Il canone Rai è illegittimo, non illegale.
La differenza è notevole e fondamentale: legale si
riferisce semplicemente alla legge; legittimo si riferisce
al diritto. Se è vero che la legge ha la funzione di
legittimare, la logica aggiunge: "a condizione che essa
rappresenti il diritto". Quando non lo rappresenta è
intrinsecamente e moralmente nulla. Il diritto non è
figlio della legge, ma è esattamente il contrario.
La legge è pura espressione del potere mentre il diritto
appartiene all'uomo, il quale, pertanto, non lo può
inventare ma può solo scoprirlo e "leggerlo"
nei bisogni essenziali e costanti della propria specie, che
vanno sotto la denominazione di "diritti naturali".
Tornando al canone Rai, si tratta di un vero e proprio "pizzo
di Stato" senza alcuna validità biogiuridica se
non quella discendente dalla forza, in altre parole dal potere.
Il canone Rai è nato nel 1938 come tassa Eiar, per
un ente radiofonico impegnato in un servizio pubblico. Oggi
la democrazia si è ridotta a un giochetto elettorale
mirato a legittimare il potere degli eletti, i quali fanno
le leggi spesso ignorando il diritto. Pertanto, la locuzione
aggettivale "di diritto" si risolve in un pretesto
per l'imposizione delle leggi stesse. Il giochetto riesce
e la dittatura del sistema è salva. Sta di fatto
che il canone Rai vuole teoricamente finanziare un servizio
pubblico. Esso invece finanzia un'azienda di Stato di tipo
capitalistico e quindi in concorrenza con aziende similari
capitalistiche private, nel caso specifico con Mediaset.
La descrizione di ciò che dovrebbe essere un servizio
radiotelevisivo pubblico corrisponde alla puntuale denuncia
dell'inesistenza della legittimità del canone in
questione. Premesso che il pubblico - cioè il popolo
- è la risultante di più componenti etniche,
culturali e ideologiche, servizio radiotelevisivo pubblico
può significare una sola cosa: fare in modo che tutte
quelle componenti abbiano una loro "voce" in una
"pluralità di voci" in seno alla quale
sorgano e si sviluppino dialoghi, confronti e, ove possibile,
sinergie e collaborazione. Si parla a vanvera di "par
condicio" quando si pratica la più selvaggia
delle sopraffazioni. La cronaca -soprattutto quella politica,
interna e internazionale- non sarebbe di fatto monopolizzata
ovvero ridotta entro i limiti del pensiero unico dominante.
Non esisterebbero iniziative culturali costrette ai margini
e alla penombra se non addirittura alla totale oscurità.
Le lobbies industriali (dal cinema ai farmaci agli sport
-sport imprenditoriali e commerciali, intendiamo-) e i fautori
degli "ottuntori sociali" (dal tifo sportivo al
"predaludismo" - giochi a premi tipo "preda")
e la pubblicità consumistica non si contenderebbero
gli spazi radiotelevisivi, le ore di maggiore ascolto e
la quantità di "udienza" a tutto scapito
della suddetta "pluralità di voci" e della
cultura, insomma di ciò che dovrebbe essere un vero
servizio pubblico, che deve gareggiare solo con se stesso
e nel solo tentativo di migliorare le proprie prestazioni.
Questo servizio pubblico non è stato mai effettuato
dalla Rai. Si diceva ultimamente che la stessa si distingueva
dalle TV private perché queste lavorano in funzione
di commercio, insomma non per fare informazione e cultura
semmai usando anche queste come altrettanti pretesti ed
occasioni di commercio. Le TV private si sono dette, pertanto,
commerciali per la loro caratteristica inconfondibile di
trasmettere pubblicità (consumistica) senza misura,
dalla quale ricevono milioni a palate. Si diceva per contro
che la TV pubblica si distingueva dalla privata proprio
perché non commerciale e perché, per conseguenza,
consentiva la visione di un film e di uno spettacolo senza
il fastidio delle interruzioni pubblicitarie: fastidio psicologico
e deturpazione perfino di autentiche opere d'arte e capolavori
con concomitante offesa agli autori delle stesse e della
cultura in genere. Da tempo anche questo unica circostanza
di distinzione (e di giustificazione del canone) è
caduta: la Rai è totalmente simile alla radiotelevisione
privata. In altre parole:
- è fautrice di un "pensiero unico": quello
del potere in carica e, pertanto, trasmette di peso le menzogne
confezionate dal Pentagono e dalla Cia;
- non trasmette nessuna vera voce "diversa" e
meno che mai dell'opposizione extraparlamentare;
- non contiene rubriche speciali per le varie ideologie
o fedi religiosi, insomma, per fare qualche esempio, per
giudaici, atei, razionalisti, anarchici, comunisti, nonviolenti
e, perché no, fascisti, se si fa eccezione di una
sul protestantesimo;
- la pubblicità consumistica v'impazza esattamente
come in quella privata senza alcun rispetto nemmeno per
l'aspetto estetico;
- le più varie lobbies vi si contendono spazio, diritti
e potere;
- la Rai sconosce i fatti che il potere vigente vuole che
si sconoscano come la verità sul terrorismo, che
non è - non può essere - quella degli Usa
che del terrorismo sono i maestri storici; e così
via.
Vero è che nella stessa Rai ci sono tentativi di
rottura di un "rapporto di inservienza al sistema e
agli Usa"- come quelli esperiti da Rai Tre - o "dibattiti"
da cui vien fuori qualche voce non allineata, ma questi
tentativi isolati, praticamente sommersi, necessariamente
costretti a ritagli marginali, in ogni caso "ossequiosi"
dello status quo, non abilitati a caratterizzare l'intera
area della Rai, confermano la realtà di una Rai al
servizio non del pubblico ma del potere, di casa e d'oltremare.
Per queste inoppugnabili ragioni il canone in questione
è un'estorsione legale con minaccia di violenza penale,
analoga al pizzo della mafia. Quest'anno l'importo del canone-pizzo
è di euro 99,60. Quel "99" ricorda i cartellini
dei prezzi dei mercati aperti palermitani dove si fa abuso
della cifra "9" per camuffare importi interi e
non impressionare i clienti. In verità, i "9"
palermitani spesso perdono il codino e diventano zeri per
fare abboccare i distratti e quelli dalla vista corta. Purtroppo,
la Rai non può farlo. Si tratta di quasi duecentomila
delle vecchie lire che fanno paura al "cittadino"
che vive di sola pensione sociale (vera elemosina di uno
Stato asociale) e che è costretto a pagare sotto
la minaccia del pignoramento di poveri suppellettili. La
cosa più chiaramente ridicola è quello "0,60"
dell'importo. Non sarebbe stato più semplice e più
onesto dire 100 euro? I sessanta centesimi fanno pensare
alla difficile scienza del calcolo dell'alta burocrazia
sempre inaccessibile al popolo bue e pagatore, un po' meno
alla furbizia grossolana di chi esercita il potere.
Carmelo R.Viola
Fonte: www.rinascita.info