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SENECA: la felicità
Cos’è la felicità? E’ conseguibile in questo mondo
(come volevano Platone, Aristotele, Teofrasto e Cicerone) o
in un ultraterreno (come pensavano Lattanzio e Agostino)? Seguendo
l’etica stoica e in contrapposizione con la filosofia epicurea,
Seneca sostiene che la felicità risiede non nel piacere ma nella
virtù, in una vita conforme alla nostra natura, cioè secondo
ragione. Polemizzando poi con coloro che accusano i filosofi
di vivere bene, in contrasto con i loro insegnamenti, dice che
il saggio, pur possedendo la ricchezza, non se ne cura, come
non si cura del piacere, del dolore e della salute, ma che comunque
preferisce prendere il meglio dalla borsa della Fortuna. Forse,
in un mondo di contraddizioni, in cui va bene tutto e anche
il contrario di tutto, la vera saggezza sta nella pura contemplazione
e la vera felicità nel non aver bisogno di felicità.
Lucio Annèo Seneca nasce a Cordova intorno
al 4 a.C. Avviatosi verso un ideale ascetico di vita, distolto
dal padre, abbracciò il foro e la politica, prima sotto Caligola,
poi sotto Claudio (che lo condannò all’esilio per il sospetto
di adulterio) e sotto Nerone. Ricchissimo, fu oggetto di aspre
critiche e venne anche citato in giudizio. Nel 65, coinvolto
nella congiura di Pisone, si tagliò le vene. Di Seneca, la Newton &Compton ha pubblicato: L’ozio e La serenità,
Come vivere a lungo e La provvidenza, e Guida
alla saggezza.
Seneca fu un miscuglio d’identità e di realismo.
Affascinato dalla morale stoica, la piegò alle esigenze della
vita pratica, anche se in un primo tempo visse quasi da asceta,
attenendosi, sotto l’influsso della dottrina pitagorica, ad
un regime vegetariano, da cui lo distolsero il padre e il timore
di poter essere confuso con gli ebrei quando Tiberio prese a
perseguitare certe sette che si astenevano appunto dalla carne.
Si tenne però sempre lontano dal vino e da altri cibi, come
i funghi e le ostriche, che considerava uno stimolo all’intemperanza,
un “invito a mangiare ancora quando si è già sazi” (Epist.ad
Luc.,108,15 sgg). Disdegnava i profumi perché, diceva, “il
miglior profumo è il non averne alcuno”, e riteneva una “cosa
inutile e segno di ricercatezza cuocere il corpo e stancarlo
col sudore” nelle terme: Omnis sudor per laborem exeat:
“il sudore esca solo con la fatica”, cioè in modo naturale (op.cit.).
Se non fu un oceano di difetti, com’egli stesso
si definisce (De vita beata, XVI,4), certamente ne ebbe
molti, e molte furono le sue contraddizioni: si faceva l’esame
di coscienza ogni sera (De ira, III, 36), mettendo a
nudo i suoi peccati, e si esibiva come esempio insuperabile
di vita. (Giusto Lipsio ha raccolto dalle sue opere tutti i
passi in cui loda se stesso, facendone un modello di eroismo,
Diderot ne ha esaltato il carattere morale negli Essai sur
le règne de Claude et de Néron, Opere, vol. III). Voleva
essere un santo, ma in vetrina, esposto all’ammirazione e agli
applausi di tutti. Un guazzabuglio, per dirla col Manzoni. Rimproverava
il lusso, e possedeva cinquecento tripodi di cedro con i piedi
d’avorio, biasimava gli adulatori, e di Nerone diceva che “poteva
vantare una virtù che non aveva avuto alcun altro imperatore,
cioè l’innocenza”, e che “oscurava persino i tempi di Augusto”
(De clementia, I,1). Precettore e consigliere di Nerone
pur in mezzo a tante nefandezze, a tante stragi, non lo abbandonò
neppure dopo il matricidio di lui. (Tacito dice che accondiscese
all’uccisione di Agrippina perché diversamente sarebbe morto
Nerone.) Cassio Dione, che pure lo elogia, gli rimprovera quelle
complicità. Il Cantù non gli perdona soprattutto di avere “vilmente
oltraggiato morto colui che vilmente avea esaltato da vivo”,
descrivendone la “metamorfosi in zucca” nell’Apokolokynthosis.
“Bassezze”, commenta.
Certo i tempi e le circostanze non favorirono Seneca
nell’attuazione dei suoi ideali, anzi lo contrastarono, sicchè
sotto quel peso “cadde lo spirito anelo”, piegandosi ad un encomio
servile. Video meliora proboque, deteriora sequor: “Conosco
il meglio ed al peggio m’appiglio”, come traduce Foscolo, il
quale, a questo proposito, osservava che “gli uomini sono perpetuamente
e necessariamente dalla più forte sensazione; e che si opera
il male presente ad onta delle ragioni poste innanzi dalla esperienza
del passato e dalle previdenze del futuro pel solo motivo che
le cose presenti fanno più forza all’animo nostro”.
Così fu Seneca, un saggio a cui, come dice il Paratore,
“le paradossali contingenze della vita pratica tarparono le
ali, spruzzandole di fango”. Ma da quel fango lo purgò, riscattandolo,
il suicidio. Ecco, in sintesi, come Tacito descrive la sua morte:
“Dopo aver ricevuto dal tribuno l’ordine dell’imperatore, senz’esitare
chiese le tavolette per il testamento, e poiché queste gli vennero
negate si rivolse agli amici, dicendo loro che gli lasciava
l’unico bene che ancora possedeva, l’immagine della propria
vita, quindi abbracciò la moglie, pregandola di frenare il dolore,
e come lei dichiarò di voler morire con lui, nel timore che,
sopravvivendogli, potesse essere esposta a qualche offesa, le
disse: ”Io t’ho insegnato gli agi della vita e tu preferisci
l’onore della morte: scegli come ti sembra meglio”. Dopodichè
si ferirono entrambi con uno stesso stiletto. Seneca, il cui
corpo vecchio e fiaccato dalla scarsità del vitto lasciava uscire
il sangue troppo lentamente, si tagliò anche le vene delle gambe
e delle ginocchia, e straziato da terribili dolori, per non
affliggere con l’immagine della sua sofferenza l’animo della
moglie, la fece trasportare in un’altra stanza, quindi, poiché
il sangue gli usciva a stento, pregò Stazio Annèo di porgergli
il veleno che già da molto tempo si era preparato, lo bevve,
ma invano. Allora entrò in una vasca piena d’acqua calda: il
vapore di questa lo uccise. Quanto alla moglie, Nerone, che
non aveva motivo per odiarla e temeva che la sua morte potesse
farlo apparire ancora più crudele, ordinò che venisse salvata”
(Ann., XV, 62-64).
XVI. La vera felicità, dunque, risiede nella virtù,
la quale ci consiglia di giudicare come bene solo ciò che deriva
da lei e come male ciò che proviene invece dal suo contrario,
la malvagità. Poi, di essere imperturbabili, sia di fronte al
male che di fronte al bene, in modo da riprodurre in noi, per
quanto è possibile, Dio. Quale premio per questa impresa la
virtù ci promette privilegi immensi, simili a quelli divini:
nessuna costrizione, nessun bisogno, libertà totale, assoluta,
sicurezza, inviolabilità; non tenteremo nulla che non sia realizzabile,
niente ci sarà impedito, né potrà accaderci alcunché che non
sia conforme al nostro pensiero, niente di avverso, niente d’imprevisto
né contro la nostra volontà. “Cosa?” mi dirai. “La virtù basta
per essere felici?” E come potrebbe non bastare, quand’è perfetta
e divina? Anzi, è più che sufficiente. Che può mancare, infatti,
a chi si trova fuori da ogni desiderio? Non può venirgli nulla
dall’esterno, quando ha già tutto dentro di sé. “Ma chi procede
verso la virtù”, replicherai,” anche se ha fatto molta strada,
dev’essere un po’ aiutato dalla fortuna, fintantoché si dibatte
tra le vicende umane, sino a che non sciolga quel nodo e non
infranga ogni legame mortale. Che differenza c’è, allora, fra
costui e gli altri?” Che questi sono legati solidamente, strettamente,
e anche con molti nodi, a quello, invece, che si è avviato verso
una dimensione superiore, spingendosi più in alto, la catena
s’è allentata: egli non è ancora libero, ma è come se lo fosse. |