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Creature leggendarie: l'occhio del drago

Almenno San Salvatore. Un paese arroccato nella bellezza immota delle montagne bergamasche, adagiato in una regione ricca di storie e di leggende. Ed è proprio qui, isolato da un mondo che corre verso il futuro, che il mistero del drago ha attirato l’attenzione di studiosi e appassionati di leggende. Presso la chiesa di San Giorgio (storico e leggendario uccisore di draghi) ad Almenno San Salvatore, il visitatore scoprirà uno degli enigmi più affascinanti della zona. La chiesa, già esistente prima dell’anno 1000, ha origini molto antiche: venne ristrutturata architettonicamente nel secolo XII mentre la parte absidale è stata sommariamente restaurata in tempi recenti. Appena entrati, l’atmosfera proietta il visitatore nel passato medioevale dove leggende e figure storiche si amalgamano tra loro. Sulla destra è visibile un interessante affresco che riproduce la celeberrima uccisione del drago da parte di San Giorgio. Il santo guerriero è ritratto su un cavallo rampante mentre, armato di una lunga picca, trafigge la bestia (ovvero il Male, il Demonio) salvando l’indifesa principessa visibile sullo sfondo dell’affresco (rappresentazione simbolica del Bene e della Fede). Ma il vero mistero di Almenno è appeso all’abside lignea della chiesa, sopra la testa del visitatore: immobile, come un’antica reliquia, una gigantesca costola ricurva di circa 2,60 metri continua a far parlare di sé e della leggenda del drago del lago di Gerundo.

Battaglie epiche. Secondo la tradizione locale questo reperto osseo apparteneva a un gigantesco animale - per alcuni un serpente d’acqua dolce – catturato e ucciso dopo una violenta battaglia con gli isolani, presso il fiume Brembo. Il trofeo, a quanto narrano ad Almenno, si addiceva ad essere esposto come atto votivo nella chiesa locale, in memoria della vittoria del Bene sulle forze del Male.

Sempre nella stessa area geografica, presso la frazione di Sombreno, vicino a Paladina, gli studiosi di leggende e creature arcane hanno trovato altre tracce del famoso “drago” del lago di Gerundo. Qui, perfettamente conservata dai frati del Santuario della Beata Vergine, si trova un’altra enorme costola di 1,80 metri di lunghezza. Anche in questo caso, le interessanti leggende raccolte e archiviate nel santuario di Sombreno ci narrano di un pericoloso drago che seminava morte e distruzione nelle aree circostanti, fino a quando un giovane e coraggioso cavaliere, il cui nome è rimasto sconosciuto, affrontò e uccise in singolar tenzone la bestia. Fattala a pezzi, egli donò alcune parti alle varie diocesi locali: una di queste finì nell’attuale santuario dei frati. Le cronache narrano che il bellicoso drago sorgeva ogni notte dalle acque dello scomparso lago di Gerundo (le cui tracce stratigrafiche sono state recentemente individuate dai geologi durante alcuni scavi) ed attaccava i villaggi circostanti. Della costola e della struttura osteologica si interessò il naturalista Prof. Enrico Caffi – cui è dedicato il Museo di Storia Naturale di Bergamo – che volle classificarla come appartenente a un mammut preistorico, insieme agli altri reperti fossili già rinvenuti nella zona ed oggi esposti nell’omonimo Museo bergamasco.

Il pesce miracoloso. Altrettanto interessante e misteriosa è una terza costola, anch’essa attribuita a un feroce drago, conservata nell’Abbazia di S. Maria di Staffarda, presso Revello (Cuneo), in Piemonte. Nello splendido chiostro dei Cistercensi è conservata una preziosa raccolta di reperti archeologici che il turista può ammirare in tutta la sua bellezza. Fra i reperti spicca un’ennesima grande costola di 1,50 metri di lunghezza ricurva e liscia, larga 15 centimetri. Se interrogati, i monaci raccontano che la tradizione locale di Cuneo vuole che in un’epoca remota e imprecisata, forse a causa di inondazioni e carestie, la popolazione fosse da molto tempo senza cibo. Dopo aver lungamente pregato, usciti all’esterno dell’Abbazia richiamati dai contadini, i frati rinvennero presso le rive di un fiume vicino un “pesce” di dimensioni enormi, ciclopiche. Alcune descrizioni lo tratteggiano come una specie di grande serpente, altre come un “drago”. Vennero tenute feste in onore dei santi e dei patroni che avevano ascoltato le suppliche e la creatura servì a sfamare per oltre tre mesi l’intera zona. E’ interessante notare che, oltre alle storie tramandate oralmente, i monaci di Staffarda per commentare l’evento straordinario, fecero incidere una lapide che posero in sagrestia.

Una strana architrave. Se Almenno San Salvatore, Sombreno, Cuneo hanno i loro “resti” di draghi, Verona non è da meno. Anche la bella città veneta possiede una costola, proprio nel cuore monumentale dell’abitato. Infatti, sul lato nord-est dell’antica Piazza delle Erbe, si apre verso la mezzeria l’Arco della Costa che, eretto nel 1470 circa, sovrastando l’omonima via, introduce in Piazza dei Signori.

L’appellativo di Arco della Costa non è casuale. Difatti, guardando attentamente verso l’alto, si nota, appesa sotto l’arco stesso, una costola ricurva (simile a quella di Almenno San Salvatore). Oggi sembra che i cittadini veronesi si siano abituati a questa “stranezza” naturale e molti ritengono sia appartenuta a qualche antico “animale”, per alcuni una balena…per altri un drago! Non ci è dato sapere con esattezza la sua storia, avvolta ancor oggi dal più fitto mistero, anche se le guide turistiche della città la classificano sbrigativamente come una costola appartenuta ad un cetaceo! Soltanto un’analisi osteologica attenta ed accurata da parte di paleontologi e zoologi potrebbe dipanare il dubbio se sia un reperto fossile comune o appartenente a qualche creatura sconosciuta.

Tratto da Stargate n.1 aprile 2000 e-mail: mbalien@tin.it

 

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