella ricerca
scientifica. Rimangono in ogni caso estensioni diverse ma
non incompatibili del concetto di realtà. Ad esempio
i matematici credono nell’esistenza di un mondo platonico
delle idee in cui esistono gli enti matematici da essi creati,
a rigore questi enti non sono quindi definiti bensì
rinvenuti la dove esistono da sempre.
I fisici, pur utilizzando la matematica, non si
dimostrano altrettanto solerti e danno la patente di esistenza
solamente agli enti matematici che trovano applicazioni in
fisica. Ovviamente fisici e matematici non hanno le stesse
abitudini ma accade sovente che un fisico si improvvisi di
necessità matematico e provi l’esistenza di enti
matematici nel senso platonico senza provare il minimo imbarazzo.
Possiamo considerare la visione matematica come una estensione
facoltativa della realtà che non conduce al paradosso,
l’abitudine a questa realtà è in effetti
proprio quella di Von Neumann.
La scienza è attendibile ma non infallibile
e procede per approssimazioni successive imparando dai propri
errori, in questo suo compito la comunità scientifica
può essere equiparata a una rete neuronale multipla
e diffusa.
Comprensibilità e continuità del
reale sono aspetti particolari e conseguenza di leggi naturali
il cui dominio di applicazione si è enormemente ampliato
negli ultimi tre secoli, le loro origini rimangono insondabili
ma continuano ad affascinare chi come me e tanti miei colleghi
è ancora preda dell’Urtrieb e considera la scienza
un gioco meraviglioso. Lo stesso Einstein ha detto che "la
cosa più incomprensibile dell’Universo è
che è comprensibile" dove comprensibile implica
ovviamente razionale. Nessuno può garantire che la
corsa in avanti della scienza continui indefinitamente senza
giungere alla stasi ma nulla esclude che molto prima che questo
accada il medioevo prossimo venturo ponga prosaicamente fine
al sostegno pubblico per la ricerca e finanzi acriticamente
ciarlatani di ogni genere. Già adesso il giro di affari
dei maghi in Italia si aggira sulle 1000 Gigalire , una cifra
5 volte superiore a quella dedicata alla ricerca sul cancro.
I pochi scienziati rimasti fuori dalla galera vivranno di
congetture e di memorie dell’epoca d’oro.
Il progresso scientifico è un processo
dialettico il cui scopo è quello di organizzare i dati
empirici in uno schema di massima generalità, economicità
ma anche di alto valore estetico. Se esaminiamo l’evoluzione
delle scienze fisiche negli ultimi secoli vediamo che gli
schemi proposti poggiano su un numero di assunzioni che rimane
grosso modo costante ma il cui dominio di validità
si espande continuamente. Sia il sistema periodico di Mendeleyev
che il modello standard delle particelle contano un centinaio
di componenti elementari ma rendono conto di fenomeni in un
intervallo di energie che in un secolo si è espanso
di un trilione di volte. A sua volta il modello standard funziona
molto bene ma contiene assunzioni fenomenologiche ad hoc che
fanno presagire una struttura più profonda, simile
alle GUT o grand-unified theories di cui il modello sarebbe
una approssimazione, esattamente come accadde a suo tempo
per il sistema periodico.
La portata di una scoperta scientifica non si
misura dai risultati raggiunti bensì dai problemi nuovi
che essa apre in un processo evolutivo che pare non avere
fine. La storia della scienza degli ultimi tre secoli sembra
indicare che l’uomo si trova davanti ad una realtà
potenzialmente infinita che non potrà mai abbracciare
in toto esattamente con accade nei sistemi formali della logica
matematica per cui il teorema di Goedel prevede una infinità
di proposizioni indecidibili. A questo proposito Freeman J.Dyson
dice:
"...Gödel ha provato che il mondo della
matematica pura è inesauribile, nessun insieme di assiomi
e di regole di inferenza può abbracciare tutta la matematica;
dato un insieme finito di assiomi possiamo formulare delle
domande che fanno senso e a cui gli assiomi non possono rispondere.
Spero che una situazione simile esista anche nel mondo fisico.
Se il mio modo di vedere il futuro è corretto questo
significa che anche il mondo della fisica e dell’astronomia
è inesauribile, per quanto possiamo andare avanti nel
futuro accadrà sempre qualcosa di nuovo, ci arriverà
nuova informazione, nuovi mondi da esplorare e spazi in eterna
espansione pieni di vita, di coscienza e di memorie".
(la traduzione, alquanto libera, è mia).
Ma anche John.A.Wheeler esprime lo stesso concetto
in linguaggio poetico : "più grande diventa l’isola
della nostra conoscenza più lungo diventa il confine
con il mare della nostra ignoranza". Questa incompletezza
strutturale è vista dai nostri critici in chiave esclusivamente
negativa come fallimento della scienza, essa è invece
sintomo di perenne vitalità.
La visione positivista e scientista di una scienza
sul punto di spiegare tutto e di giungere con questo alla
verità suprema e finale, quale è vagheggiata
dai sostenitori del TOE (theory of everything), è per
me una caricatura del nostro procedere che è pericolosamente
vicina alla stasi, se si avverasse la scienza si ridurrebbe
a un episodio di scarso interesse della Geistgeschichte. Tutto
questo non esclude ed anzi incoraggia la ricerca di sintesi
parziali e di grande portata come lo è al momento il
modello standard. E neppure possiamo escludere che settori
della ricerca che fino a pochi decenni or sono erano caldissimi
decadano e siano cannibalizzati da altri. L’analisi
strutturale sistematica della materia mediante i raggi X,
iniziato da Bragg, ha ora un ruolo applicativo sia pure di
enorme importanza pratica, ma prima di passare in seconda
linea ha fornito gli strumenti essenziali per la scoperta
della doppia elica. Ma ancora più inaccettabile del
positivismo è la visione neoidealista, tuttora ben
presente sotto mentite spoglie nella cultura contemporanea,
che chiude l’uomo in un ghetto libresco ed erudito,
esalta un umanesimo dimezzato, teme la realtà e scaccia
la scienza che ne è testimone .
La scienza deve la propria consistenza al controllo
sperimentale : scienza e storia, intesa come ricostruzione
fattuale degli avvenimenti, sono discipline in cui il giudizio
finale non spetta in esclusiva all’uomo con tutti i
suoi difetti e pregiudizi. Nella scienza l’esperimento
agisce come oracolo severo che a seconda dei casi condanna
o esalta la fallibile visione umana, nella storia vale l’analisi
di documenti e di reperti e non a caso il relativismo esasperato
di Feyerabend nega appunto il confronto con la realtà.
Esistono altre discipline e visioni della realtà in
cui i giudizi di merito sono invece esclusivamente in mano
all’uomo e riflettono le sue emozioni. Il mondo variopinto
delle pseudoscienze è ricco di esempi del genere, si
pensi ai nodi di Hartmann, all’astrologia, alle medicine
alternative o alla paccottiglia della New Age, validate da
una fattualità che si rivela ben presto un riciclaggio
di neologismi o una mascherata del ciarlatano di turno. Purtroppo
le pseudoscienze hanno trovato terreno fertile nei mass media
sempre alla ricerca del sensazionale, altre sono diventate
di fatto consorterie che campano su di un fiorente giro di
affari basato sulla commercializzazione del fasullo.
In altri casi una rete di riferimento vasta e
corredata da un mare di oscuri neologismi può simulare
una pseudorealtà che è comunque un ghetto condannato
alla stasi . L’opera citata di Sokal e Bricmont contiene
numerosi esempi significativi a questo proposito. Nella chiusura
al capitolo II (p.46) su Lacan e discepoli sottolineano la
"preferenza che accordano alla teoria (nei fatti , al
formalismo e ai giochi di parole) a spese delle osservazioni
e degli esperimenti". Poco dopo si descrive il lacanismo
come "misticismo laico" che provoca "effetti
mentali … non puramente estetici" assimilabili
a una "nuova religione". In pratica si tratta di
un microcosmo libresco con regole interne del tutto sconnesse
dalla realtà fisica e sociale e che viene continuamente
arricchito di neologismi osannati come profondi ma dietro
cui esiste il vuoto.
Non penso che queste avventure intellettuali,
se prese singolarmente, siano pericolose, scomparso il profeta
che le ha create e di cui era il capo carismatico incontrano
ben presto la stasi e muoiono di morte naturale. Infine non
tutte hanno avuto effetti negativi, a volte anche se raramente
hanno gettato luce su problemi di grande interesse.
Preoccupa invece l’impatto che l’esplosione
del sapere scientifico potrà avere a breve scadenza
su di una società ancora in larga misura preda dell’analfabetismo
scientifico e indifesa nei riguardi di personaggi senza scrupoli
o di esaltati in preda a crisi mistiche. Se l’attuale
tendenza verso l’irrazionalismo e l’accettazione
acritica della ciarlataneria catalizzata dai mass media dovesse
estendersi si potrebbe innescare nella società un processo
di autodistruzione e di rigetto nei riguardi della scienza
con conseguenze catastrofiche in un pianeta che ormai conta
più di 6 miliardi di abitanti. Purtroppo non solamente
il pedone ignora cosa accade nei laboratori ma io stesso sono
pedone nei confronti delle altre discipline e debbo rivolgermi
ai colleghi per chiarimenti. Il mondo scientifico si sta rendendo
conto sia pure in ritardo dei pericoli rappresentati da questa
cesura e si sta attivando per evitare un disastroso ritorno
al misticismo medioevale ma non sempre è facile presentare
i nostri risultati nella giusta prospettiva.
Esaminiamo ora brevemente l’immagine pubblica
delle teorie fisiche più note.
La relatività ha una fama solida ma immeritata
di disciplina esoterica, io stesso ho tentato di popolarizzarla
con un CD e non è escluso che si possa renderla comprensibile
, ossia creare l’abitudine, attraverso gli strumenti
della realtà virtuale. Il punto essenziale è
che la relatività è ancora in larga misura antropomorfa
e contrariamente a quanto dicono i predicatori fasulli nulla
concede ad un relativismo letterario ben espresso dalla storica
idiozia: "come dice Einstein tutto è relativo
e nulla è assoluto".
La scienza ha esplorato l’universo ed il
microcosmo scoprendo fenomeni senza precedenti nella storia
umana. La meccanica dei quanti richiede un contesto nuovo
con regole non antropomorfe, in particolare l’osservazione
di un sistema fisico crea lo stato in cui si trova il sistema
e non si limita a renderlo noto come accade nella fisica classica..
Il tentativo di mantenere una struttura antropomorfa in un
contesto quantistico conduce a paradossi che sono stati discussi
per la prima volta in uno storico lavoro di Einstein-Podolsky-
Rosen (EPR). I paradossi EPR meriterebbero da soli una discussione
esauriente.
In ogni caso la divulgazione della meccanica dei
quanti rimane compito difficile se non impossibile, tra le
varie discipline create dalla corsa in avanti della fisica
essa è di certo la meno antropomorfa che io conosca
ed è diventata il bersaglio preferito di commandos
che vorrebbero strumentalizzarla per fini ideologici estranei
alla scienza. Anni or sono un giovanotto, membro di un movimento
religioso fondamentalista, mi accusò apertamente in
pubblico di immoralità quando ho espresso il mio scetticismo
sulla validità della meccanica dei quanti al di fuori
del contesto strettamente scientifico .
Per le indebite incursioni ideologiche vale il
commento del matematico Dieudonnè, espresso durante
un incontro dedicato alla cultura scientifica, a chi aveva
chiesto la sua opinione sulla logica matematica. Dieudonnè
rispose che in questi casi si sentiva come quei cowboy che
quando vedevano arrivare gli indiani, nella metafora i logici,
radunavano il bestiame nel fortino e aspettavano pazientemente
che se ne andassero via. Apprezzo il lavoro dei logici e dialogo
volentieri con loro ma anche io ho un fortino in cui cerco
rifugio quando arrivano mistici tetri e privi di senso dell’umorismo
che mescolano disinvoltamente metafisica, religione e meccanica
dei quanti: sono loro i miei indiani. Il mio fortino è
la Scuola di Copenhagen che sotto la spinta di Bohr ha elaborato
un protocollo che stabilisce chiaramente quello che si può
dire e fare con i quanti senza correre rischi. E’ un
fortino molto sicuro e collaudato ma ormai noioso e scomodo,
la mia speranza è quella che un giorno qualcuno scopra
delle crepe nella meccanica dei quanti mettendo sossopra la
fisica delle particelle con grande imbarazzo dei miei colleghi
e mi regali un fortino nuovo, più ampio e confortevole,
senza mistici ma con una bella vista fino all’estremo
orizzonte.
Tullio Regge
Tratto da Scienza
& Paranormale N. 36
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