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Maurits Cornelis Escher
un artista non catalogabile
Mistico?
"Un giorno una signora mi telefonò e
mi disse: <Signor Escher, sono affascinata dai suoi lavori.
Nella sua composizione "Rettili" ha raffigurato in
maniera convincente la reincarnazione.> Le risposi: <Se
Lei crede di trovarvi ciò, sarà davvero così>"
L'esempio più rappresentativo di questa <Interpretazione>
è senza dubbio il seguente: chi osserva la litografia
Balconata, viene subito colpito dalla pianta di canapa al centro
del quadro. Attraverso questo riferimento, Escher avrebbe cercato
di introdurre, come tema principale del suo lavoro, quello dell'hascic,
per renderci così intelligibile l'intento psichedelico
dell'intera sua opera.
Ma questa pianta stilizzata, posta al centro di Balconata, non
ha niente a che fare con una pianta di canapa; quando Escher
creò quest'opera, l'hascic per lui non era altro che
una voce nel vocabolario. E, per quanto riguarda il significato
psichedelico della sua stampa, lo si può rilevare solo
se si è tanto daltonici da prendere il bianco per nero
e viceversa.
Nessun grande artista viene risparmiato dal fatto che la sua
opera venga interpretata arbitrariamente, che le vengano attribuiti
significati che non erano minimamente compresi nelle sue intenzioni,
ma che sono piuttosto diametralmente opposti a queste. Una delle
opere più famose di Rembrandt, un ritratto di <corporazione>
della Compagnia di archibugieri di Amsterdam, al quale è
stato dato il titolo Ronda di notte, ha portato non solo profani,
ma anche molti degli stessi critici d'arte, a basare la loro
interpretazione del quadro su di un evento notturno. In quest'opera,
invece, Rembrandt dipinse il sistema di difesa cittadino, in
piena luce diurna, come ha rivelato la rimozione delle plurisecolari
patine gialle e marroni assunte dalla vernice.
È possibile che i titoli che Escher stesso diede ai suoi
fogli, o anche gli oggetti che utilizzò, portassero a
interpretazioni profonde che, però, non avevano nulla
a che fare con le intenzioni dell'artista. Per questo, egli
stesso trovò i titoli Predestinazione e Sentiero di vita
un po' troppo drammatici, così come il teschio all'interno
della pupilla di Occhio. Lo stesso Escher ha sottolineato che
non si dovrebbero cercare più profonde interpretazioni
al di là della rappresentazione. "Non ho mai voluto
rappresentare qualcosa di mistico; quello che alcune persone
giudicano misterioso, non è altro che un consapevole
o inconsapevole inganno! Ho giocato ad un gioco, mi sono sbizzarrito
in immagini mentali con nessun altro scopo se non quello di
indagare le possibilità della rappresentazione stessa.
Tutto ciò che presento nelle mie opere sono notizie circa
le mie scoperte."

Ma, nonostante questo, rimane il fatto che su tutte
le opere di Escher grava qualcosa di inspiegabile, se non di
abnorme, ed è questo, ciò che affascina l'osservatore.
Così è accaduto anche a me: per anni, ogni giorno,
ho osservato Su e giù nei particolari e, più approfondivo
l'esame della litografia, più essa mi risultava indefinibile.
Nel suo libro Grafica e disegno, non dice nulla di più
di quello che ognuno può vedere da sé: "Se
l'osservatore rivolge lo sguardo dal basso verso l'alto, vedrà
il pavimento piastrellato sul quale si trova ripetersi come
soffitto al centro della composizione. Nello stesso tempo, però,
questo fungerà da pavimento per la metà superiore
del quadro. La superficie piastrellata si ripete ancora una
volta sul bordo superiore, questa volta chiaramente come soffitto."
Questa descrizione appare tanto ovvia, chiara, che io mi domandavo:
"Come può relazionarsi tutto ciò e, come
mai tutte le linee verticali sono arcuate? Quali princìpi
di fondo si nascondono dietro l'opera di Escher? Perché
ha fatto questo disegno?"
Era come se mi fosse stato permesso di lanciare un fuggevole
sguardo sul dritto di un complicato fregio da tappeto, e questo
mi interrogasse: "Com'è l'altra faccia? Come è
tessuta?"
Poiché Escher era l'unico che potesse illuminarmi intorno
a ciò, gli scrissi e lo pregai di darmi dei chiarimenti.
Nella lettera di risposta, mi invitava ad andare a trovarlo,
così che avremmo potuto discutere la cosa. Era l'agosto
del 1956. Da allora lo frequentai regolarmente. Era particolarmente
contento delle domande sulle motivazioni profonde delle sue
opere, del perché e del come, e si interessava sempre
agli articoli che io scrivevo sulla sua produzione. Quando nel
1970 stavo lavorando a questo libro, avevo il privilegio di
poterlo andare a trovare ogni settimana, un paio d'ore, per
tutto l'arco dell'anno.
Allora si era appena rimesso da una difficile operazione, tanto
che alcuni discorsi talvolta erano per lui molto affaticanti.
Eppure egli stesso desiderava che venissero continuati; aveva
bisogno di mostrare come fosse arrivato ai suoi quadri, e voleva
spiegare il loro realizzarsi per mezzo dei molti studi preparatori
che ancora erano in suo possesso.

Critica d'arte
Fino a poco tempo fa, la maggior parte delle gallerie
di grafica, anche quelle olandesi, avevano tralasciato di provvedere
a un'adeguata raccolta delle opere di Escher. Egli non veniva
riconosciuto come artista. La critica d'arte non riusciva a
giustificare una riflessione intorno alla sua opera e, così,
era portata semplicemente a ignorarla. Inizialmente furono matematici,
fisici e cristallografi che mostrarono grande interesse. Eppure
chiunque voglia occuparsi della sua produzione senza pregiudizi,
ne sarà molto soddisfatto.
Chi tuttavia gli si avvicini soltanto attraverso
concetti storico-artistici, noterà che questi gli risulteranno
di ostacolo. Ora, dato che i tempi sono cambiati e il pubblico
sembra essere conquistato dalla grafica escheriana, l'interesse
della critica ufficiale svolge il ruolo della retroguardia.
In occasione della grande retrospettiva all' Aia, organizzata
per festeggiare il settantesimo compleanno di Escher, si tentò
di tracciare paralleli storici. Tuttavia il tentativo fallì:
Escher rimane in disparte. Non si riesce a catalogarlo poiché
si è sempre proposto scopi completamente diversi da quelli
dei suoi contemporanei. Di fronte ad un'opera d'arte moderna
ci si chiederebbe a sproposito che cosa essa rappresenti. Chi
lo faccia non ha la minima idea di che cosa sia l'arte. Sarebbe
meglio tenesse la bocca chiusa o si limitasse a osservazioni
del tipo: un buon lavoro, ci si sente chiamati in causa, ci
dà qualcosa, etc.
Con l'opera di Escher è diverso. Forse lui stesso aveva
dubbi su quello che sarebbe stato il suo posto all'interno del
mondo artistico moderno. Prima del 1937 non sarebbe stato così
difficile valutarla, dal momento che allora, tutto sommato,
era puramente pittorica.
Faceva schizzi e disegni di tutto ciò che trovava bello,
utilizzando le cose migliori per convertirle in incisioni, silografie
e litografie.
Se avesse continuato su questa strada, si sarebbe certamente
meritato un suo posto tra i grafici del suo tempo. Non sarebbe
difficile, in base alle opere di questo periodo, scrivere intorno
ad un artista i cui ritratti hanno grande forza enunciativa,
nonostante abbia ritratto soltanto suo padre, sua moglie, i
suoi figli e se stesso. Il Nostro era un'artista che aveva una
tecnica e la padroneggiava con grande virtuosismo. Tutte le
frasi retoriche in uso al tempo, con le quali la critica d'arte
normalmente cerca di avvicinare il pubblico all'opera di un
artista, avrebbero potuto facilmente essere applicate a Escher.
Dopo il 1937, la dimensione pittorica passò in secondo
piano. Da quel momento in poi, ciò che lo conquisterà
saranno simmetrie, strutture matematiche, continuità
e infinito, e il problema che è presente in ogni suo
quadro: la riproduzione di tre dimensioni su di una superficie
bidimensionale. Era ossessionato da questi temi. Si avventurò
lungo percorsi che non erano ancora stati tentati da altri e
qui c'erano infinite cose da scoprire. Questi temi hanno loro
proprie e singolari leggi che vanno scoperte e alle quali poi
bisogna attenersi. In nessun modo predomina qui il caso e non
esiste nulla che sarebbe potuto anche essere in un altro modo.
Il pittoresco diventa aggiunta. Da questo momento la critica
d'arte non troverà più una via d'accesso alla
sua produzione. Perfino un critico assai benevolo si pronuncia
con una buona dose di scetticismo: "La domanda che continuamente
si ripropone di fronte all'opera di Escher è se i suoi
lavori giovanili rientrino nel concetto di <arte> ...di
solito ne vengo colpito, eppure mi è impossibile giudicare
come buona la sua intera opera. Sarebbe ridicolo, e Escher è
abbastanza furbo da riconoscerlo." (G.H.'s Gravesande,
De Vrjie Bladen, L'Aia 1940).
Merita di essere ricordato che ciò fu detto dell'opera
di un artista che oggi gode della massima stima. Lo stesso critico
continua dicendo: "Gli uccelli, i pesci, le lucertole di
Escher sono indescrivibili: richiedono un modo di pensare, una
forma mentis che si trova solo in pochi." Il tempo ci ha
insegnato che Gravesande sottovalutava il suo pubblico o che
forse aveva davanti agli occhi solo la stretta fascia di persone
che visita gallerie e mostre e che non tralascia mai di andare
ad un concerto. È straordinario come lo stesso Escher
-apparentemente non sfiorato dalla critica- sia sempre proceduto
per la sua strada senza tentennamenti. I suoi lavori si vendevano
male, la critica d'arte ufficiale li ignorava; perfino nella
sua cerchia aveva pochi ammiratori, eppure continuò sempre
a dar forma a ciò che lo affascinava.

Razionale - Cerebrale
Chi volesse considerare l'arte quale espressione
di sentimenti, dovrebbe ricusare tutta l'opera di Escher posteriore
al 1937; essa è infatti caratterizzata dalla razionalità,
sia per quanto concerne lo scopo che l'esecuzione. Ciò
non esclude però che Escher esprima insistentemente,
anche se senza pathos, l'entusiasmo per la propria scoperta,
insieme a ciò che racconta, ai contenuti che vuole trasmettere.
Eppure tutti i critici che ammirano Escher evitano, pieni di
paura, la parola "razionale". Nella musica, e in misura
ancora maggiore, nelle arti figurative, tale parola è
quasi sinonimo di non-arte. È strano che ciò che
appare logico, in questi due campi, venga con tanta paura rimosso.
Nelle trattazioni intorno alla letteratura, il termine "razionale"
non svolge alcun ruolo particolare e, di certo, non risulta
contenere un'espressione di biasimo o di disapprovazione. È
evidente che il più delle volte si tratta di trasmettere
un concetto, naturalmente in una forma che colpisca e commuova.
Ritengo che per un'opera d'arte non sia rilevante se venga giudicata
razionale o no. Succede che la stragrande maggioranza degli
artisti figurativi non venga tanto avvinta dai concetti da trame
ispirazione per la propria opera. Si tratta di vedere se essi
siano in grado di dare l'unica forma appropriata a ciò
che li avvince e li fa pensare, in modo tale che l'inesprimibile
assuma una configurazione e possa venir comunicato. Ciò
che occupa Escher sono soprattutto idee sull'equilibrio, sulla
struttura, sulla continuità; e il suo stupore davanti
al modo in cui gli oggetti visibili si possono riprodurre su
di una superficie è inesauribile. Si tratta dunque di
idee che mai Escher formula in parole, ma che riuscirà
magistralmente a esprimere nei suoi lavori. La sua produzione
è sì "razionale" ma alla fine "letteraria",
nel senso che egli esprime con un'immagine cose, che avrebbero
potuto essere tradotte per mezzo di parole, o che avrebbe realizzato
piccole composizioni d'arte figurativa che hanno bisogno di
un testo.
La funzione più importante di ogni critica d'arte consiste
nell'avvicinare un'opera all'osservatore in modo che essa subito
gli dica qualcosa. Sotto certi aspetti, pare che il critico
abbia con Escher vita facile: deve descrivere esattamente quello
che si vede sul foglio, senza dover con ciò esporre le
sue impressioni soggetive. Per un primo approccio è sufficiente
portare l'osservatore a combinare il "significato"
dell'opera con il piacere che la scoperta della stessa gli può
dare. Questo piacere costituì il nocciolo della stessa
ispirazione di Escher. Trasmetterlo era meta e scopo della sua
arte.
La maggior parte dei suoi lavori hanno tuttavia molto di più
da offrire. Un'opera di Escher è sempre una fase (provvisoriamente)
finale. Chi voglia capire in maniera meno superficiale questa
fase finale e appassionarsi nel farlo, dovrebbe mettersi a confronto
con l'intero contesto del lavoro escheriano. La sua opera possiede
le caratteristiche di una ricerca. Nelle sue composizioni presenta
un problema, registra risultati temporanei. Ed è proprio
qui che il compito del critico si fa più difficile. Deve
impratichirsi dell'intera problematica che l'opera solleva e
dimostrare come essa vi si inserisca. E dove la soluzione trovata
risieda a livello della costruzione, il critico, con l'aiuto
dei molti schizzi preparatori che Escher sempre faceva per i
suoi lavori, dovrà prestare attenzione al presupposto
di ordine matematico degli stessi.
Se lo farà, sarà in grado di aiutare l'osservatore
ad entrare nel vivo della sua creazione e, in questo modo, aggiungere
una nuova dimensione al modo di percepire un'opera d'arte. Solo
così l'opera grafica può diventare una vera rivelazione
che è del tutto conforme alla ricchezza e alla molteplicità
dell'ispirazione originaria dell'artista.
Intorno al problema dell'ispirazione lo stesso Escher ha detto:
"Se soltanto sapeste quel che ho visto nell'oscurità
della notte. ..impazzivo a volte dalla preoccupazione di non
riuscire a rappresentarlo. In confronto a questo, ogni opera
è un insuccesso che non corrisponde neanche lontanamente
a quello che avrebbe dovuto essere."
Bruno Ernst
Tratto dal libro "Lo specchio magico di M. C. Escher"
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