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Apologia di Socrate
di Platone
traduzione di Vito Stazzone

Parte prima: La difesa di Socrate
Parte seconda: Socrate è giudicato colpevole

Parte terza: Socrate è condannato a morte

Parte terza: Socrate è condannato a morte

XXIX - SOCRATE PARLA AI GIUDICI CHE HANNO VOTATO LA SUA CONDANNA A MORTE

Ecco dunque, o Ateniesi, che per non avere voluto attendere ancora un poco avete dato adito a coloro che vogliono recare offesa alla città di accusarvi di avere ucciso Socrate, uomo sapiente; perché sapiente mi diranno, anche se non lo sono, allo scopo di diffamarvi. Mentre, se aveste atteso un po' di tempo ancora, la morte sarebbe venuta da sè. Guardate infatti la mia età, come è già lontana dalla vita e prossima alla morte. E questo io dico non a tutti voi, ma solo a quelli che hanno votato la mia condanna. E a questi io voglio dire ancora una cosa.
Forse voi pensate, o Ateniesi, che io sono stato condannato per mancanza di quei tali abili discorsi con i quali avrei potuto persuadervi se io avessi creduto che era necessario dire e far di tutto pur di scampare alla condanna. Niente affatto! Ciò che mi è venuto a mancare non sono stati gli argomenti, bensì l'audacia e l'impudenza e la volontà di non dire cose che vi sarebbero state gradevolissime ad udire, piangendo e lamentandomi e facendo altre cose indegne di me, ma alle quali altri vi avevano abituati. E come poco fa non credetti di fare cosa indegna per paura del pericolo, così ora non mi pento di essermi difeso così; anzi preferisco assai più volentieri essermi così difeso, e morire, che difendermi in quell'altro modo, e vivere. Giacché nè in tribunale, nè in guerra conviene a nessuno di noi far di tutto pur di sfuggire alla morte. Certo che in battaglia si scamperebbe a volte alla morte se si gettassero le armi o se ci si volgesse supplichevoli agli inseguitori; ed egualmente in tutti gli altri pericoli si potrebbe in molti modi sfuggire alla morte se si fosse disposti a dire o fare cosa indegna.
Ma considerate bene, o Ateniesi, che il difficile non è evitare la morte quanto piuttosto evitare la malvagità, che ci viene incontro più veloce della morte. Ed ora io, come tardo e vecchio, sono stato raggiunto da quella che è più tarda ; i miei accusatori, invece, come più gagliardi e veloci, da quella che è più veloce, la malvagità. Ed ora io me ne vado da qui condannato da voi a morire; costoro invece condannati dalla verità ad essere malvagi e ingiusti. Io accetto la mia pena, questi la loro. Doveva forse essere così, e penso che così sia bene.


XXX - IL VATICINIO DI SOCRATE AI GIUDICI CHE HANNO VOTATO PER LA CONDANNA A MORTE

Ed ora a voi che mi avete condannato voglio fare una predizione poiché, essendo prossimo alla morte, mi trovo in quel momento della vita in cui è dato agli uomini vaticinare meglio.
A voi dunque che avete votato la mia morte io dico che, appena avrò cessato di vivere, cadrà sopra di voi castigo molto più grave, per Giove, che non quello che mi avete inflitto, uccidendomi. Condannandomi, voi avete infatti creduto di liberarvi dal rendere ragione della vostra vita; ma io vi assicuro che vi succederà tutto il contrario, perché si leveranno contro di voi molto più numerosi gli accusatori, che io trattenevo senza che voi ve ne accorgeste, ed essi vi riusciranno tanto più aspri e importuni in quanto sono più giovani. Giacché, se pensate, uccidendo uomini, di trattenere alcuno dal rimproverarvi la non diritta vita, pensate stoltamente: non è questo un rimedio nè possibile, nè bello; di gran lunga migliore e più agevole sarebbe invece quello di non recare danno agli altri, ma procurare di rendere se stessi quanto più buoni possibile.
E con questo vaticinio io prendo congedo da coloro che hanno votato la mia morte.


XXXI - I GIUDICI CHE HANNO VOTATO PER L'ASSOLUZIONE SI CONFORTINO: LA MORTE PER SOCRATE E' UN BENE

Con quelli invece che hanno votato per la mia assoluzione mi tratterrei volentieri ancora un poco a parlare su una cosa che m'è avvenuta, mentre i Magistrati sono occupati e si attende che mi portino là dove io debbo morire. Vogliate dunque rimanere con me per questo tempo ancora che ci è concesso, giacché nulla vieta che ci si intrattenga a conversare. Voglio, infatti, mostrare a voi, come ad amici, che significa mai quello che m'è ora avvenuto.
Dunque, o giudici, - e bene a ragione vi chiamo giudici - m'è avvenuta una cosa meravigliosa: la solita voce profetica, quella del demone, che fin'oggi io ho udito molto frequentemente contrariarmi anche in piccole cose se non stavo per far bene ora invece che, come voi vedete, mi succedono cose ben più importanti, che si crederebbero e si credono mali estremi, non mi ha contrariato nè stamane, quando sono uscito di casa, nè quando sono venuto da voi in tribunale, nè mentre pronunziavo la mia difesa, qualunque cosa fossi io per dire, nonostante altre volte mi avesse fermato la parola a mezzo. Qualunque cosa, insomma, io stessi per dire o per fare durante l'intero processo, tale voce mai mi contrariò.
Che cosa debbo dunque arguire? Ve lo dirò: mi pare, cioè, che quel che è avvenuto a me sia un bene, e quanti di noi pensano che il morire sia un male, pensano stoltamente. E la prova è che il segno consueto non poteva non contrariarmi se stavo per fare cosa che non fosse buona.


XXXII - LA MORTE E' IN OGNI CASO E PER CHIUNQUE UN BENE

Cerchiamo anche per altra via di vedere come c'è molto da sperare che la morte sia un bene. Morire infatti è una delle due cose: o è un precipitare nel nulla, per cui il morto non ha più sentimento di alcuna cosa; o è, secondo che si dice, un transito e una trasmigrazione dell'anima da questo luogo ad un altro.
Se è un precipitare nel nulla e un cessare di ogni sensazione, quasi come un sonno in cui nulla si vede, neppure il sogno, gran guadagno allora è la morte. Se si considera infatti una di quelle notti in cui si è dormito profondamente senza nulla vedere, neanche lo stesso sogno, e si raffronta alle altre notti e giorni della propria vita e si dovesse decidere, dopo aver riflettuto, per stabilire quante notti e giorni si sono vissuti meglio e più dolcemente di quella, immagino che non solo l'uomo comune, ma lo stesso grande Re in persona, troverebbe queste ben poco numerose rispetto alle altre. Se tale dunque è la morte, gran guadagno essa è, perché allora l'infinito tempo è una sola e unica notte.
Se poi la morte è una trasmigrazione da qui ad altro luogo, ed è vero quel che si dice, cioè che là dimorano tutti i morti, qual bene, o giudici, potremmo noi allora aspettarci maggiore di questo? Se, giungendo nell'Ade, dopo esserci liberati da questi qua che si danno il nome di giudici, si troveranno i veri giudici, quelli che anche là giudicano, Minosse, Radamànto, Eaco e Trittolèmo e tutti gli altri semidei che in vita furono giusti, sarebbe forse da disprezzare tale trasmigrazione? O al contrario, non sarebbe essa di tal valore da pagare qualsiasi prezzo pur di potere conversare con Musèo, Orfeo, Esiodo e Omero?
Quanto a me, se tali cose sono vere, preferirei morire mille volte. Oh! quale meravigliosa conversazione sarebbe la mia quando mi imbattessi in Palamede e Aiace il telamonio e in qualche altro dei tempi antichi morto per ingiusto giudizio! Raffronterei la mia sorte alla loro; e ciò penso sarebbe per me motivo di dolcezza. E soprattutto amerei trascorrere il tempo ad esaminare ed interrogare quelli di là, come sono solito esaminare questi di qua, per scoprire chi di loro è sapiente e chi invece crede di esserlo e non lo è affatto. Quanto, infatti, non pagherebbe ciascuno di voi, o giudici, per interrogare colui che guidò l'esercito contro Troia, o Ulisse, o Sisifo, o tanti altri uomini e donne che potrei nominare? Quale inesprimibile beatitudine sarebbe parlare con loro, vivere in loro compagnia, esaminarli! Non avverrebbe di certo, a causa di codesto esame, che quelli di là mi uccidessero, poiché oltre ad essere per molte ragioni più felici di noi, sono ormai immortali per tutto il restante tempo, se è vero ciò che si dice.


XXXIII - L'UOMO GIUSTO NON HA NULLA DA TEMERE DALLA MORTE

E dovete sperare bene anche voi, o giudici, dinanzi alla morte e credere fermamente che a colui che è buono non può accadere nulla di male, nè da vivo nè da morto, e che gli Dei si prenderanno cura della sua sorte. Quel che a me è avvenuto ora non è stato così per caso, poiché vedo che il morire e l'essere liberato dalle angustie del mondo era per me il meglio. Per questo non mi ha contrariato l'avvertimento divino ed io non sono affatto in collera con quelli che mi hanno votato contro e con i miei accusatori, sebbene costoro non mi avessero votato contro con questa intenzione, ma credendo invece di farmi del male. E in questo essi sono da biasimare.
Tuttavia io li prego ancora di questo: quando i miei figlioli saranno grandi, castigateli, o Ateniesi, tormentateli come io ho tormentato voi se vi sembrano di avere più cura del denaro o d'altro piuttosto che della virtù; e se mostrano di essere qualche cosa senza valere nulla, svergognateli come ho fatto io con voi per ciò che non curano quello che conviene curare e credono di valere quando non valgono nulla. Se farete ciò, avremo avuto da voi ciò che era giusto avere, io e i miei figli.
Ma vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, occulto è a ognuno, tranne che a Dio.

 

TESTO TRATTO DA: "Apologia di Socrate" di Platone,
traduzione di Vito Stazzone,
Editrice La Scuola - Brescia
V Edizione 1968

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