Abbigliamento.
Cosa mi metto addosso: lana, cotone oppure lino?
I tessuti
Lana, cotone oppure lino? Merinos, cachemire o vigogna?
Acrilico o poliestere? Cosa mi metto addosso? È la domanda che
ci si fa la mattina davanti al guardaroba, e quando si entra in
un negozio di abbigliamento.
Ogni tessuto ha caratteristiche completamente diverse ed è importante
saper scegliere quello giusto: per le giornate piovose o per il
sole, per la mattina o per la notte, per il lavoro o per il passeggio.
A seconda della stoffa, cambia anche l’effetto sulla pelle, la
sensazione di fresco oppure di caldo, il morbido oppure il ruvido.
Alcune fibre sono belle, eleganti, ma delicate e costose, facili
a spiegazzarsi o a rovinarsi; altre, meno appariscenti ma più
vestibili, comode e resistenti. E naturalmente è anche questione
di gusti, di sensibilità individuale: c’è chi non tollera la lana,
chi ama sentirsi addosso solo la seta, chi diventa nervoso al
solo pensiero di indossare una fibra sintetica. Insomma, a ognuno
il suo tessuto.
Animale, vegetale, artificiale o sintetico?
Da dove vengono le fibre dei nostri abiti? Alcune sono di origine
naturale: la lana deriva dal vello della pecora (o di altri animali),
la seta si ottiene dalla bava del baco, il cotone e il lino dalle
omonime piante. Le fibre artificiali invece sono un’invenzione
dell’uomo (gli anglosassoni le chiamano “man made”), ricavate
con processi chimici dalla trasformazione di altre sostanze, dalla
cellulosa al petrolio.
A livello mondiale, nel 1995 il cotone ha rappresentato il 46
per cento dei consumi, la lana il 3 per cento, le fibre “man made”
il restante 51 per cento.
Anche i tessuti naturali, però, subiscono a volte trattamenti
e lavorazioni che con la naturalità hanno ben poco a che fare.
Si tratta di lavorazioni a rischio ambientale ma anche per la
nostra pelle. Se soffrite di allergie, saltate subito al capitolo
su abiti e salute.
Tessuti misti
In una stessa stoffa possono essere impiegate due o più fibre
diverse: ad esempio, cotone e lana, lana e acrilico, e così via.
Questi tessuti misti hanno caratteristiche diverse a seconda delle
fibre che li compongono e delle percentuali di ciascuna.
La flanella, ad esempio, è un tessuto misto di lana e cotone in
parti quasi uguali. Molto comune, poi, il mix tra lana o cotone
e fibre sintetiche.
Come facciamo a sapere cosa c’è esattamente in un vestito? La
risposta è, in apparenza, semplice: leggendo l’etichetta. Tuttavia,
come vedremo, non sempre ci si può fidare.
Tessuti riciclati
Nell’abbigliamento ci sono vari esempi di riciclaggio. Oltre al
“pile”, ottenuto dalla plastica delle bottiglie (vedi il capitolo
sulle fibre “man made”), spesso gli stessi abiti da buttare, ormai
divenuti “stracci”, sono la materia prima per nuovi tessuti: è
il caso delle lane di Prato o dei ritagli di denim nella produzione
di jeans. Il riciclaggio, permette di risparmiare materie prime,
energia, acqua, coloranti e sostanze chimiche. E fin qui, tutto
bene. Il problema nasce dal fatto che non sempre i fabbricanti
dichiarano la reale provenienza delle fibre, e il consumatore
rischia di pagare un pullover rigenerato, cioè, fatto di “stracci”
quanto uno pregiato di pura lana vergine. Come evitare la truffa?
Leggete l’etichetta, anzitutto. E seguite i consigli che vi diamo
nei prossimi capitoli.
Nomi, misure, caratteristiche
La tabella Principali caratteristiche delle fibre tessili, che
appare facendo clik sulla casella arancione qui in fondo, elaborata
dal Citer, il Centro per l’informazione tessile dell’Emilia-Romagna
(via A. Costa 39, 41012 Carpi, Modena, tel. 059/681398 fax 059/682151.
E-mail:citer@citer.it-
http://www.citer.it"), propone una panoramica delle caratteristiche
fisiche e della composizione delle fibre più diffuse. E vi dice
anche come si chiamano in inglese, francese, tedesco e spagnolo.
Attenzione: le caratteristiche delle diverse fibre, illustrate
nella tabella, si riferiscono al filato, non necessariamente ai
tessuti finiti, che possono aver subito trattamenti che aumentano
o modificano alcune doti di resistenza.
Spieghiamo alcuni termini che possono risultare oscuri:
Tasso di ripresa: è la capacità di riprendere forma dopo
un lavaggio.
Carico rottura a secco: quanto peso regge il filato prima
di rompersi. Una misura, quindi, che dà il senso della sua resistenza.
Variazione a umido: è il restringimento (nel caso di valori
negativi) o l’allungamento (se si legge un più) dovuto all’effetto
dell’umidità.
Allungamento a rottura: misura la percentuale della quale
un filato può allungarsi prima di rompersi.
Punto degrado: è la temperatura alla quale il filato si
altera.
Il testo contenuto
in questa pagina è tratto da
"Consumare senza essere consumati"
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"Il Salvagente"
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