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Storia della danza
di Roberto Penzo
La
danza è definita, da Curt Sachs: la madre delle arti.
La parola arte, però (aggiunge l'autore subito dopo)
non esprime tutto, e si esita perciò a usarla: il suo
significato attuale troppo ampio e nello stesso tempo limitato,
non riesce a rendere compiutamente la pienezza di vita della
danza.
La danza dunque, prima ancora di arte, è vita: è
questo il senso del suo valore di matrice culturale. Nelle più
antiche civiltà essa rappresenta sempre un'esperienza
determinante nella vita di gruppo sociale. L'uomo primitivo
esprime danzando ogni fondamentale avvenimento comunitario:
nascite, morti, matrimoni. La danza primitiva è danza
guerriera, danza magica, danza sacra, danza della fertilità:
è comunque un'attività che ha sempre carattere
rituale, che nasce in quanto rappresentativa degli accadimenti
della vita della tribù. Nella società arcaica
è essenziale il suo valore di modo di espressione della
religiosità, il suo esistere come forma di contatto con
l'ignoto, con le leggi sovrumane che regolano i cicli naturali:
è il linguaggio usato dall'uomo primitivo per esprimere
l'irrazionale, il trascendente.
Nella danza la comunicazione avviene tramite i movimenti significativi
del corpo: è dunque un linguaggio il cui strumento è
il gesto. Ma la danza non è soltanto comunicazione gestuale:
essa consiste innanzitutto in un movimento ritmico, in quanto
il corpo umano che danza segue sempre un determinato ordine
cinetico, che si svolge in rapporto al tempo e allo spazio.
Se questa è una peculiarità che appartiene anche
ad altri generi di attività fisiche (per esempio camminare,
oppure fare ginnastica), la danza si distingue da essi in quanto
consiste in un movimento che non viene condizionato da finalità
utilitaristiche: qui il gesto si trasforma in movimento come
espressione fine a se stessa, che trascende da qualsiasi scopo
legato alla prassi del vivere quotidiano.
Nella nostra civiltà occidentale, che si fonda su una
cultura razionalista, astratta, matematizzante, volta al progresso
scientifico e all'evoluzione della tecnica, l'artista ha la
funzione di comunicare agli altri ciò che sfugge a quella
strutturazione artificiale della realtà che l'uomo si
è costruito per poter dominare l'ambiente che lo circonda.
La danza teatrale occidentale, vale a dire la manifestazione
spettacolare di quest'arte, concepita e strutturata per essere
rappresentata di fronte a un pubblico, nella storia della cultura
europea di quattro secoli si è per lo più identificata
con la forma classica del balletto: un genere che ha assunto
una fisionomia specifica sia dal punto di vista dei moduli di
movimento adottati (la tecnica accademica del balletto) sia
dal punto di vista strutturale (una certa concezione del disegno
coreografico, del rapporto danza - scenografica) sia infine
dal punto di vista delle tematiche affrontate (i contenuti favolistici,
i temi d'evasione della realtà). È importante
osservare che soltanto ai primi del Novecento esso è
stato messo in discussione da quella corrente di rinnovamento
della danza teatrale che va sotto il nome di "danza moderna".
Tale corrente non equivale a un unico stile di danza: al contrario,
si tratta di una tendenza comprensiva di numerose tecniche e
stili differenti. Ma le diverse esperienze dei danzatori moderni
possono essere inserite in una corrente unitaria, per via delle
origini che le accomuna: vale a dire la medesima volontà
di ricerca di moduli espressivi originali, al di là degli
schemi statici e artificiosi imposti dalla lunga tradizione
del balletto classico.
Dal
punto di vista formale, la tradizione culturale del balletto
consiste in un codice di movimento definito e strutturato secondo
regole prefissate: la tecnica della danza accademica è
fatta di passi, figure e posizioni, codificati in un vocabolario
fisso di modelli di movimento. La conferma tradizionale di tale
tecnica consiste dunque in un linguaggio formale che preesiste
al danzatore: non è l'artista à creare il proprio
codice, bensì viceversa è il codice a formare
l'artista.
Le regole comprese in quel sistema di forme sono state strutturate
in base a un modello astratto di perfezione stilistica, nel
senso che tendono verso un ideale disegno concepito a priori
che il movimento del corpo deve tracciare nello spazio: un ballerino
classico, dunque, cerca di avvicinarsi al massimo a un modello
che necessariamente resta astratto e intellettuale, in quanto
non nasce come il risultato diretto delle sue esigenze espressive,
ma è sempre aprioristicamente strutturato secondo i canoni
puramente estetici.
Questo punto è di importanza fondamentale per chiarire
una delle differenze più decisive tra danza classica
e danza moderna: mentre la prima si serve sempre di un linguaggio
unico, la seconda viceversa consiste in una molteplicità
di linguaggi diversi, in quanto ogni artista crea il suo codice
per comunicare. Così accade che i danzatori moderni non
accettino la convenzione classica delle cinque posizioni del
piede, in quanto asseriscono che il numero delle posizioni non
può essere stabilito da nient'altro se non da quanto
l'artista richiede al proprio corpo per ottenere i risultati
che desidera.
Vi è dunque una tendenza continua a restituire al corpo
la sua reale dimensione di libera creatività: e questo
significa, innanzitutto riconoscerne il valore di realtà
essenziale che si definisce e si esprime in un tutto con l'interiorità.
A questo proposito tuttavia è necessaria una considerazione
fondamentale: parlare di due parti distinte dell'io, corpo e
spirito, equivale alla piena accettazione del secolare postulato
cristiano che scinde l'individuo in anima e corpo, senza saperne
vedere la continuità. La danza, nel suo significato più
ampio e spontaneo, costituisce la negazione radicale di tale
dualismo, che ha avuto la funzione determinante di condizionare
gran parte del pensiero e della cultura occidentali.
Basta dare uno sguardo alla storia della danza per comprendere
quanto tale forma d'espressione abbia subìto l'influsso
di una morale che per tanti secoli ha imposto il disprezzo e
la frustrazione del fisico.
A partire dalla caduta dell'Impero romano si assiste a un estremo
impoverimento delle forme di danza: fin dal IV secolo, durante
il periodo degli imperatori cristiani, ogni attività
di teatro e di danza viene considerata immorale e si nega il
battesimo a tutti coloro che vi assistono o vi partecipano.
Nel 398, il Concilio di Cartagine, commina la scomunica per
coloro che assistono a spettacoli teatrali nei giorni festivi.
Sant'Agostino definisce la danza "follia lasciva, roba
del diavolo".
Solo umiliando il corpo, affermano i Padri della Chiesa, si
può giungere alla purificazione dello spirito che rende
l'uomo questo misero essere peccaminoso, degno di avvicinarsi
a Dio, che è l'essenza estrema della spiritualità.
È solo dopo la morte, in quanto liberazione dall'ostacolo
che per l'uomo rappresenta le sue spoglie terrene, l'essere
umano può raggiungere il benessere totale, che è
contatto della sua anima con lo spirito divino, realizzabile
solo in un'altra vita.
Nell'ambito della visione dualistica imposta dal potere ecclesiastico
l'attività della danza sfiorisce, sopravvivendo solo
nel genere della "danza macabra", mentre i concilii
lanciano anatemi contro "obsceni motus" profananti
chiese e cimiteri.
Nel
quadro dell'evoluzione estetica che segna il passaggio dallo
spirito medievale alla cultura umanistica del Trecento, la danza
d'evasione comincia a rifiorire nelle "canzoni a ballo"
duecentesche, che si eseguono nelle corti italiane e francesi;
tale rinascita costituisce uno degli aspetti delle nuove tendenze
culturali. L'arte si situa in una dimensione antropocentrica,
che sottende l'affermazione umanistica di valori etici terreni;
insofferenti nei confronti della mentalità dogmatica
e gerarchica del periodo precedente, gli umanisti affermano
la possibilità di conseguire la felicità nel corso
di questa vita, negando per molti versi l'alienazione del corpo:
piegare fisico e intelletto all'arbitrio sociale e al dogma
religioso assume qui il senso di una imposizione assurda e innaturale.
La danza, attività legata al corpo e dunque tradizionalmente
connessa all'immagine della donna, in quanto nella storia della
nostra cultura la donna si è sempre trovata forzatamente
esclusa da attività di tipo intellettuale, esce dall'ambito
prevalentemente femminile: è indicativo il fatto che
nel Duecento anche gli uomini cominciassero a prendere parte
all'esecuzione danzata delle "canzoni a ballo" di
corte, che in un primo tempo erano loro precluse.
Bisogna notare tuttavia che i valori umani rivendicati in questo
periodo furono inseriti in una visione ideale che finiva anch'essa
per avere un suo contenuto di trascendenza: ciò a cui
si tendeva era infatti il modello perfetto ed eccellente dell'uomo
in sé. Socialmente era dunque inevitabile che tale concezione
fondata su un'idealizzazione dell'umano potesse esprimersi esclusivamente
in dimensioni aristocratiche.
Tale unilateralità si riflette anche nel campo della
danza: se l'umanesimo costituisce una tendenza culturale di
élite, parallelamente la danza della classe dominante
cerca una sua differenziazione sempre più netta da quella
popolare: mentre quest'ultima è improntata alla spontaneità,
la prima tende progressivamente alla strutturazione di criteri
di ordine e di precisione.
Nel XVI secolo la danza inizia a trasformarsi in balletto, ossia
in manifestazione autonoma strutturata secondo canoni estetici
ben precisi, regolata da schemi coreografici e destinata alla
rappresentazione di fronte a un pubblico. Questa forma di spettacolo,
che prende l'avvio in Italia, si definisce secondo regole tendenti
alla ricerca. di una differenziazione sempre più accentuata
nei confronti di tutte le forme di danza istintiva e indiscriminata.
Mentre dunque il patrimonio della danza popolare resterà
pressoché immutato attraverso i secoli (nella sostanza
naturalmente e non nella forma, che da un lato inevitabilmente
subisce gli influssi della civilizzazione, e dall'altro risente
almeno in parte della sistematicità imposta alla danza
dalle esigenze culturali delle classi dominanti), la danza ufficiale,
è ormai considerata degna di avere la sua storia e la
sua teoria.
I balletti del Cinquecento e del Seicento hanno una doppia funzione:
da una parte sono strumento d'evasione per i principi dell'epoca,
passatempi vuoti, frivoli divertimenti cortigiani che trovano
la loro espressione in mascherate carnevalesche o insipide allegorie
satiriche; dall'altra il loro scopo fondamentale viene a essere
la servile adulazione del principe, l'encomio fine a se stesso.
Il balletto inteso in questo senso, ossia come strumento funzionale
agli intenti politici del monarca, trova la sua più evidente
espressione durante il regno di Luigi XIV. Il Re Sole, detto
anche il "re ballerino" (danzò appena quindicenne
nel famoso "Ballet de la Nuit" nel ruolo del Sole,
da cui derivò appunto il suo primo appellativo), nutriva
una vera e propria passione per il genere artistico del balletto,
ed è in gran parte a questa sua predilezione che si deve
il dilagare della "ballettomania" nelle corti europee
del XVII secolo. La danza, negata dal potere ecclesiastico,
diventa uno strumento del potere secolare.
Nel 1661 Luigi XIV fonda l'Académie Royale de Danse;
è questo il periodo d'oro delle accademie, che vede nascere
anche l'Académie Francaise per la lingua e l'Académie
Francaise de Peinture per la pittura. Tale fenomeno, nella danza
così come negli altri campi, avrebbe finito per separare
in modo sempre più accentuato la componente tecnica,
invece di costituire solo un mezzo per arrivare a un diverso
risultato, sarebbe divenuta fine a se stessa.

Nasce un nuovo senso del movimento
che bandisce dalla danza ogni forma di rozzezza. Non si affida
più nulla all'impulso e all'improvvisazione: ciò
che conta è la perfezione stilistica in base a un codice
teorico prestabilito. È nato così il balletto
classico.
Da questo momento la forma più illustre di danza teatrale
occidentale inizia a costruire la sua storia: una storia in
cui la danza resta prevalentemente un fenomeno estetico che
tende a ignorare le manifestazioni sostanziali della vita in
senso concreto, configurandosi come un'arte di evasione dalla
realtà del presente riservata a un'élite culturale.
Nel modo d'espressione che più di ogni altro, nella più
recente storia occidentale, è legato alla donna si riflette,
parallelamente all'artificiosa frattura imposta al prodotto
artistico, la duplice visione sociale della femminilità
come simbolo erotico da un lato e simbolo spirituale dall'altro.
La donna rivive nel simbolo della ballerina, colei che desta
scandalo e che ha influenti personaggi per amanti, mentre la
Chiesa, da parte sua, condanna il teatro e non concede il matrimonio
né la sepoltura ad attori e danzatori; oppure, al contrario,
si trasfigura nell'essere etereo, incorporeo, irreale incarnato
dalla donna-silfide, colei che proietta la propria astratta
bellezza verso l'alto, senza alcun calore, in una continua tensione
del corpo assolutamente innaturale.
Significativo è il fatto che la funzione del danzatore
di sesso maschile venga per lo più identificata con il
ruolo di sollevatore della ballerina.
Nell'epoca romantica, in cui la tendenza all'elevazione dal
suolo raggiunge il suo àcme con l'introduzione delle
"punte" l'idealizzazione dell'immagine femminile si
accentua fino alla esasperazione. I "passi a due"
di questo periodo tendono a esaltare la tecnica femminile.
Mentre l'Europa si sta avviando verso la radicale trasformazione
operata dalla rivoluzione industriale, il balletto romantico
traduce l'esigenza creando un nuovo stile di danza aereo e purissimo
inserito in atmosfere coreografiche irreali e evanescenti.
La donna diventa uno degli idoli romantici, trasformata in una
sorta di creatura-limite che svolazza sui palcoscenici dei teatri
d'Europa: un "divino" essere che riduce al minimo
il contatto con la terra, con l'humus peccaminoso. La donna
vera, viva, reale, la bellezza del suo corpo, il suo imprescindibile
nesso con la natura, scompare in questa visione della donna-silfide.
Molto sintomatico è il fatto che l'uso delle punte venga
riservato alle sole donne, sebbene non ci sia alcun motivo anatomico
perché non possano essere adottate anche dagli uomini.
Il primo eretico della danza classica era stato J. George Noverre
(1727-1810), il grande teorico del "ballet d'action".
Negando quella che aveva definito "danza accademica",
vale a dire il puro tecnicismo, Noverre cercava la piena fusione
della danza con il teatro, aspirazione che avrebbe trovato la
sua compiuta realizzazione soltanto nel XX secolo.
Soltanto
la danza moderna, nella sua ricerca di fusione con il teatro,
nella sua aspirazione a una danza espressiva, concretamente
legata alla vita, nella sua concezione fondamentalmente asimmetrica
del movimento, potrà essere rappresentativa di un solido
tentativo di risposta alle questioni che Noverre aveva posto
al balletto due secoli prima.
A questo punto sembra necessaria una parentesi. È indispensabile
porre una netta distinzione tra due termini che troppo spesso
vengono confusi tra loro: "balletto moderno" e "danza
moderna". Con il primo termine si intende la corrente riformatrice
del balletto accademico che vede la sua prima grande stagione
nei due decenni di attività dell'impresario russo Sergeh
Diaghilev. I capisaldi di questo movimento coreografico sono
stati Fokine, Nijinskij e Massine, e allo stesso spirito innovatore
sono stati Serge Lifar e George Balanchine. Per comprendere
le nuove concezioni del balletto moderno è particolarmente
illuminante la lettera indirizzata da Fokine al "Times",
che può essere considerata come il manifesto estetico
del balletto moderno:
"Il primo principio su cui si basa il nuovo balletto è
di non adottare combinazioni di passi di danza già esistenti
e noti, ma di creare in ciascun caso una forma nuova che corrisponda
all'argomento; la forma che esprima nel miglior modo possibile
il periodo e il carattere del popolo di cui si tratta".
"La seconda norma è che la danza e la mimica non
hanno nessun significato in un balletto se non servono ad esprimere
l'azione drammatica e non devono essere usate come per un semplice
divertissment o per offrire una piacevole diversione, senza
alcun rapporto con lo schema dell'intero balletto". "Il
terzo principio del nuovo balletto consiste nell'ammettere l'uso
del gesto convenzionale soltanto dove lo richiede lo stile del
balletto mentre in tutti gli altri casi ci si deve sforzare
di sostituire i gesti delle mani con la mimica di tutto il corpo.
L'uomo può e deve essere espressivo dalla testa ai piedi".
"Il quarto principio è quello dell'espressività
della danza di gruppo e di insieme. Nel balletto di un tempo
i danzatori si disponevano in gruppo solo a fini ornamentali
e il maestro di ballo non badava, nelle danze di gruppo o di
insieme, all'espressione di un sentimento".
"Il nuovo balletto, invece, sviluppando il principio dell'espressività,
passa dall'espressività del volto a quella di tutto il
corpo e da quella di un singolo all'espressività di un
gruppo di corpi e di una complessa danza d'insieme".
"Il quinto principio è l'alleanza della danza con
le altre arti. Il nuovo balletto, rifiutando di asservirsi sia
alla musica, sia alla scenografia, e riconoscendo l'alleanza
tra le arti soltanto se effettuata su un piano di completa parità,
permette piena libertà allo scenografo e al musicista.
A differenza del vecchio balletto esso non esige dal compositore
una musica per balletto, intesa come accompagnamento della danza;
ma accetta musica di qualsiasi tipo, purché sia musica
buona ed espressiva.
Non esige dallo scenografo che egli debba alcuna condizione
ballettistica specifica, né al compositore né
allo scenografo, ma lascia completa libertà alle loro
creazioni.
Dopo la parentesi di statico accademismo animato da un artificioso
spiritualismo dualistico di origine cattolica, agli inizi del
nostro secolo prende il via quella corrente di danza che va
sotto il nome di "danza moderna", e che non è,
come il balletto russo d'avanguardia, soltanto una riforma,
ma assume il senso di una vera e propria rivoluzione.
Nel tentativo di ricomporre il significato originario della
danza come modo di espressione concreto, indissolubilmente legato
alla reale esperienza umana, questo movimento è volto
verso la ricerca di nuovi moduli espressivi che prescindessero
completamente dagli schemi imposti dalla lunga tradizione del
balletto classico. L'obbiettivo era un tipo di movimento espressivo
che annullasse ogni artificiosa scissione tra esteriorità
e interiorità, tra forma e contenuto.
Isadora Duncan, Ruth Sto Denis, Martha Graham, Doris Humprey,
Mary Wigman sono le avanguardie femminili della danza del Novecento.
Esse proclamarono apertamente la loro indipendenza dal conformismo
sia come artiste sia come donne, rivendicando la potenza del
movimento espressivo senza prescindere mai dalla concezione
anti-dualistica dell'individuo come totalità, e cercando
i temi per le loro danze non in un'evasione dall'esperienza
concreta dell'uomo contemporaneo, bensì, viceversa, sviscerandone
la problematicità, mettendone in rilievo la drammatica
realtà psicologica e sociale.
Tratto da Immaginifico
trimestrale di spettacolo popolare, culture materiali mestieri,
nomadismi. Ottobre 2002
Editrice Pretini & C. srl
E-mail trapeziolibri@tiscali.it
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