Riceviamo un messaggio
da Giorgio Armigliato in cui ci chiede: "Se l’evidenza
dell’inutilità dei medicamenti omeopatici è
così forte, perché vari milioni di italiani
- e non solo di italiani - vi ricorrono?". Cerchiamo
di analizzarne le ragioni.
Che a far ricorso all’omeopatia siano oggi
in molti, sebbene a tutti siano accessibili informazioni sulla
natura e le caratteristiche di questa cosiddetta pratica medica,
è fonte di preoccupato stupore. Che se ne servano poi
persone istruite, consapevoli, razionali per tanti aspetti
del loro comportamento, e che magari fanno parte della cerchia
dei nostri amici, è, di più, motivo di sconforto.
Non è intenzione di parlare qui dell’omeopatia
(del resto è stato già fatto a più riprese
e più autorevolmente su queste pagine), quanto cercare
di capire perché ciò accade, cioè perché
essa goda di tanta popolarità e di tanto credito.
La causa prima del suo successo viene in genere
indicata nella sfiducia nei medici e nelle pratiche mediche
tradizionali: si citano danni e insuccessi clamorosi, rapporti
insoddisfacenti medico-paziente, a cui si contrappongono la
maggiore attenzione che l’omeopata dedicherebbe al suo
cliente, la naturalezza della cura, eccetera. Tutte cose note.
Ma, a ben guardare, una delusione reale, una insoddisfazione
del tutto giustificata sono motivi sufficienti a farci lasciare
la strada maestra della scienza - che procede per tentativi
ed errori, certo, ma procede - per la palude della magia con
i suoi riti codificati una volta per tutte? No di certo, a
meno che non sia proprio quello ciò di cui si va alla
ricerca.
Alcune osservazioni in proposito: molte persone
che affermano di curarsi con l’omeopatia e che avrebbero
ogni possibilità di documentarsi su di essa, non sanno
che cosa sia, quali siano i principi su cui si basa, e accordano
al medico omeopata la stessa fiducia che altri accordano allo
stregone. Di fatto non vogliono sapere. La conoscenza, l’informazione
potrebbero far nascere dubbi e i dubbi, si sa, sono pericolosi.
Altre persone, che sostengono di conoscere i vari principi
della disciplina, sembrano provar gusto ad abdicare alle proprie
facoltà mentali quando accettano tranquillamente leggi
quale, ad esempio, quella degli infinitesimali, per cui un
rimedio è tanto più efficace quanto più
diluito (un cucchiaino in una quantità d’acqua
pari a quella di tutti gli oceani del nostro pianeta presi
dieci milioni di miliardi di volte), e diventa più
diluito se scosso a lungo, se il contenitore è tappato
col palmo della mano, e così via... Ci sono infine
coloro per i quali l’omeopatia costituisce, più
che una pratica medica alternativa, una vera e propria religione
alternativa. Del resto occorre convenire che non le mancano
le credenziali: un fondatore preciso, una rivelazione improvvisa,
una serie di dogmi da accettare, la diffidenza per i non credenti,
l’osservanza dei riti.
Lasciando da parte quest’ultimo gruppo di
persone perché difficilmente recuperabili (quando abbandonassero
questa pratica si darebbero a qualcun’altra non meno
insana), cosa può spiegare tali comportamenti? C’è
in molti, come si accennava poc’anzi, la propensione
a ritenere che le spiegazioni logiche, razionali non siano
esaustive, non nel senso che esse siano incomplete e perfezionabili,
ma in quello più ambiguo che dietro o oltre ad esse
ci sia altro: tutto quello cioè che la rete della ragione
non riesce a catturare, ma che fa la differenza, il quid insomma
che risolve, aiuta, dà la salvezza. Costoro si dichiarano
paladini della ragione, ma hanno sempre in serbo qualche episodio
da raccontare (Certo, le cose stanno così, eppure...)
che di fatto li smentisce. Dietro ogni "eppure..."
si spalanca il dominio del magico, in cui l’uomo tecnologico
del terzo millennio si addentra con lo stesso fardello di
paure e di speranze dei suoi antenati dei secoli bui. L’impossibilità
della ragione di offrire risposte certe e di risolvere i problemi
dell’uomo spinge chi non abbia un metodo, uno strumento
affidabile per interpretare la realtà, a cercare altrove
illusorie risposte consolatrici, se non addirittura a incolpare
la ragione dei guai del mondo, a scambiare l’irrazionalità
per fantasia e sentimento, quasi non fossero questi ultimi
elementi che vivono di felici scambi con la ragione.
E così l’omeopatia, come il fiorire
di pratiche magiche e di comportamenti irrazionali di ogni
sorta ben oltre i ghetti di deprivazione economica sociale
e culturale, rivela ancora una volta l’uomo nella sua
debolezza e nella sua difficoltà a fronteggiare situazioni
nuove e angosciose, quali una malattia, una guerra, un futuro
incerto e minaccioso. Oggi come mille altre volte nel passato
si preferisce chiudere gli occhi ("gli occhi della fronte
e della mente", per dirla con Galileo) e non far nulla,
in attesa di una salvezza magica e del miracolo. Abdicare
alla ragione potrà forse aiutare a superare talvolta
l’infelicità, ma come superare l’insoddisfazione
di sé qualora si diventi consapevoli di questa rinuncia?
Al Duca Vincenzo Gonzaga che gli chiedeva informazioni e un
giudizio su un certo Aurelio Capra, Galileo Galilei così
succintamente rispondeva: "Intendo ...che adesso ha strettissima
pratica con un Tedesco, il quale professa gran segreti, et
in particolare afferma havere una pillola, et il modo del
comporla, che non essendo maggiore di una veccia, presa per
bocca mantiene uno sano e gagliardo per 40 giorni, senza che
pigli altro cibo o bevanda. Circa simili esercizii et pratiche
si occupa il detto S. Capra". La lapidarietà della
frase finale rende superfluo ogni commento.
Persino i silenzi di Galileo possono insegnarci
qualcosa ancor oggi.
Scritto da Andrea Frova
Andrea Frova
Prof. di Fisica Generale
Università di Roma "La Sapienza"
Mariapiera Marenzana
Docente di lettere, Co-autrice con A. Frova di Parola di Galileo
/BUR, 1998)