Babbo
Natale: come la Coca-Cola ha plasmato il nostro immaginario...
L’idea delle idee nel 1931: utilizzare
Babbo Natale, sino ad allora un caratterista, e farne una
star, il munifico super commesso di una qualche super drogheria
celeste con sulla slitta tante cassette di Coca-Cola, il testimonial
che avrebbe conquistato gli under 12
Tra
quelli che hanno compiuto in maniera particolarmente efficace
questa operazione c'è Archie Lee, uno scrittore deluso
che nel 1919 rinunciò alle sue ambizioni letterarie
e iniziò a lavorare come pubblicitario per la Coca-Cola.
Da lui, e dalle sue intuizioni abbaglianti, parte il libro
di Nicola Lagioia, in uscita da Fazi nella nuova collana
«Memi», che si intitola Babbo Natale e si sottotitola
«dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato il
nostro immaginario».
Prima di Archie Lee, la bevenda inventata nel 1886 da John
Pemberton era pubblicizzata con piatto realismo: si puntava
sull'indubitabile fatto che fosse rinfrescante e che tenesse
svegli, e la si raccomandava a chi, durante il lavoro o
lo svago, avesse bisogno di una pausa tonificante. Il suo
ingrediente più stuzzicante, la cocaina, era sparito
dal 1903, ma restava quel pochissimo di caffeina a giustificare
la pretesa. Pemberton aveva inventato la sua bibita per
imitare un prodotto di gran successo in quegli anni, il
Vino di Mariani. Angelo Mariani, un uomo d'affari corso,
aveva unito due ingredienti che non potevano fallire, e
il suo prodotto consisteva in Bordeaux corretto con cocaina.
Va da sé che spopolava, e perfino sua Santità
Leone XIII se ne sgollava delle belle dosi, tanto che donò
pubblicamente a Mariani una medaglia d'oro per ringraziarlo
dei benefici effetti del suo «tonico». Erano
anni innocenti, la cocaina era ancora un vegetale allegro,
e Pemberton pensò di usarla a sua volta come ingrediente
per una bibita: aggiunse noce di cola, caffeina, acqua,
zucchero, succo di lime, acido citrico e il leggendario
7x, l'ingrediente misterioso.
L' inafferrabile 7x, che però, senza Archie Lee,
non sarebbe mai diventato un mito. Quando il signor Lee
prende in mano le sorti pubblicitarie della Coca-Cola, mette
subito da parte ingredienti, effetti, virtù e sapore.
Capisce che per imporre la Coca Cola su altre bibite più
o meno simili, deve puntare sul sogno, ed è stato
lì che ha avuto la sua intuizione vincente, come
molto bene ci racconta Lagioia: «Quello che veniva
suggerito, quello che la Coca-Cola in definitiva prometteva,
non era l'accesso a un mondo alieno, esclusivo, lontano,
ma una copia quasi indistinguibile del mondo reale (...)
la scomparsa dell'ansia, delle preoccupazioni, dello stress,
la possibilità di un ordinario, eterno, radioso e
immutabile presente». E iniziano così gli slogan
senza contenuto, che puntano soltanto sull'atmosfera: «La
pausa che rinfresca», «La sete non conosce stagioni»,
fino all'inarrivabile formula del 1982, la sintesi del nulla:
«Coca-Cola è!». Era l'idea perfetta per
una nazione stanca, nevrotica e sull'orlo della Grande Depressione
com'era l'America in quegli anni, e il risultato fu strepitoso.
Ma per portare a casa una vittoria piena Archie Lee doveva
ancora annullare le fatali conseguenze dello scontro con
i Cattivi. Sì, come tutte le storie di una leggenda,
anche in questa ci sono dei Cattivi, e la nostra eroina
di zucchero e 7x qualche anno prima aveva rischiato di soccombere.
Il nemico era un certo dottor Wiley, che dirigeva il dipartimento
di chimica degli Stati Uniti e che nel 1911 trascinò
la Coca-Cola in un processo per dimostrare che era dannosa,
che generava dipendenza, che induceva i giovani e le ragazze
a «deprecabili festini notturni con successivo abbandono
all'amoralità». Wiley e i suoi uomini lottarono
come iene, addirittura cercarono di dimostrare la pericolosità
della Coca-Cola proponendo di iniettarla nelle rane, così
poi vedevate che salti e che canti drogati facevano, ma
tutto fu inutile e alla fine il verdetto fu favorevole alla
sinuosa bottiglietta piena di acqua colorata. Ma ci fu un
prezzo da pagare: la compagnia dovette piegarsi a una legge
non scritta ma efficacissima: era proibito far vedere nel
materiale pubblicitario dei bambini inferiori a dodici anni
nell'atto di bere Coca-Cola.
Naturalmente era un'ottima cosa. I bambini non devono bere
la Coca-Cola, questo lo sanno tutte le mamme, e alle feste
delle elementari è bello vedere tra i panini dolci
e le torte soltanto aranciata e sprite. Ma privarsi dei
bambini è un colpo al cuore per tutti i pubblicitari,
come dimostrano anche recenti vicissitudini nel nostro paese,
e Archie Lee dovette mettersi al lavoro per trovare un'idea
geniale che aggirasse il problema. Ed è qui che nell'avvincente
Coca-Cola Story entra anche il personaggio del titolo, quel
Babbo Natale che da qualche capitolo aspetta paziente dietro
le quinte. Bisognava infatti trovare un testimonial, qualcuno
che con la sua sola presenza evocasse i bambini negati,
qualcuno che attirasse gli under 12 come le sirene attiravano
i marinai, e chi meglio, allora, di Babbo Natale? Sì,
peccato però che in quel momento, e siamo nel 1931,
Babbo Natale fosse ancora un caratterista, un personaggio
minore, che si divideva la scena natalizia con altri importanti
comprimari, e non avesse neppure un nome o una natura certa.
E tantomeno l'indispensabile nazionalità americana.
Si trattava, per la verità, di un emigrato turco
che sulla strada verso New York era passato da Bari. Nicola,
vescovo di Mira, sepolto a Bari, santo protettore dei ladri,
uomo d'azione che in effetti, nelle più celebri fra
le leggende che lo riguardano, dimostrava una certa inclinazione
a fare doni. Nel corso dei secoli, questo San Nicola si
era trasformato in uno spirito gentile che nella notte fra
il 5 e il 6 dicembre portava dolci e piccoli doni ai bambini,
stessa attività della sua collega Santa Lucia, che
effettuava la distribuzione il 13 dicembre, e che ancora
oggi è in attività in Svezia e a Brescia.
Ma tutti questi santi, per quanto bene intenzionati, non
piacevano all'ottimo Martin Lutero, che era però
uomo saggio, e sapeva che era impossibile togliere ai protestanti
la festa invernale, quella delle luci, del fuoco, delle
candeline e degli aranci. Ed è stato lui, proprio
lui, a inventarsi come dispensatore di dolci quel Gesù
Bambino che oggi resta l'unico accreditato avversario di
Babbo.
Quindi nel 1931 la scena natalizia era ricca e confusa,
e con un vero colpo di genio i pubblicitari della Coca-Cola
decisero di acchiappare l'anziano vescovo che girava in
slitta e farne il protagonista, la star, anzi, una delle
più grandi star in assoluto della scena internazionale:
Babbo Natale, nella versione definitiva così come
lo vediamo ancora oggi negli spot e nei cartoni: grasso,
con la barba, vestito di rosso.
Spreco e profitto, infanzia e perversione, utopia e mercato,
orrore della morte e finzione dell'eternita' nel matrimonio
fra la Coca-Cola e Babbo Natale...
La Coca-Cola, come sempre le multinazionali, ha vinto!
(La Fanta, invece, e' nata nella Germania nazista!)
Babbo Natale dove si racconta come la Coca-Cola ha plasmato
il nostro immaginario
di Nicola Lagioia - Fazi Editore (pp. 150)
Il testo di questa pagina è un adattamento da Peacelink.it
e lastampa.it
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dell'inesistenza di Babbo Natale" è su Wikipedia