Fin dalla sua comparsa sulla terra, che si perde
nella notte dei tempi, l'uomo ha dovuto fare i conti con gli
altri esseri che popolavano le foreste e le savane dove egli
si accingeva a muovere i primi passi.
Tra i vari pericoli che dovette affrontare, uno
dei più insidiosi fu quello dei veleni presenti in natura e
ampiamente diffusi sia nel mondo animale (scorpioni, ragni,
serpenti) che in quello vegetale (funghi soprattutto, ma anche
erbe e frutti).
Col tempo l'uomo ha imparato a conoscerli, ma il
pericolo è sempre in agguato e anche ai giorni nostri e nei
nostri ambienti i casi di avvelenamento dovuti a punture di
insetti o a funghi incautamente raccolti e mangiati sono abbastanza
comuni.
Non passa anno che i giornali non riferiscano di
gravi avvelenamenti, se non di morti, dovuti alla tignosa verdognola,
la ben nota Amanita phalloides, o non scrivano di api
assassine o di ricoveri in ospedale per morsi di vipera. Casi,
questi ultimi, ben più rari per la scarsa diffusione della vipera
nel nostro territorio, anche se, dopo una fase di regressione,
la sua presenza nelle nostre campagne sembra essere nuovamente
in aumento.
D'altra parte i serpenti velenosi, come i ragni
velenosi e gli scorpioni, sono particolarmente attivi nelle
zone tropicali, Asia, Africa e Sud America.
Sembra invece essersi perso nel tempo il ricordo
di avvelenamenti da piante: le piante vere con radici, fusto
e foglie, escludendo quindi i funghi.
Il fatto che non si senta parlare ai giorni nostri
di avvelenamento da cicuta o da stramonio non è però dovuto
alla scomparsa delle piante velenose, ma piuttosto al fatto
che in questa nostra epoca opulenta si è persa l'abitudine,
ma sarebbe meglio dire la necessità, di alimentarsi con erbe
spontanee.
In altri periodi, più sfortunati degli attuali,
la sopravvivenza delle persone più povere è stata assicurata,
stentatamente assicurata, da un'alimentazione basata su foglie,
frutti e radici di moltissime piante spontanee. La ricerca accanita,
sotto la spinta della fame, aumentava di pari passo la probabilità
di errore e quindi la possibilità di raccogliere e mangiare
anche specie velenose: più o meno quello che oggi avviene con
i funghi, anche se la loro raccolta non è certo dettata dalla
necessità. Allo stesso modo c'è ancora chi raccoglie nei prati
il soffione o lungo le siepi i germogli del luppolo, ma le poche
specie interessate dalla raccolta e soprattutto lo scarso numero
dei raccoglitori rende molto improbabile l'errore con specie
velenose.
Eppure le piante velenose esistenti in Italia sono
molte.
Aspetti ingannevoli
Spesso il loro aspetto sembra volerci trarre in
inganno. Chi non si è estasiato di fronte alle splendide fioriture
del colchico (Colchicum autumnale) nei prati montani?
1 suoi fiori di color rosa-lilacino compaiono in autunno e spuntano
dal suolo, completamente privi di foglie, così numerosi che
i prati ne sono spesso tappezzati. Le foglie compariranno nella
primavera successiva con i frutti. Tutta la pianta è velenosa,
in particolare bulbi e semi, sia per l'uomo che per gli animali,
per la presenza di due alcaloidi: la colchicina e la colchiceina.
Per questo il colchico, tanto piacevole ai nostri occhi, è inviso
agli allevatori.
Pare impossibile che piante così belle per forma
e colore, tanto da sembrare l'essenza della leggiadria e della
gentilezza, possano essere così pericolose. Eppure moltissime
altre piante velenose recano fiori bellissimi: tra le più conosciute
ricordiamo l'aconito, la digitale, il gigaro, l'elleboro e il
mughetto.
L'aconito (Aconitum napellus) è una pianta
vigorosa, alta più di un metro, con una spiga terminale color
viola-cupo; i fiori sono schiacciati sui lati e ricoperti dal
petalo superiore, arrotondato come un elmo. Cresce nei prati
e nei boschi alpini. Tutta la pianta è velenosa per la presenza
di aconitina ed altri alcaloidi. Altrettanto comuni sono in
montagna l'Aconitum vulparia e l'Aconitum lamarckii,
dai fiori giallo-zolfini, anch'essi tossici.
La digitale purpurea (Digitalis purpurea) cresce
spontanea solo in Sardegna e in Corsica, ma è coltivata a scopo
ornamentale in molti orti e giardini della penisola. Alta più
di un metro, ha fiori tubolari rosso-violacei, pendenti, riuniti
in un'infiorescenza .unilaterale. È velenosissima in ogni sua
parte per la presenza di digitalina ed altri glicosidi. In Italia
settentrionale crescono le specie affini Digitalis grandiflora
e Digitalis lutea, anch'esse velenose, che hanno
fiori gialli.
Il mughetto (Convallaria majalis), notissimo
perché ampiamente diffuso nei giardini, cresce spontaneo nei
boschi ombrosi delle zone submontane. È formato da due ,ampie
foglie lanceolate e, al momento della fioritura, da un fusto,
spesso più basso delle foglie, recante un grappolo di fiori
bianchi campanulati. Tutta la pianta è velenosa per la presenza
di convallina e altri glicosidi velenosi.
Velenoso in ogni sua parte è anche il gigaro (Arum
maculatum), per la presenza di aroina, una sostanza non
ancora ben conosciuta: la cottura e l'essiccazione riduce la
tossicità della pianta, ma non l'elimina completamente.
Il gigaro è una pianta erbacea dall'aspetto inconfondibile.
I fiori formano un'infiorescenza violacea a forma di clava,
avvolta da una brattea bianco-verdognola. Le foglie sono ampie,
spesso macchiate di scuro, sagittate: hanno cioè la caratteristica
forma delle punte di freccia. L'infruttescenza è una spiga,
densa e compatta, di bacche rosse, velenosissime, che le valgono
il nome di "pan delle bisce". Simile è l'Arum italicum
coltivato nei giardini.
Coltivato nei giardini è anche l'elleboro (Helleborus
niger), che di norma cresce spontaneo nei boschi collinari
e montani delle Alpi e degli Appennini. Contiene sostanze tossiche
con azione cardiaca simile ai glicosidi presenti nella digitale.
Molto nota, tra le piante velenose, è anche la cicuta.
La sua notorietà è piuttosto legata a ricordi scolastici
che alla conoscenza diretta della pianta: con un suo infuso
fu infatti ucciso, nel 399 a.C., il filosofo greco Socrate.
In realtà le cicute presenti nei nostri ambienti
sono tre: la Cicuta virosa, il Conium maculatum e l'Aethusa
cynapium. I loro fiori non sono belli come quelli
delle piante descritte prima, né così vistosi. La loro tossicità
è dovuta ad alcuni alcaloidi velenosi quali la cicutina e la
y-coniceina.
La cicuta d'acqua (Cicuta virosa) cresce
di preferenza nelle acque basse dei fossati e degli acquitrini,
mentre la cicuta maggiore (Conium maculatum) e l'erba
aglina (Aethusa cynapium) preferiscono gli ambienti ruderali
e gli orti.
Tutte tre le specie appartengono alle Ombrellifere,
famiglia che comprende moltissime delle erbe commestibili più
usate. Sono ad esempio Ombrellifere il prezzemolo, il sedano,
la carota e il finocchio. La presenza comune di foglie finemente
suddivise e della infiorescenza a ombrella, assieme ai profumi
invitanti che caratterizzano anche le specie velenose, possono
trarre in inganno uomo e animali domestici.
Un'altra famiglia di piante che raggruppa, assieme
a specie commestibili di largo consumo, specie velenose è quella
delle Solanacce. Sono Solanacee infatti la patata, il pomodoro,
il peperone e la melanzana, come lo sono la belladonna (Atropa
belladonna), lo stramonio (Datura stramonium),
l'erba morella (Solanum nigrum), il giusquiamo (Hyoscyamus
niger) e l'alchechengi (Physalis alkekengi), tutte
più o meno velenose.
Non si deve dimenticare tuttavia che anche le parti
verdi (fusti e foglie) del pomodoro e della patata sono velenose.
Una pianta che può essere causa di avvelenamento,
se confusa con altre simili di uso comune, è il veratro (Veratrum
album) che cresce nei prati e pascoli alpini. Ha fiori bianco
verdognoli riuniti in ampie pannocchie. Le foglie sono molto
grandi, ellitticolanceolate. Può essere confuso, quando non
sia in fiore, con la genziana maggiore (Gentiana lutea),
le cui radici vengono raccolte e usate per dare sapore amaro
a grappe e altri liquori. Le due piante si distinguono per i
fiori, che nella genziana sono gialli e vistosi, e per le foglie
che, pur essendo simili, sono alterne nel veratro ma opposte
nella genziana.
Anche tra gli alberi e gli arbusti, sia spontanei
che ornamentali, si possono trovare specie velenose:
basti citare tra tutti il bellissimo oleandro (Nerium oleander),
sempreverde della macchia mediterranea, coltivato in molti
giardini a scopo ornamentale. Tutta la pianta, compresi i semi
e i fiori, è velenosissima per la presenza di glicosidi con
azione simile a quelli della digitale.
Velenosi sono anche il tasso (Taxus baccata),
coltivato nei giardini, di cui le uniche parti non tossiche
sono i frutti rosso-laccati (la polpa carnosa dei frutti, perché
il seme è velenosissimo come tutta la pianta), il lauroceraso
(Prunus laurocerasus) e il sabina (Juniperus sabina)
che cresce spontaneo sulle Alpi e sugli Appennini, velenosi
in ogni loro parte.
Nei querceti planiziari e nei castagneti montani,
come nelle siepi, possiamo trovare la fusaggine (Euonimus
europaeus), detta anche berretta da prete per la forma caratteristica
dei suoi frutti rossi che, assieme alla corteccia, sono le uniche
parti velenose della pianta.
Quelle descritte sono solo una parte delle piante
tossiche riportate dai libri specifici e non sempre le più velenose:
ci basti accennare al Chondrodendrum tomentosum e alla
Strycnos toxifera dalla cui corteccia gli indiani che
vivono nelle foreste tropicali dell'America Meridionale traggono
il veleno per le loro frecce, il famoso curaro, o alla Strycnos
nux-vomica, delle foreste indiane, da cui si ricava la stricnina.
Natura infida e crudele quindi, o solo indifferente?
Difficile rispondere a un simile quesito. Di certo sappiamo
che l'uomo, fin dall'antichità, ha imparato a sfruttare le caratteristiche
dei diversi veleni e usandoli in dosi piccolissime ne ha fatto
farmaci insostituibili per i suoi malanni.
Di Giorgio Persico per “Quadrante padano”