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Il modello di storiografia filosofica di Ludovico Geymonat

1 – In questo volume abbiamo raccolto saggi e interventi che Ludovico Geymonat ha prodotto nel corso di un cinquantennio su epistemologi e filosofi del Novecento. L'attività di Geymonat storico del pensiero filosofico e scientifico non è mai stata marginale o di mero supporto alle sue ricerche filosofiche ed epistemologiche; anzi, essa ha fecondamente interagito con queste concorrendo in modo decisivo alla formulazione del suo «storicismo scientifico», orientamento a cui egli è conclusivamente approdato dopo la fase neopositivistica degli anni trenta.
Questi lavori si inseriscono in un filone di storiografia filosofica opposta a quella crocio-gentiliana e nuova rispetto ad altri modelli emersi nella cultura italiana di questa seconda metà del Novecento: l'esistenzialistico di Nicola Abbagnano, fenomenologico di Enzo Paci, razionalistico di Antonio Banfi e Giulio Preti, criticistico di Mario Dal Pra, materialistico storico di Cesare Luporini e Nicola Badaloni, e quello cattolico di Michele F. Sciacca, per citarne alcuni.
I dibattiti sulla storiografia filosofica sono una costante nella nostra cultura novecentesca, per il ruolo che l'insegnamento della filosofia ha sempre avuto, specialmente dopo la riforma di Giovanni Gentile del 1923, nella scuola secondaria e nell'università, e conseguentemente per il rilievo particolarissimo che la figura (culturale, sociale e professionale) dell'intellettuale-filosofo ha assunto nella nostra società, a cui sono state assegnate funzioni via via diverse (etico-civili, o profetiche, o propagandistiche, ecc.) ma sempre «pedagogicamente» rilevanti nella formazione dell'«italiano».

Il neoidealismo italiano, affermatosi nei primi decenni del Novecento, ha elaborato una nuova immagine della filosofia stabilendo un intimo nesso di essa con la storia: in Croce c'è la riduzione della filosofia a storiografia e in Gentile a storia della filosofia.
In quest'ultimo quarantennio le discussioni sullo statuto della filosofia e di conseguenza della storiografia filosofica sono state molto frequenti e hanno accompagnato un’intensa produzione storiografica (anche con grandi opere di storia del pensiero filosofico), che ha ricevuto legittimazione e giustificazione da tali dibattiti. Il primo si colloca a metà degli anni cinquanta e ha coinvolto pressoché tutta la comunità dei filosofi italiani (di area laica e cattolica), impegnata a fare i conti con la precedente tradizione idealistica, a proporre nuovi modi di fare filosofia e storia della filosofia o ribadire, con motivazioni diverse, vecchi modelli. Non mancano peraltro accurati resoconti critici e riesami storici complessivi di queste discussioni.(1)
Ci pare opportuno una breve analisi delle tesi storiografiche sostenute da Geymonat perché fanno da sfondo agli scritti che pubblichiamo e consentono forse di comprendere meglio la direzione di una ricerca storica che secondo un giudizio largamente diffuso ha dato alcuni dei risultati più alti e innovativi nella cultura italiana di questa seconda metà del secolo.

2 - Il primo saggio, Riflessioni sulla storia delle tecniche della ragione umana (Aut Aut, 1952), si colloca all'interno di quel movimento neoilluministico che ha costituito il tentativo più organico e fecondo condotto dalla cultura laica di «opporsi a un certo modo italiano di fare filosofia, costruendo un nuovo stile filosofico» in senso nettamente anti-idealistico.(2)
Geymonat parte accogliendo le tesi espresse da Nicola Abbagnano nel saggio programmatico L’appello alla ragione e le tecniche della ragione (Rivista di filosofia, 1952), ove al termine ragione si assegna un duplice significato: quello di ricerca che «tende a liberarsi da presupposti, pregiudizi e inceppi di ogni genere che tendono a vincolarla», e quello di «una particolare tecnica della ricerca». Ebbene, Geymonat utilizza questa concezione delle teorie filosofiche come tecniche della ragione, prima di tutto per respingere la «dogmatica contrapposizione tra pensiero puro (fornito di storia) e pensiero impuro (privo di essa)», contrapposizione che aveva caratterizzato la storiografia crociogentiliana.
Egli rivendica poi pari dignità alla scienza rispetto alla filosofia, essendo anch'essa una tecnica o un insieme di tecniche della ragione, per cui potranno essere accolti anche dal filosofo i risultati cui è giunta la critica metodologica moderna, che risultano analoghi a quelli raggiunti dalla critica anti-idealistica; vale a dire, «l'insostenibilità di qualsiasi pretesa ad un'assolutezza metafisica, vuoi nelle teorie scientifiche, vuoi nelle stesse regole logiche», e l'«abbandono del vecchio convenzionalismo per la valorizzazione del presupposto operativo dei concetti e delle proposizioni scientifiche e per il riconoscimento del nesso che lega le operazioni umane ai fini che via via esse si propongono». Secondo questa prospettiva occorre esaminare in termini storicamente determinati, concreti, la storia delle tecniche della ragione elaborate dall'uomo nel corso della storia, come la logica aristotelica o il metodo dimostrativo di tipo euristico o i metodi induttivi teorizzati da Mill, o quelli ideati dai logici medievali, ecc., senza però la pretesa metafisica, dogmatica, di predeterminarne il valore o il campo di validità.
Secondo Geymonat questa concezione della razionalità umana consente di delineare una nuova storiografia filosofica per cui nella storia del pensiero «non si può parlare di lotta tra il vero e il falso, così non si può parlare di sviluppo continuo dalle vecchie alle nuove idee, né si possono presentare queste ultime come naturale superamento delle antecedenti. La storia del pensiero è assai più complicata di quanto non ci lascino immaginare questi schemi: è una storia che si attua per le vie più diverse, facendo ricorso a tecniche sempre nuove, che escono fuori da qualsiasi barriera preconcetta, unificate fra loro da un solo fatto: dall’essere, tutte, attuazioni del medesimo appello alla ragione.»
All'obiezione che in questa prospettiva viene meno uno dei caratteri specifici della filosofia, cioè l'intenzionalità unitaria, Geymonat risponde che essa da principio assoluto, come era nel neoidealismo e in posizioni metafisiche tradizionali, assume ora un carattere metodico, regolativo, per cui la difesa del valore perenne della razionalità umana è compatibile con quello «limitato (nel tempo e nello spazio) delle tecniche che l'uomo crea per soddisfare tale appello». Così le nuove tecniche ci permettono, non solo di comprendere il contesto dei problemi, ma anche la loro «esatta struttura logica (nel senso odierno di questa parola), determinando con il massimo rigore in quale misura operino in esso, e con quale consistenza, le principali difficoltà incontrate dagli antichi». In altri termini, venuta a mancare la centralità fondativa della categoria idealistica di «superamento», si tratta ora, ad esempio, «di rielaborare a fondo i problemi posti dagli antichi, per scoprire se possano venir formulati in forma nuova, e se acquistino così una precisa problematicità anche per noi».
Le ricerche geymonatiane di quegli anni(3) sono state compiute secondo questa prospettiva storiografica neoilluministica, in cui la storicizzazione dei problemi è strettamente connessa con una valutazione critica delle tecniche della ragione messe in atto per risolverli e con un esame del loro valore intrinseco. Questi lavori sono risultati innovativi per i risultati raggiunti e per le stimolanti indicazioni di ricerca che hanno aperto rispetto a una tradizione, specie quella medievistica, da noi dominata da un neotomismo in cui prevalenti erano le preoccupazioni filologiche e di un ortodossismo formale.
Nei successivi interventi Geymonat ha approfondito e ampliato le tesi enunciate in questo saggio, ribadendo sia l'opposizione alla storiografia neoidealistica sia la necessità di collegare la razionalità filosofica con quella scientifica. Se il problema centrale della filosofia è ancora oggi quello gnoseologico, non si può prescindere dall'esame della conoscenza scientifica, per cui la storia della filosofia va connessa con la storia della scienza.

3 - Il secondo intervento è costituito dal saggio L’esigenza di una storia integrale della ragione (Autori Vari, Verità e storia, Arethusa, 1956). Nella prima parte si trova una delle più argomentate critiche alla concezione della scienza di Gentile, a cui Geymonat contrappone la tesi che non solo il nucleo filosofico delle teorie scientifiche particolari è storicamente determinato, «ma proprio il contenuto stesso di queste teorie nella sua scientificità». Insomma egli sostiene la «storicità della scienza in quanto scienza, non della scienza in quanto filosofia» (come appunto era giunto ad affermare Gentile).
Geymonat non è poi d'accordo né con quegli studiosi che pur dichiarandosi anti-idealisti privilegiano ancora una sola tecnica -quella filosofica- per cui la storia della filosofia giunge a comprendere in sé tutta la ragione, né con coloro che mettono sullo stesso piano tutte le tecniche della ragione. (e a una tale interpretazione non si sottrae del tutto la posizione di Abbagnano). «I risultati della moderna critica delle scienza -afferma- hanno dato la prova più lampante dell'impossibilità di comprendere le nuove esigenze critiche (di indubbia rilevanza filosofica) senza collegarle alla storia delle indagini particolari, senza riconoscere cioè -come ovvio presupposto- l'esistenza di una storia delle indagini particolari, e quindi riconoscere che la storia della ragione non si esaurisce nella storia del pensiero filosofico puro.»
Nella seconda parte Geymonat sostiene che occorre una storia «integrale» della ragione, nel senso che la scienza (come la filosofia) ha un valore conoscitivo, in ciò distinguendosi da altre tecniche della ragione, e inoltre la storia della scienza è importante non tanto perché integra in qualche modo le nostre conoscenze di un'epoca, ma perché è finalizzata a una storia integrale, totale, della ragione, legata cioè a una concezione della natura e dell'uomo, a una conoscenza della realtà parziale sì ma pur sempre autentica conoscenza. Solo così si giustifica come imprescindibile il rapporto fra storia della filosofia e storia della scienza.
In altri termini, Geymonat non è d'accordo né di considerare tra loro equivalenti tutte le tecniche della ragione, né di elevare una barriera tra le varie tecniche. Nel primo caso non vediamo le specificità delle diverse tecniche della ragione, nel secondo caso stabiliamo una gerarchia fra di esse privilegiandone conseguentemente una rispetto a un'altra. «L'attribuzione del medesimo nome di "tecniche della ragione" a tutti i più diversi tipi di indagine attuati dalla ragione umana -afferma- non è una questione puramente estrinseca. Non è neppure una cancellazione delle ricerche specificatamente filosofiche, né l'identificazione di tutte le indagini umane in un unico oscuro processo indistinto e indistinguibile. E' un punto di partenza per la comprensione più aperta della ragione umana, per uno studio di essa in tutta la complessità dei suoi sviluppi, per la penetrazione di questi sviluppi sia in ciò che hanno di individuale sia nei loro inscindibili rapporti.»

4 - Il terzo intervento è il saggio Difesa della filosofia (Giornale critico della filosofia italiana, 1962), che si configura come una presa di posizione fortemente polemica verso le posizioni emerse nel corso del dibattito da poco esauritosi. Fra i molti filosofi e storici della filosofia intervenuti, nessuno appoggiò la tesi di Geymonat sulla necessità di collegare la storia della filosofia con quella della scienza. Risultò così vincente uno storicismo «dopo o oltre Gentile» (la filosofia come sapere storico), in cui sembrò «dissolversi» la stessa filosofia, il suo valore conoscitivo, e riconfermato un carattere «nazionale» della nostra tradizione filosofica: quello storico e letterario.
Verso tale scelta, che poteva esibire una ben viva continuità (basti pensare a una «certa» lettura di Vico), Geymonat è stato sempre polemicamente avverso, nella persuasione che per questa via si giunge a screditare questa disciplina, ad accusarla di perdersi in discussioni inconcludenti («così diverse dalle concludentissime discussioni degli scienziati!») Ma la ragione di fondo dell'opposizione geymonatiana è che la scelta verso la cultura «umanistica» (intesa peraltro in senso restrittivo, storico-letterario) si presenta come alternativa rispetto al rapporto con la scienza. E dal momento che la scienza ha un peso decisivo nel mondo odierno, lo studio della sua storia diventa fondamentale per capire il mondo contemporaneo; così, se la filosofia non tiene conto di questo fatto non può più considerarsi l'asse della cultura e la sua storia (isolata da quella della scienza) non è più essenziale per comprendere pienamente i problemi che l'umanità ha via via affrontato nel corso dei secoli. In conclusione, il distacco della filosofia dalla scienza impoverisce entrambe le discipline, esponendole alle critiche di una mentalità dogmatica e a un uso puramente ideologico e strumentale.
Per superare questa situazione, in cui secondo Geymonat si troverebbe la cultura italiana, non c'è altra via efficace che riesaminare in termini spregiudicati i caratteri dell'impresa scientifica, della scienza odierna, e vedere se essa è a-filosofica o invece abbia in se stessa ineliminabili istanze filosofiche. Il problema non è più quello di giustificare la legittimità di un rapporto, quello appunto di una filosofia che vive accanto alla scienza, in una divisione di compiti e ruoli da entrambe le discipline accettate. Ora occorre fare un passo in avanti, e di fronte alla complessità crescente del «fenomeno scienza», dei suoi metodi e dei problemi da essa affrontati, «o la filosofia riesce ha provare che lo scienziato proprio in quanto scienziato ha bisogno di precise concezioni filosofiche, o dichiara il proprio fallimento e si rassegna a diventare oggetto da museo». Questo saggio è stato scritto proprio per fornire una ricca varietà di argomenti (storici e teorici) per sostenere la filosoficità della scienza.
La scelta successiva di Geymonat è stata quella di passare da un dibattito di carattere generale alla realizzazione di un'opera secondo il suo modello storiografico. La Storia del pensiero filosofico e scientifico (Garzanti, 1970-72) è il risultato di questo impegno, a cui hanno partecipato alcuni studiosi che hanno condiviso con lui le stesse direttrici metodologiche, storiografiche e culturali. Secondo il giudizio unanime di studiosi italiani, si è trattato di un'opera fortemente innovativa, con cui hanno dovuto fare i conti coloro che successivamente hanno diretto analoghe imprese culturali.
A noi ora interessa sottolineare l'importanza dell'introduzione, in cui l'autore delinea in termini conclusivi il suo orientamento storiografico. Essa inizia ricordando che «un valente e ben noto studioso di geometria, l'americano O. Veblen, proponeva per la sua scienza la seguente paradossale definizione: "Geometria è ciò che viene ritenuto tale da un numero abbastanza grande di persone competenti". Queste parole significano manifestamente che, secondo Veblen, non è possibile caratterizzare a priori il "nocciolo costitutivo" di questa scienza: essa è in continuo sviluppo, e qualunque tentativo di circoscriverla in limiti predeterminati finisce sempre col fallire di fronte alle innovazioni dei "competenti". Il problema essenziale sarà dunque quello di procurarsi una "vera competenza geometrica", attraverso l'esame intelligente delle opere dei grandi geometri (della nostra epoca e di quelle passate), non già di discutere in astratto su ciò che sia, o debba essere, la "vera geometria".»
Geymonat condivide pienamente questo criterio, secondo cui imposta l'opera; egli passa poi in rassegna le diverse soluzioni storicamente date al rapporto tra pensiero scientifico e pensiero filosofico, esamina le obiezioni cui sono andati incontro chi ha sostenuto la loro separatezza o la loro unità, per concludere che «qualunque distinzione aprioristica dei due "pensieri" risulta illusoria. Nel reale sviluppo dell'umanità essi si sono variamente intrecciati tra loro, ora tendendo a confondersi, ora invece a differenziarsi in forme sempre nuove da un'epoca all'altra», per cui il compito dello storico sarà fondamentalmente «non tanto quello di stabilire una demarcazione -mai assoluta- fra essi, quanto di rintracciare, attraverso le loro complesse vicende, l'intelaiatura profonda delle varie culture e in particolare della nostra».
Una volta dato per acquisito (storicamente e teoricamente) l'intimità del rapporto tra storia della filosofia e storia della scienza, nel senso affermato nell'introduzione citata, e cioè che esse «non sono affatto in antitesi l'uno con l'altro, ma sono due facce della medesima razionalità che faticosamente si fa strada nella storia dell'uomo», Geymonat fa alcune messe a punto rispettivamente sui rapporti fra Storia della filosofia e storia della scienza (1975) e Storia della scienza e filosofia (1976). Il ribadimento degli stretti legami tra storia della scienza e della filosofia viene così integrato con lo studio sia dei notevoli contributi che la storia della scienza è in grado di dare alla stessa riflessione filosofica, sia dei contributi innovativi che una filosofia legata alla scienza può fornire alle questioni filosofiche «tradizionali» come il problema della conoscenza e della realtà.
Geymonat esplicita così il fatto che questa convergenza fra storia della filosofia e storia della scienza presuppone che non si consideri le due discipline capaci di farci scoprire delle verità assolute, immodificabili; in tale caso la storia di entrambe si configura come una cronaca di scoperte scientifiche o una accumulazione di «verità» definitive. Ma abbiamo già visto che i singoli principi, teorie e verità (scientifiche e filosofiche) sono fluenti, immersi in una intrascendibile relatività storica, ma pur sempre capaci di farci penetrare la realtà oggettiva, fornendocene immagini via via più articolate e valide ancorché non definitive.
Insomma, le due discipline concorrono ad accrescere la nostra conoscenza della realtà e di un'epoca. Nell'una e nell'altra convergono gli interessi del filologo, dello storico, dello scienziato e del filosofo, interessi che occorre armonizzare non scorgendo una contrapposizione fra chi -come lo scienziato- cercherà nello sviluppo storico dei concetti e delle teorie scientifiche, nella successione delle rivoluzioni metodologiche, il mezzo migliore per capire il significato della scienza di oggi, e chi -come il filosofo- cercherà preferibilmente di enucleare le strutture di fondo del nostro conoscere per valutare la potenza della ragione, la vera natura dei dilemmi che deve risolvere.
Solo se è presentata in questo modo, complesso e articolato, la filosofia apparirà anche ai più scettici come il vero asse portante della cultura e pertanto si potrà affermare che possiamo comprendere a fondo lo spirito di un'epoca (lontano o contemporaneo) solo se sapremo individuare i caratteri peculiari delle correnti filosofiche e scientifiche nelle quali essa si è espressa.

5 - Abbiamo visto che nel dibattito sulla storiografia filosofica sviluppatosi negli anni cinquanta sono emerse due posizioni contrapposte. C'è stato chi ha difeso una esposizione sistematica della storia della filosofia, incardinata attorno a una definizione generale e aprioristica di essa per derivarne i problemi fondamentali e discuterne poi le possibili soluzioni. E c'è stato chi ha proposto di tratteggiare le varie fasi attraversate dalle ricerche filosofiche, cercando di individuare i caratteri principali di queste fasi.
Secondo alcuni studiosi (fra cui Geyrnonat), la posizione dei primi è sostanzialmente dogmatica sia perché si accetta una sola definizione di filosofia tra le molte possibili; sia soprattutto perché ci si lascia sfuggire il fatto incontestabile che i filosofi non sono sempre stati d'accordo nel considerare come fondamentali questi o quei problemi (per esempio, il problema di Dio, o quello della natura, o quello etico, ecc.).
Ma anche la seconda posizione è stata criticata perché ci dà un'immagine frammentaria della filosofia, cioè priva di unità, un dato -quest'ultimo- che la caratterizzerebbe rispetto ad altri saperi, e senza il quale essa non sarebbe più in grado di delineare una concezione generale, unitaria, del mondo naturale e umano. Geymonat fin dal primo saggio del 1953 ha difeso «l'unità della ragione umana nella continua variazione delle tecniche da essa prodotte»; respingendo poi la categoria del «superamento» come fondativa della storia del pensiero, veniva meno anche quella di un progresso lineare, cumulativo (una concezione che è presente nei suoi primi scritti positivistici).
L'incontro di Geymonat con il neopositivismo viennese e l'accoglimento delle tesi principali di questo orientamento, se ha reso più stringente il valore della razionalità scientifica, gli ha poi consentito di inserire la problematica della critica delle scienze entro i dibattiti filosofici, tanto che nel saggio del 1956 propose di «inserire all'interno della concezione neopositivistica, l'istanza della storia, aprendo da un lato nuovi sviluppi al neo-positivismo, e utilizzando dall'altro, i risultati della critica neo-positivistica per fornire nuovi metodi, nuova scaltrezza e penetrazione, all'indagine storica».
Il più radicale passo in avanti è espresso nell'introduzione alla Storia del pensiero filosofico e scientifico del 1970, e per comprenderne la novità anche entro lo sviluppo del pensiero geymonatiano, converrà ricordare che nel 1948 il filosofo piemontese aveva pubblicato dall'editore Einaudi il volume di scritti di Gottiob Frege Aritmetica e logica, condividendone la tesi principale, e cioè che solo determinando la base «assoluta» della matematica, questa meritava il titolo di scienza. Sono state le discussioni entro il Centro di studi metodologici di Torino e la conoscenza delle tesi del grande studioso americano Veblen, avvenuta tramite il matematico Piero Buzano, a portare Geymonat verso una concezione «anti-assolutistica» della matematica (e, più in generale, della scienza), sullo sfondo però di una sensibilità per la storia della scienza presente fin nell'opera prima del 1931, Il problema della conoscenza nel positivismo.
Secondo l'indicazione metodologica di Veblen, a chi afferma che la perdita di un principio che invalidi aprioristicamente la filosofia porta a una frammentazione della conoscenza, Geymonat risponde che anche nelle scienze si riscontra una situazione analoga a quella in cui si trova la filosofia. Come abbiamo visto, Veblen porta l'esempio della geometria, dove non è possibile dare una definizione univoca di quella disciplina, cioè valida per tutti i «competenti» (un competente di geometria dei nostri giorni ha un 'idea molto diversa da quella che aveva un competente ai tempi di Euclide).
In altre parole, l'unità della filosofia (come quella della geometria, ma il discorso vale anche per le altre scienze) non si basa su una definizione aprioristica di essa, ma sull'esame dei legami dialettici fra una teoria e l'altra: legami che a volte presentano le varie teorie come basate sullo sviluppo continuo di alcuni temi, altre volte invece come improvvisi mutamenti, contrapposizioni, ecc. E proprio per rendersi conto pienamente di questi legami dinamici, dialettici, non si può isolare la filosofia dal contesto culturale e sociale in cui sorgono, si sviluppano e decadono i suoi indirizzi più significativi, in particolare occorre non isolarla dai progressi della scienza e della tecnica.
Queste le posizioni ultime di Geymonat, il cui modello storiografico è definibile con il termine «storicismo scientifico». Si può conclusivamente sostenere che Geymonat, da una iniziale concezione positivistica, continuistica, della storia del pensiero è pervenuto a una visione dinamica, dialettica, caratterizzata da «fratture»; e per quanto riguarda la scienza, egli è passato da una concezione platonizzante come quella di Frege a una concezione storicistica, che accoglie però come irreversibile la «lezione» del convenzionalismo contemporaneo.

Mario Quaranta

Note

1 -Ferruccio De Natale,' Tra storicismo e storiografismo, Adriatica, Bari, 1987; V. Mathieu, Storia della filosofia. La filosofia del Novecento, IV, Firenze, Le Monnier, 1978; Mario Dal Pra, «Storia della filosofia e storia della storiografia filosofica» e Eugenio Garin, «Filosofia e storia della storiografia filosofica», AA.VV., La storiografia filosofica e la sua storia, Antenore, Padova, 1982, pp. 13-37 e pp. 39-51.

2 -Mirella Pasini e Daniele Rolando (a cura di), Il neoilluminismo italiano. Cronache di filosofia (1953-1962), li Saggiatore, Milano, 1991, p. 9.

3 -Analisi critica delle discussioni classiche intorno alla prova ontologica (1951); Aspetti moderni della metodologia di Descartes (1951); I problemi del nulla e delle tenebre in Fredegiso di Tours (1952); Il problema degli universali (1952). I saggi sono confluiti nel! 'opera Saggi difilosofia neorazionalistica, Einaudi, Torino, 1953.

Tratto dalla introduzione di Filosofia e Scienza nel ‘900 di Ludovico Geymonat, a cura di Mario Quaranta. Edizioni GB

 

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