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Apologia di Socrate
di Platone
traduzione di Vito Stazzone
Parte prima: La difesa
di Socrate
Parte seconda: Socrate è giudicato colpevole
Parte terza: Socrate è condannato
a morte
Parte seconda: Socrate è giudicato
colpevole
XXV - SOCRATE FA ALCUNE
RIFLESSIONI SULLA SENTENZA
Per molte ragioni non provo sdegno alcuno per voi,
o Ateniesi, se mi avete giudicato colpevole, tanto più
che me l'aspettavo; anzi mi meraviglio non poco del numero dei
voti riscossi dall'una e dall'altra parte poiché non
mi aspettavo certo che vi sarebbe stata una sì piccola
differenza: pensavo invero che ve ne sarebbe stata una molto
maggiore. Quindi, a quel che risulta, bastava uno spostamento
di trenta voti perché io sfuggissi alla condanna.
Ma anche così sono egualmente sfuggito a Melèto;
non solo, ma è anche manifesto che se egli non avesse
avuto l'appoggio di Anito e Licone sarebbe stato condannato
a pagare un'ammenda di mille dracme per non aver ottenuto la
quinta parte dei voti.
XXVI - LA PENA CHE SOCRATE SI ASSEGNA: ESSERE MANTENUTO NEL
PRITANEO
Costui dunque propone per me la pena di morte. E
sia. Ma io, o Ateniesi, per conto mio, che pena mi assegnerò?
E' chiaro: quella che merito. Ma quale? Che pena o che ammenda
io merito per avere sempre creduto mio dovere rinunziare alla
mia tranquillità, non curarmi di ciò che sta a
cuore alla maggior parte degli uomini: fortuna, interessi privati,
comandi militari, successi oratori, magistrature, congiure,
sedizioni? Per avere giudicato me degno di maggiore reputazione
non immischiandomi in simili occupazioni, anche se mi avessero
procurato salvezza, che, immischiandomi, non giovare nè
a voi nè a me? Per essermi volto là dove recare
potevo a ciascuno di voi privatamente il maggior beneficio possibile,
cercando di persuaderlo a non avere cura delle sue cose prima
che di se stesso, affinché divenisse quanto più
possibile buono e saggio, nè delle cose della città
prima che della città, e così a regolarsi in tutte
le altre faccende?
Quale pena io merito dunque, o Ateniesi, per essermi comportato
in tal modo? Non pena, ma premio, o Ateniesi, se debbo assegnarmi
quel che in verità merito; e un premio che mi sia appropriato.
E che cosa è appropriato a un povero e pur benefico uomo,
il quale ha bisogno di non dovere attendere ad altro che ad
esortarvi al bene? Nulla gli si addice più che di essere
mantenuto nel Pritaneo, molto di più che se alcuno di
voi avesse vinto col cavallo o con la quadriga nei giochi olimpici:
poiché quello che vi fa parere felici, io invece faccio
che lo siate davvero; quello inoltre non ha bisogno d'essere
mantenuto, io sì. Se devo dunque assegnarmi quel che
merito, questo mi assegno: essere mantenuto nel Pritaneo.
XXVII - SOCRATE NON HA FATTO TORTO A NESSUNO E PERCIO' NON
PUO' PROPORSI ALCUNA PENA
Forse penserete che queste mie parole siano dettate
da quello stesso sentimento di orgoglio cui feci cenno parlandovi
delle lagrime e delle supplicazioni. No, o Ateniesi, non è
così! Piuttosto è che io sono persuaso di non
avere mai fatto torto a nessuno volontariamente; ma di questo
non riesco a persuadere voi, giacché è poco tempo
che conversiamo insieme. Se presso di voi fosse una legge, come
è presso altri popoli, che imponesse di non terminare
in un sol giorno un processo di condanna a morte ma in più
giorni, sarei certo riuscito a persuadervi. Invece in così
poco tempo non è facile dissipare così grandi
calunnie.
Convinto quindi di non avere fatto torto a nessuno, tanto meno
voglio fare torto a me stesso col riconoscermi degno di patire
la pena e assegnarmela da me stesso. E per quale timore dovrei
fare ciò? Per timore forse della pena che Melèto
ha proposto per me, e che io non so se sia un bene o un male?
Per scegliermi in cambio una pena che so essere sicuramente
un male? Dovrei propormi forse la pena del carcere? E perchè
mai dovrei vivere in prigione, schiavo della magistratura degli
Undici? Fissarmi allora un'ammenda e stare in carcere, perché
denari non ne ho? Propormi l'esilio? Forse voi l'accettereste.
Ma dovrei essere davvero preso da una cieca brama di vivere,
o Ateniesi, se fossi così irragionevole da non comprendere
che se voi, nonostante concittadini miei, non siete riusciti
a tollerare la mia compagnia e i miei discorsi, divenuti tanto
gravi ed odiosi da liberarvene, non riusciranno certo a tollerarli
gli altri. E quale vita menerei io a quest'età, passando
da una città all'altra, sempre d'ogni parte cacciato
via? Perché so bene che dovunque andrò io terrò
gli stessi discorsi e i giovani, come succede qui, mi ascolteranno.
E se provassi ad allontanarli da me, loro stessi mi farebbero
bandire dalla città, intercedendo presso gli anziani;
se invece li richiamassi a me, mi caccerebbero via i loro padri
e parenti preoccupati per i loro figli.
XXVIII - SOCRATE PUO' PROPORRE PER SE' TUTT'AL PIU' L'AMMENDA
DI UNA MINA D'ARGENTO
A questo punto qualcuno potrebbe dirmi: -Ma non
sei capace, Socrate, andato che sei in esilio, di vivere tranquillo
tacendo? - Ecco ciò di cui mi pare veramente difficile
persuadere alcuno di voi. Se vi dico che ciò per me è
disubbidire a Dio e che, di conseguenza, io non posso astenermene,
voi non mi credete e pensate che parli con ironia. Tanto meno
mi crederete se vi dico che il più gran bene per un uomo
è fare ogni dì ragionamenti intorno alla virtù
e ad altri argomenti su cui mi avete udito parlare ed esaminare
me e gli altri; e se aggiungo ancora che una vita senza esame
non merita di essere vissuta, voi mi crederete ancora meno.
Tuttavia, o Ateniesi, questa è la verità: solamente
non è facile persuadervene.
D'altro canto io non sono capace d'assuefarmi all'idea di assegnarmi
una qualsiasi pena. Ciononostante, se avessi del denaro, mi
multerei per un'ammenda tale da poterla pagare: perché
non me ne verrebbe danno. Ma non ne ho. A meno che non vi contentiate
di quel tanto che posso pagare: una mina d'argento. Ebbene propongo
per me dunque come ammenda una mina.
Platone qui presente, o Ateniesi, e con lui Critone, Critòbulo
e Apollòdoro insistono perché io proponga un'ammenda
di trenta mine di cui si rendono garanti. Ebbene, io mi multo
di tanto. Voi avete in loro garanti degni di ogni fiducia.
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