| Feuerbach
duecento anni dopo
Punto di riferimento
non solo per Marx, ma anche per Freud, per Stirner, e per
Bloch, il fondatore dell'ateismo moderno sta catalizzando
l'attenzione dell'editoria che rilegge la sua filosofia materialistica
e la sua critica alla religione. A duecento anni dalla nascita
le poste tedesche gli dedicano un nuovo francobollo
Nella nostra età secolarizzata conviene
dedicare almeno un ricordo a Ludwig Feuerbach, approfittando
del bicentenario della nascita, caduto alla fine della scorsa
settimana. La sua critica alla religione, e all'essenza del
cristianesimo, segna una svolta nel pensiero filosofico, dischiudendo
quella prospettiva nella quale - come osservava Karl Löwith
già nel 1941 - tutti noi, consapevoli o no, ci troviamo.
Il nostro sguardo disincantato all'aldilà e all'oltre,
l'assenza quasi scontata di fede, l'impossibilità di
credere che attraversa il mondo contemporaneo, prima ancora
di diffondersi nelle proporzioni attuali, hanno trovato espressione
chiara e decisa nella filosofia di Feuerbach. E i suoi problemi
restano i nostri: il corpo, il tu, la comunità. In
una lettera da Parigi del 1844 Karl Marx, riconoscendone i
meriti, gli scrive: «la sua Filosofia dell'avvenire
e la sua Essenza della religione, malgrado il numero ridotto
di pagine, hanno più peso di tutta l'attuale letteratura
tedesca. Non so se lo abbia fatto intenzionalmente, ma in
questi scritti lei ha dato una base filosofica al socialismo
e i comunisti hanno inteso in tal modo questi suoi lavori».
Punto di riferimento non solo per Marx, ma anche per Stirner,
per Freud, per Bloch, il fondatore dell'ateismo moderno fa
ancora discutere per le sue tesi originali e per la radicalità
con cui le difende, talvolta per noi forse ingenua, ma non
per ciò meno incisiva. Per questa radicalità
Feuerbach pagò con una carriera universitaria troncata
sul nascere grazie alla ostilità incontrata dalle sue
idee sulla religione - esposte in uno dei suoi primi scritti
Pensieri sulla morte e l'immortalità del 1830, evento
che ne segnò per sempre la vita trascorsa, da allora,
ai margini, nella solitudine e nello studio, e terminata negli
ultimi anni in miseria. L'unica interruzione felice furono
le lezioni tenute all'università di Heidelberg nell'inverno
del 1848-1849 su invito degli studenti. Per il resto Feuerbach
scrisse instancabile sino alla fine e l'edizione, non ancora
completata, delle sue opere conta già quasi venti volumi
(ne sono previsti ventidue in tutto). La filosofia non è
un pensiero puro, è sempre legata e vincolata a un
soggetto concreto che non è separato e assoluto, ma
- a sua volta - ha sempre di fronte a sé un altro soggetto
concreto. Perciò Feuerbach prende di mira anzitutto
l'idealismo hegeliano di cui propone un completo rovesciamento.
L'inizio della filosofia non può più essere
l'Assoluto. Tanto meno l'Assoluto di Dio. Così la svolta
verso l'uomo, la svolta antropologica che Feuerbach imprime
alla filosofia, si coniuga con una critica alla religione.
Il suo ateismo non è, né vuole essere, una semplice
negazione dell'esistenza di Dio. Piuttosto Feuerbach, sulla
scia dell'illuminismo tedesco, decostruisce il costrutto,
tutto umano, dell'idea di Dio. A differenza dell'animale,
l'uomo ha coscienza della propria finitezza e dunque ha anche
coscienza dell'infinito. Ma l'infinito è quello del
proprio essere, cioè dell'essere umano. L'uomo singolo
si sente limitato rispetto all'infinità del genere
umano. L'errore è fare dell'infinito umano un infinito
divino proiettando in un essere apparentemente altro e distinto
dall'uomo tutti gli attributi perfetti dell'uomo. Ecco svelato
per Feuerbach il mistero della religione. Ma ecco svelato
pure il mistero della alienazione. Perché l'uomo sposta
il suo essere fuori di sé invece di ritrovarlo in se
stesso e preferisce al proprio un mondo altro e alienato.
Per superare l'alienazione occorrerà allora restituire
all'uomo gli attributi che la religione gli ha tolto mostrando
che è l'uomo ad aver creato Dio e non viceversa.
Questa critica, divenuta famosa anche grazie a
Marx, sfocia in una filosofia che, pur nella disillusione
e nel disincanto, insiste sull'esigenza che l'uomo ha dell'altro
da sé senza cui non potrebbe neppure esistere, dato
che non a se stesso ma all'altro deve la propria vita. Il
pericolo della religione sta appunto nel sostituire con un
amore fantastico, vagheggiato nell'al di là, l'amore
concreto vissuto nell'al di qua. È così che
Feuerbach fa la scoperta del «tu» che - come suggerisce
Buber - dopo il cogito cartesiano, isolato e monologico, costituisce
il nuovo inizio della filosofia. «La vera dialettica
- scrive Feuerbach - è un dialogo tra l'io e il tu».
La filosofia dell'avvenire, la filosofia del futuro,
sarà lo sviluppo di questo dialogo in cui l'uomo è
presente nella sua integralità: nella sua ragione,
ma anche nei suoi sentimenti e nelle sue passioni. L'uomo
della nuova filosofia è un essere naturale, concreto,
sensibile. Non stupisce che la parola-chiave sia qui l'amore:
«tu sei solo in quel che ami e al di fuori non sei nulla».
Ed è l'amore che, soprattutto negli ultimi anni, anche
attraverso il confronto con Schopenhauer, offre le linee per
interpretare il rapporto tra corpo e anima, dunque quello
tra istinti e volontà. Come non c'è volontà
senza istinti, così non c'è anima senza corpo,
e alla fine è la sensibilità materiale del corpo
il fondamento di tutto ciò che avviene nell'anima.
Resta però da chiarire allora la reciprocità
di un amore non-empirico che spinge oltre sé, che fa
desiderare anche la felicità di un altro lontano ed
estraneo: resta insomma da chiarire la questione politica
ed etica della comunità per la quale l'ultimo Feuerbach
introduce, non senza difficoltà e contraddizioni, il
concetto di «coscienza» intesa come «con-scienza»,
sapere che si condivide con gli altri.
Scritto da Donatella Di Cesare per il
manifesto - 04 Agosto 2004
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Agosto-2004/art89.html
Dal maestro Hegel una eredità ripudiata
Ludwig Feuerbach nacque a Landshut, in Germania, il 28 luglio
del 1804. Studiò teologia a Heidelberg e poi filosofia
a Berlino dove seguì le lezioni di Hegel. Da lui si
distanziò, inizialmente rompendo con la sua filosofia
della religione e poi con l'intera summa del pensiero hegeliano,
e in generale con tutta l'eredità speculativa della
filosofia moderna che nel pensiero di quello che era stato
il suo maestro trovava compimento. Nel 1829 ebbe inizio la
sua carriera universitaria interrotta dopo solo un anno per
le sue posizioni apertamente ateistiche. Feuerbach si ritirò
perciò a vita privata nella cittadina di Bruckberg.
Scrisse numerose opere alcune delle quali destinate ad avere
fama mondiale come L'essenza del cristianesimo (1841), Principi
della filosofia dell'avvenire (1843), Lezioni sull'essenza
della religione (1845). Morì a Rechenberg, nei pressi
di Norimberga - dove aveva speso gli ultimi anni curando l'edizione
delle sue opere e occupandosi di scienze naturali - il 13
settembre del 1872.
il
manifesto - 04 Agosto 2004
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Agosto-2004/art85.html
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