Abbigliamento.
Le fibre artificiali e sintetiche
Le fibre artificiali e sintetiche
Le fibre prodotte dall’uomo si dividono in “artificiali” e “sintetiche”.
Qual è la differenza? Le artificiali costituiscono la prima
generazione “man made”. Il primo brevetto si deve a un ricercatore
francese, risale al 1884.
Il principio delle fibre artificiali consiste in una particolare
lavorazione della cellulosa, il principale componente della
membrana cellulare di tutte le piante da cui si ottiene una
sostanza liquida. Con questo sistema l’industria tessile mise
a punto la “seta artificiale” che ebbe tale successo da essere
presentata all’Esposizione universale di Parigi del 1889, con
la Torre Eiffel.
Più tardi, comparvero le altre fibre derivate dalla cellulosa:
acetato, cupro, viscosa o raion, modal.
Acetato
Si ottiene sciogliendo la cellulosa in un solvente: l’acetone.
L’acetato è usato nella composizione di tessuti per camicie,
vestaglie, foulard, maglieria, ma anche abiti da sera, abbigliamento
sportivo e fodere. Come il cupro, al tatto somiglia alla seta.
Bemberg
La fibra di cupro, più conosciuta col nome “bemberg”, nasce
dalla cellulosa della fine peluria che riveste i semi del cotone.
Per le sottili dimensioni del filato, i tessuti in cupro sono
usati nella produzione di fodere di vario tipo (taffettà leggeri,
twill, rasi e rasoni pesanti).
Molto resistente rispetto ad altre fibre ha il pregio di non
causare cariche elettrostatiche fastidiose sulla pelle e che
attirano facilmente la polvere.
Il cupro è anche utilizzato per velluti lisci e operati, damaschi
e rasi destinati a capi di abbigliamento esterno.
Viscosa o raion
Si ricava dalla cellulosa del legno e ha una struttura molto
simile al cotone. Impiegata da sola o con il cotone, ha una
buona resistenza all’usura, ma si sgualcisce facilmente.
Modal
Non esiste sotto forma di filo continuo, ma solo in fiocco.
Al tatto, è assai simile al cotone col quale viene impiegata
esclusivamente per dare maggiore lucentezza ai tessuti.
Le fibre sintetiche
Comparse negli anni Trenta, le fibre sintetiche rappresentano
la seconda generazione delle fibre fatte dall’uomo.
Alla loro origine c’è il petrolio, da cui vengono ricavate con
procedimenti chimici di sintesi. Il primo prodotto di sintesi
creato dall’industria chimica fu il nylon, e poi, via via, l’acrilico,
il poliestere e il propilene.
Nylon
Il suo nome nasce dalla fusione delle iniziali di New York (Ny)
e Londra (Lon). È un filato molto resistente agli strappi e
all’usura, può essere prodotto in fili anche molto sottili e
ha una struttura elastica che gli permette di adattarsi alle
forme e ai movimenti più imprevisti e complessi del corpo umano
Per queste caratteristiche, è impiegato in tutti i capi che
devono aderire alla pelle e seguirne i movimenti: calze, collant,
busti, guaine, costumi da bagno. Ma si usa anche per pantaloni
da sci e rivestimenti esterni di giacche a vento.
Realizzato dalla Du Pont da un filo continuo di poliammide si
affermò alla fine degli anni 30 sui mercati americani e successivamente
in quelli di mezzo mondo. Per la prima volta, infatti, si potevano
ottenere calze trasparenti meno costose della seta e sufficientemente
elastiche per non dare luogo ad antiestetiche grinze sulle gambe.
Non si trattava ancora, però, di filati realmente elastici,
dato che queste fibre non si allungano materialmente ma la loro
estensibilità dipende dal raddrizzamento del filamento che,
in stato di riposo, si presenta arricciato o arrotolato. Mancava,
cioè, al nylon il potere di contenimento e di recupero elastico
che spinse la stessa Du Pont a studiare fibre alternative.
Lycra
Nome commerciale (registrato dalla Du Pont) dell’elastam identifica
una fibra artificiale assai elastica, che viene impiegata con
il nylon per la produzione di calze e collant.
La lycra, in pratica, è un filo continuo di elastam, opaco,
bianco brillante e trasparente che ha la proprietà di aumentare
da 5 a 7 volte la lunghezza originale, per ritornare alla posizione
originaria senza grosse deformazioni, con una capacità di contenimento
(la forza di compressione esercitata sul corpo) anche 6 volte
superiore a quella dei comuni nylon elasticizzati.
Nel caso delle calze, l’elastam, oltre a migliorare di molto
l’elasticità e la resistenza, offre una compressione riposante
e continua in tutte le parti della gamba e del bacino, un po’
come se si trattasse di una seconda pelle. Più è alta la percentuale
di elastam in un tessuto maggiore è il grado di contenimento
offerto.
L’ultima novità in questo campo è la lycra 3D, essenzialmente
una buona trovata di marketing. La fibra, brevettata tanto per
cambiare dalla Du Pont, con un’aggiunta di lycra in ogni maglia
rende il tessuto elastico nei tre sensi (orizzontale, verticale
e diagonale). Sul piano estetico, inoltre, la maglia appare
più regolare e non forma antiestetiche righe sulla gamba. E
sempre a proposito di calze: il numero di “denari”, o Den dichiarato
sulle confezioni indica il peso in grammi di 9mila metri di
filo. Questo valore indica il grado di trasparenza della calza
(la velatura) e la sua leggerezza: meno “denari” corrispondono
a una calza più trasparente.
Poliestere o "pile"
Il nome non vi dice niente? Vuol dire che non leggete con attenzione
le etichette dei capi d’abbigliamento. Il poliestere, infatti,
è la più usata tra le fibre chimiche e da sola copre il 20 per
cento del consumo mondiale di fibre tessili. Utilizzato sempre
più, sia allo stato “puro” che con altre fibre, in tutti i settori
dell’abbigliamento, il poliestere è molto elastico e non si
stropiccia facilmente: le eventuali pieghe che si formano durante
l’uso scompaiono da sole in poco tempo. Inoltre, non assorbe
l’acqua: in un ambiente con l’85 per cento di umidità, ne assorbe
solo l’1 per cento.
Sotto il nome di “pile” (si pronuncia “pail”) il poliestere,
ottenuto da plastica riciclata entra nella composizione di maglioni,
tute sportive, pellicce “ecologiche” o imbottiture di giacconi.
Le moderne tecnologie di riciclo consentono di trasformare in
fibra poliestere di qualità le comuni bottiglie in Pet dell’acqua
minerale.
Comprare un “pile” in poliestere da riciclo può significare
non solo indossare una maglia morbida, calda, bella, ma anche
sottrarre alla discarica o alla dispersione nell’ambiente materiali
di scarto.
Polipropilene
Fra le ultime nate nel campo delle fibre sintetiche, è stata
messa a punto in Italia al Politecnico di Milano.
È, in assoluto, la fibra più leggera. Ed è completamente impermeabile
all’acqua. Non a caso, viene impiegata anche per rivestire gli
strati esterni dei pannolini. Mischiata con altre fibre, entra
nella composizione di vari capi di maglieria.
Acrilico
Tra le fibre realizzate dall’uomo è la più simile alla lana.
Conferisce elasticità e voluminosità ai tessuti, e per questo
viene usata soprattutto nei capi di maglieria, da sola o con
altre fibre. Rispetto alla lana, ha una superiore resistenza
all’usura, non è soggetta al fenomeno di “pilling” non teme
l’attacco di muffe o tarme, resiste agli agenti atmosferici.
Fibre "Comfort"
Sono le fibre poliossiamidiche la terza generazione di fibre
sintetiche, messe a punto negli ultimi anni, e possono vantare
un comportamento per certi versi molto simile alle fibre naturali:
imitando la lana, trattengono l’umidità corporea e la rilasciano
all’esterno in funzione dell’ambiente circostante più o meno
secco.
Microfibre
Sono fibre “hi-tech”, cioè ad alta tecnologia. Composte di poliestere
o di poliammide, hanno la particolarità di essere sottilissime,
con un diametro pari a un terzo di quello della lana e metà
di quello della seta. Queste dimensioni si ottengono colando
la materia prima allo stato liquido attraverso un microforo
fatto con il laser. In questo modo, si possono realizzare anche
fili di sezione diversa da quella circolare, che riflettono
la luce in maniera particolare, dando ad esempio effetti cromatici
cangianti.
Le microfibre sono superleggere: 10 chilometri pesano meno di
1 grammo. Mantengono all’asciutto e garantiscono il comfort
totale. Alla funzione protettiva da pioggia e vento uniscono
infatti quella di termoregolazione. Grazie a una membrana microporosa
(1,4 miliardi di micropori per 2 centimetri) i capi in microfibra
favoriscono la traspirazione evitando fenomeni di condensazione
del sudore.
Tessuti multistrato
Un esempio è il “Gore-tex”, utilizzato nelle giacche a vento
che devono resistere anche alle condizioni meteorologiche più
avverse. A guardarlo al microscopio sembra un sandwich al formaggio:
in realtà, si tratta di una membrana in teflon fra due di fibre
sintetiche.
Gli indumenti a più strati risolvono uno dei principali problemi
dei primi impermeabili sintetici: molto resistenti all’acqua,
non lasciavano traspirare la pelle, sicché bastava poco per
inzupparsi di sudore. Nei multistrato, invece, lo strato interno
assorbe il sudore, senza impregnarsi; lo strato di mezzo regola
la temperatura, grazie alla struttura vaporosa che intrappola
l’aria; la superficie esterna, infine, blocca la pioggia ma
lascia passare l’umidità corporea.
Tessuti liquidi
Dall’hi-tech si passa quasi alla fantascienza. A quanto riferisce
il mensile Focus (ottobre ’97), gli scienziati hanno effettivamente
realizzato una stoffa che si riscalda e raffredda a seconda
delle necessità. Formata da poliestere, contiene una speciale
sostanza capace di “sciogliersi” sotto il sole. Il passaggio
allo stato liquido assorbe calore e aiuta il corpo a mantenersi
più fresco (ma niente paura, non c’è pericolo di bagnarsi, poiché
il liquido è contenuto in particolari microcapsule).
Quando la temperatura esterna si abbassa, la sostanza si risolidifica
e cede al corpo il calore accumulato, regalando un piacevole
tepore.
Ma non provate a chiedere questo tessuto alla boutique! Per
ora, ancora non è utilizzato per gli abiti comuni.
Il testo contenuto
in questa pagina è tratto da
"Consumare senza essere consumati"
prodotto da
"Il Salvagente"
Cooperativa editoriale Il Salvagente a r.l.
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