La scienza nel pensiero e nell'opera di Bertold
Brecht
di Francesco Cuomo, Università "Federico
II", Napoli
Il mondo è trasformabile
Se volessimo individuare un concetto che informi di sé
tutto il pensiero di Brecht, che ne attraversi e ne distingua
l'opera tutta, questo concetto mi sembra sarebbe quello
di trasformabilità. Trasformabili sono per il commediografo
e poeta tedesco il mondo naturale, il complesso di teorie
prodotte dall'uomo per descriverlo - ossia la scienza -,
la società e l'arte stessa. Nelle sue opere, soprattutto
quelle teatrali, quelle su cui egli investe la gran parte
del suo sforzo creativo e a cui massimamente si affida nel
suo intento di agire sul mondo attraverso l'arte, quest'idea
viene affermata, dimostrata, rappresentata, e fatta agire
in vivo. Per far questo Brecht deve riformare il teatro
stesso del suo tempo, trasformarlo in quello che è
per lui un teatro dell'era scientifica, ovvero un teatro
epico. Scientifico è infatti per Brecht l'atteggiamento
di colui che si pone di fronte al mondo con lo sguardo curioso,
meravigliato e dunque critico, lo sguardo cioè dello
scienziato. È di questo sguardo che il commediografo
epico deve dotarsi:
"Devo confessare che non riesco a lavorare come artista
senza servirmi di un certo bagaglio scientifico (...) a
me la scienza è necessaria. (...) sostengo che i
grandi e complicati avvenimenti non possono essere sufficientemente
riconosciuti in un mondo di uomini che non si provvedano
di tutti gli strumenti utili ad intenderli."
È questo sguardo che, attraverso la tecnica dello
straniamento, il teatro epico deve, da un lato, gettare
sulle vicende della vita quotidiana, e dall'altro suscitare
nello spettatore:
"Fatti e persone della vita d'ogni giorno, del nostro
ambiente più immediato, hanno per noi qualcosa di
naturale, appunto perché usuale: lo straniarli serve
a renderli inusitati. La tecnica della diffidenza di fronte
ai fatti consueti, "ovvi", mai posti in dubbio,
è una meditata conquista della scienza; e non v'è
ragione perché l'arte non adotti questo atteggiamento
utile quant'altri mai."
"Si tendeva a far recitare gli attori in maniera da
rendere impossibile allo spettatore di immedesimarsi sentimentalmente
con i personaggi del dramma. L'accettazione o il rifiuto
di ciò che questi facevano o dicevano, doveva avvenire
nella sfera cosciente dello spettatore, e non, come era
avvenuto finora, nel suo inconscio."
È questo sguardo che Brecht attribuisce al suo Galileo,
l'uomo simbolo dello scienziato che trasforma, ribaltandola,
la visione del Mondo cosmologico del suo tempo:
"(...) l'occhio estraneo con cui il grande Galileo
osservò la lampada oscillante. Costui guardò
con meraviglia le oscillazioni, come se così non
le avesse previste e proprio non le capisse; e in tal modo
poté poi scoprirne le leggi. È questo sguardo
arduo e fecondo che il teatro deve provocare con le sue
immagini della convivenza umana. Esso deve meravigliare
il suo pubblico; e a tanto può giungere mediante
una tecnica che stranî ciò che è familiare."
Pensiero e azione
Se per ogni artista poetica e ideologia, concezione dell'arte
e visione del mondo si sovrappongono, sono l'una emanazione
e realizzazione dell'altra, questo è quanto mai vero
per il commediografo Bertolt Brecht. E non potrebbe essere
altrimenti dato che, a suo modo di vedere, la funzione principale
del teatro è sociale; essa consiste nella "rappresentazione
della realtà allo scopo di agire sulla realtà".
Primo compito del commediografo è dunque quello di
comprendere la realtà che lo circonda. Lo strumento
che Brecht propone di utilizzare per condurre quest'analisi,
l'unico in grado secondo lui di cogliere il mondo nella
sua complessità, è quella dialettica materialistica
che Marx ha mutuato dalla filosofia hegeliana e che Brecht
riguarda come un'applicazione del metodo scientifico allo
studio della società. Essa consiste, infatti, nel
concepire la realtà nel suo divenire, nel considerare
le condizioni sociali come processi nella loro contraddittorietà:
tutto esiste solo in quanto si trasforma, dunque in antitesi
con se stesso. Ciò che la scienza fa, secondo Brecht,
con il mondo naturale. E "Ciò vale anche per
i sentimenti, le opinioni, i comportamenti degli uomini
nei quali si esprime sempre il particolare modo della loro
convivenza sociale."
La società che attraverso questo sguardo si mostra
a Brecht è una società dominata dalla classe
borghese a spese del proletariato, in cui "La comune
gigantesca impresa in cui [gli uomini] si sono impegnati
sembra dividerli sempre più; l'aumento della produzione
provoca l'aumento della miseria, e solo pochi uomini traggono
un utile dallo sfruttamento della natura: come? sfruttando
altri uomini. Quello che potrebbe essere il progresso di
tutti è fatto vantaggio di pochi, e una parte sempre
maggiore della produzione è adibita a creare mezzi
di distruzione per terribili guerre. In queste guerre le
madri di tutte le nazioni, stretti al petto i loro bimbi,
scrutano atterrite il cielo dove rombano le micidiali invenzioni
della scienza."
Una società in cui dunque la scienza gioca, ancora
una volta, un ruolo di grande peso nel costruire il potere
di una classe e nel preservarlo: "La borghesia - quella
classe cui le scienze permisero l'ascesa che essa trasformò
in predominio, facendosene la sola beneficiaria - ben sa
che verrebbe messo fine al suo potere se le sue imprese
venissero considerate con occhio scientifico."
Quegli stessi uomini di cultura, politici, dirigenti industriali,
che trovano molto comodo utilizzare le scoperte scientifiche
per accrescere il proprio potere, non permetterebbero mai
che qualcuno volesse applicare lo spirito critico caratteristico
della scienza all'esame spregiudicato dei loro privilegi
(che - come scrive Brecht - volesse "puntare il telescopio"
sugli "aguzzini" della società). È
dunque, secondo Brecht, interesse imprescindibile della
classe dominante mantenere il proletariato nella sua condizione
di ignoranza e di mancanza di una cultura e di una sensibilità
scientifica. Parte integrante dello status quo, ma soprattutto
ulteriore strumento della sua
conservazione è il teatro della sua epoca, il teatro
drammatico borghese.
"Nello stato in cui si trova, il teatro mostra la
struttura della società (quella prodotta sulla scena)
come non influenzabile dalla società (quella seduta
nella sala). Edipo, che ha peccato contro alcuni principî
che reggono la società del suo tempo, viene giustiziato:
ci pensano gli dèi, e quelli non sono soggetti a
critiche. I grandi protagonisti shakespeariani, che portano
in sé il proprio destino, compiono irresistibilmente
la loro vana e mortale corsa alla catastrofe, si giustiziano
da sé; nei loro crolli, non la morte, ma la vita
appare oscena, la catastrofe non è criticabile. Vittime
umane da ogni parte! Barbari divertimenti! I barbari, lo
sappiamo, possiedono un'arte. Ma noi, facciamone un'altra."
Il teatro epico
Questa nuova arte, figlia della nuova scienza sociale e
nipote della nuova scienza della natura, è il teatro
epico. Si tratta di una trasformazione radicale della concezione
dell'opera teatrale, della sua rappresentazione, della sua
fruizione da parte del pubblico. Coerente con la dialettica
materialistica, il teatro epico mette in scena gli avvenimenti
che costruiscono la narrazione come prodotti da particolari
dinamiche sociali, cioè come reali sì, ma
di una realtà subordinata al verificarsi di particolari
condizioni sociali, a loro volta determinate e determinabili,
in mancanza delle quali essi non si sarebbero verificati.
Una realtà così rappresentata si mostra dunque
nella sua trasformabilità.
"Se facciamo agire i nostri personaggi sulla scena
come mossi da forze sociali, e da forze sociali diverse
secondo le diverse epoche, ostacoliamo la tendenza del nostro
spettatore ad abbandonarsi all'ambiente scenico. Egli non
avrà più l'impressione: "così
agirei anch'io"; dovrà per lo meno aggiungere:
"se vivessi nelle medesime condizioni". E quando
rappresentiamo in luce storica i lavori ispirati al nostro
tempo, anche le condizioni che determinano le sue proprie
azioni potranno apparirgli nel loro carattere particolare;
e questo è l'inizio della critica. Queste "condizioni
storiche" non si devono però immaginare (né
realizzare) come forze oscure (sfondi), perché sono
solo gli uomini a crearle e a mantenerle (e saranno gli
uomini a trasformarle): esse nascono proprio per quello
che avviene sulla scena."
Per far questo il teatro epico sostituisce, nella fruizione
da parte del pubblico, all'immedesimazione (Einfühlung)
tipica del teatro borghese, un processo di straniamento
(Entfremdung) - altra espressione di hegeliana memoria -
che consente di far apparire gli avvenimenti rappresentati
come "strani", "sorprendenti", "non
familiari". Si tratta di sviluppare nello spettatore
quell'occhio estraneo che abbiamo visto attribuito da Brecht
a Galileo, quell'atteggiamento di stupore di fronte alla
realtà che porta all'analisi critica e alla comprensione
scientifica. "Colui che trova ovvia la formula "due
più due uguale quattro" - sostiene infatti Brecht
- non è più matematico di colui che non la
capisce".
Per realizzare lo straniamento il teatro epico si serve
di nuovi strumenti posti sul palcoscenico: cartelli e schermi
per la proiezione, che rievocano avvenimenti altri da quelli
che si stanno svolgendo in quel momento sulla scena, presentano
parole dette da persone assenti perché lontane, oppongono
ai discorsi astratti pronunciati dagli attori cifre concrete.
Questi inserti "escludono un'immedesimazione totale
da parte sua [dello spettatore], interrompono una sua partecipazione
meccanica".
Ma soprattutto lo straniamento si ottiene grazie ad una
nuova tecnica recitativa in cui l'attore, evitando di confondersi
con il personaggio, si pone, piuttosto che in lui, di fronte
a lui, in una condizione, cioè, nella quale può
osservarlo e giudicarlo.
"Un'altra regola è questa: l'artista si guarda.
(...) L'attore si sforza di riuscire "strano"
e perfino "sorprendente" allo spettatore; e raggiunge
tale scopo considerando da "estraneo" se stesso
e la sua esibizione. (...) Grazie a quest'arte le cose della
vita quotidiana si elevano al di sopra del piano dell'ovvietà.
(...) Il "contemplare se stesso" dell'attore preclude
allo spettatore l'immedesimazione totale, gli impedisce
cioè di abdicare a se stesso. (...) L'immedesimazione
tuttavia avviene sotto altra forma: ossia lo spettatore
si immedesima nell'attore in quanto essere che osserva;
viene così sollecitato in lui l'atteggiamento della
speculazione, dell'attenzione."
"[l'attore del teatro epico] Non dimentica mai, né
permette mai allo spettatore di dimenticare, che egli non
è la persona che viene rappresentata, ma colui che
la rappresenta. (...) Le opinioni e le reazioni di colui
che rappresenta e di colui che viene rappresentato non sono
fatte coincidere."
"Per realizzare, in una recitazione con immedesimazione
non completa, lo straniamento degli enunciati e delle vicende
del personaggio da rappresentare, possono servire tre accorgimenti:
1) la trasposizione alla terza persona; 2) la trasposizione
al tempo passato; 3) il pronunciare ad alta voce didascalie
e commenti. (...) Il pronunciare le didascalie in terza
persona fa sì che due diverse intonazioni vengano
a cozzare l'una contro l'altra, con conseguente straniamento
della seconda, cioè del testo propriamente detto."
Il peccato originale di Galileo
Figura emblematica della visione della scienza di Brecht
è Galileo. Il fisico pisano è l'uomo che ha
saputo ribaltare la teoria cosmologica del suo tempo, è
il primo grande interprete di quel metodo "morale-rivoluzionario"
che Brecht attribuisce alla scienza, e vorrebbe vedere applicato
alla società. È questo parallelismo tra cosmologia
e sociologia che connota il protagonista della brecthiana
Vita di Galileo e costituisce il motivo conduttore dell'opera.
In un saggio, quasi un diario di lavoro, scritto in seguito
ad una intensa collaborazione con Brecht, il filosofo austriaco
Günther Anders annota:
"[...] la teoria copernicana, ovvero la tesi che non
è il Sole a girare intorno alla Terra, ma la Terra
intorno al Sole, ha esercitato un fascino simile su Brecht
perché formulò una rivoluzione dei rapporti
di potere su scala universale, perché fece, in termini
hegeliani, di che finora era un "servo" (il Sole)
un "padrone" e di chi era "padrone"
(la Terra) un "servo". [...] Brecht ha visto negli
astronomi dei secoli XVI e XVII - che privavano la Terra
della sua posizione dominante e centrale, della sua pretesa
di dominio, e mettevano al suo posto il Sole - in un certo
senso i teorici della lotta di classe dell'universo. In
quest'opera Brecht parla sempre contemporaneamente dal punto
di vista cosmologico e sociologico. Egli vuole scuotere
le pretese di coloro che immaginano o asseriscono fermamente
di risiedere al centro dell'universo. [...] la speranza
che "non esisterà più né un Sopra
né un Sotto" ha sempre in Galileo come in Brecht
un senso tanto sociale quanto cosmologico."
Ma tale è solo un aspetto del Galileo di Brecht.
Duplici quanto meno sono i suoi lineamenti - vale a dire
quelli dello scienziato moderno - nel pensiero del nostro,
duplice è la loro rappresentazione nella sua opera.
Com'è noto, della Vita di Galileo esistono tre versioni,
di cui due sostanzialmente distinte. La prima nasce negli
anni dell'esilio danese. Siamo nel 1938 e in Germania è
ormai compiuto quel processo di nazificazione della cultura
iniziatosi il 10 maggio 1933, poche settimane dopo la partenza
di Brecht, con uno spettacolare rogo che aveva distrutto
simbolicamente molte delle opere più valide del pensiero
tedesco ed europeo contemporaneo.
Questo primo Galileo è lo scienziato che si sottomette
all'abiura in nome della ricerca che sta conducendo, che
sacrifica il proprio orgoglio in nome del progresso scientifico.
Nella cruciale penultima scena, in cui un Galileo salvo
ma obbligato a lavorare sotto il controllo dei rappresentanti
della Chiesa e il suo ex-allievo Andrea Sarti discutono
la scelta dello scienziato e le sue conseguenze, la sentenza
pronunciata suona come un'assoluzione, anche se, come vuole
la poetica brechtiana, le posizioni rappresentate sono sempre
due:
"GALILEO A soppesare bene tutti i pro e i contro si
deve concludere che se mi sono sottomesso è stato
soltanto per la grande paura della morte.
ANDREA Il rumore del crollo fu molto più forte del
chiasso delle macchine dei muratori durante tutto il tempo
della costruzione. E il polverone causato dal crollo fu
molto più alto della torre stessa. Ma quando la polvere
si diradò si vide che erano crollati solo i dodici
piani superiori. I trenta piani inferiori erano ancora in
piedi e si poteva ricominciare a costruire."
In questo Galileo Brecht rappresenta, straniandola attraverso
la trasposizione in un'epoca trascorsa, la figura dell'intellettuale
che si oppone al regime fascista e, più in generale,
ad un potere politico oppressivo. Ma nel '45 un evento tragico
muta profondamente la visione e il sentimento brecthiano
nei confronti della scienza.
Se, infatti, dagli specchi ustori di Archimede a cavallo
tra realtà e legenda, alle macchine belliche di Leonardo
da Vinci, ai bombardieri alati della grande guerra, la storia
dell'asservimento dei progressi scientifici a scopi offensivi
è lunga tanto quanto la storia della scienza, nel
corso del Novecento entrambi questi processi hanno subìto,
mano nella mano, un'accelerazione che ha portato Karl Popper
all'amara constatazione che a un tale progresso tecnico
non è corrisposto un analogo progresso umano. Secondo
alcuni la bomba atomica ha rappresentato in questo percorso
un punto di discontinuità, un salto incommensurabile
con quelli precedenti. Qui ancora il pensiero di Brecht
sembra incontrarsi con quello di Anders, che arriverà
a sostenere che la comparsa dell'atomica ha fatto dell'uomo
una nuova specie: benché anatomicamente invariati,
abbiamo assunto una posizione radicalmente diversa nel cosmo
e verso noi stessi essendoci dotati di un nuovo titanico
potere, quello di distruggere la nostra stessa esistenza
di esseri umani. In occasione della prossima rappresentazione
newyorkese ad opera di Charles Laughton - siamo nel 1947
- Brecht riscrive, alterandola in maniera fondamentale,
la scena dell'incontro tra Galileo e Sarti. Stavolta l'autocondanna
dello scienziato è a stento mitigata dalle parole
dell'amico:
"ANDREA Volevate aver tempo a disposizione per scrivere
l'opera scientifica che solo voi
potevate scrivere. Se foste salito al rogo, se foste morto
in un'aureola di fuoco, avrebbero vinto gli altri
GALILEO Hanno vinto gli altri. E un'opera scientifica che
possa essere scritta da un uomo solo, non esiste.
(...)
GALILEO Se io avessi resistito forse i fisici avrebbero
potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per
i medici fu il giuramento d'Ippocrate: un voto solenne di
far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell'umanità!
(…) E invece sono solo stato capace di mettere la
mia sapienza a disposizione dei potenti perché la
usassero o non la usassero o ne abusassero a loro piacimento.
Ho tradito la mia professione."
È questo il Galileo che ha commesso secondo Brecht
il peccato originale della scienza moderna. È questo
il Galileo che, come ha osservato Ludovico Geymonat, non
ha avuto il coraggio "di allargare la propria battaglia,
trasformandola da semplice lotta contro la fisica in lotta
generale per il rinnovamento dell'umanità (...):
ha preferito porre la propria sapienza "a disposizione
dei potenti, perché la usassero o non la usassero
o ne abusassero, a seconda dei loro fini"; con ciò
ha accettato egli stesso di venir collocato in una condizione
servile, rinunciando a indagare con spirito critico il problema
dei fini, cioè il problema dell'utilizzazione delle
scoperte scientifiche, del loro diretto inserimento nell'elaborazione
di una nuova civiltà". È questo il Galileo
che ha abiurato per timore del dolore fisico e per il quale
il ritorno alla ricerca scientifica non ha il senso di una
prosecuzione della lotta nella clandestinità, quanto
quello del cedere ad un impulso egoistico e fine a se stesso.
Si tratta di quella cosiddetta scienza pura, che per Brecht
altro non è che una scienza purificata della coscienza.
Riferimenti:
Bertolt Brecht, Scritti teatrali, Einaudi, Torino, 1962,
p.66-67.
Günther Anders, Vita di Galileo (1966), in Uomo senza
mondo. Scritti sull'arte e la letteratura, Spazio Libri
Editori, Ferrara, 1991, p.136.
Bertolt Brecht, Vita di Galileo (1938-39), citato ne Il
Galileo di Brecht, Programma di Sala del Piccolo Teatro
di Milano per la rappresentazione della Vita di Galileo,
Milano, 1963.
Günther Anders, L'uomo è antiquato, Bollati
Boringhieri, Torino, 2003.
Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino, 1963,
p.113-116.
Ludovico Geymonat, Il Galileo della storia e il Galileo
di Brecht, L'Unità , Milano, 02/04/1963.
Testo tratto dal sito http://ulisse.sissa.it/site/public/Biblioteca/bUlb0407001_s1.pdf