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Il formaggio Parmigiano-Reggiano

Un po' di storia: perché il formaggio si chiama così

Il cacio non è altro che il coagulo che deriva dal naturale processo di acidificazione del latte per effetto di un'esposizione sufficientemente prolungata all'ambiente. Ciò spiega perché l'uso del cacio come alimento si perde nella notte dei tempi. Gli antichi popoli nomadi, in ciò imitati ancor oggi dalle tribù tartare dell'Asia Centrale, mettevano il latte in otri di pelle ricavati da stomaci di mammiferi appesi alla sella dei cavalli per far sì che lo sbattimento ed i fermenti naturali dei contenitori durante la cavalcata favorissero il coagulo. Ma nella storia della civiltà il cacio diventa formaggio quando l'homo sapiens scopre la salatura e l'essiccatura, le due fondamentali strategie affinate nei secoli per conservare i cibi deperibili. Già nell'antica Grecia la cagliata veniva compressa con pesi, salata e poi lasciata essiccare lentamente in canestri di vimini al riparo dal vento e dal sole.

Il termine "forma" deriva dal greco "formòs" che indicava il canestro di giunco dove era posta la cagliata per essere separata dal siero ed asciugata. Il vocabolo passò al latino e successivamente all'italiano, dapprima come "formanco" ed infine con l'attuale dizione di "fornaggio".

Se dobbiamo credere allo scrittore latino Plinio, nel periodo repubblicano i Romani consumavano soprattutto formaggi freschi o affumicati e salati in superficie. In tale panorama era però andato acquistando una sua notorietà il formaggio della regione cisalpina: un formaggio per così dire controcorrente, cotto e a pasta dura che, secondo le notizie fornite dal poeta Marziale, già allora veniva esportato via mare avendo trovato accesso, attraverso il Passo del Cirone, al Portus Lunae (nell'odierna Lunigiana) dove veniva imbarcato dopo essere stato marchiato con la caratteristica luna, emblema della città omonima, a testimoniare il luogo di provenienza e di imbarco.

Quasi un'isola, la media Valle dell'Enza, culla del Parmigiano-Reggiano

Secondo attendibili testimonianze storiche, verso la metà dell'XI secolo nella media valle del fiume Enza, a cavallo dell'attuale confine tra le province di Parma e Reggio Emilia, si era già affermata una produzione di formaggio "cisalpino" cotto a pasta dura con la tipica struttura granulosa, il colore paglierino e l'aroma fragrante che eccelleva sugli altri, presto conosciuto nel mondo come Parmigiano e, in tempi più recenti, come Parmigiano-Reggiano.

Nella nascente letteratura italiana (ogni popolo, è stato detto, ha nella sua letteratura la propria memoria collettiva) è contenuta la più esplicita e incontestabile testimonianza che il Parmigiano-Reggiano già nel 1300 godeva di un'identità forte e positiva e aveva acquisito una fama e una risonanza tali da costituire un punto di riferimento dell'immaginario collettivo. Ci riferiamo al famoso passo del Decamerone in cui Maso, volendo descrivere a Calandrino le meraviglie della fantastica città di Bengodi, parla di "una montagna di formaggio parmigiano grattugiato sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli".

Il passo è importante anche perché se il Parmigiano-Reggiano aveva già raggiunto nel 1300 quella caratterizzazione che si è conservata praticamente immutata fino ad oggi, si deve ritenere che le caratteristiche peculiari del prodotto fossero maturate molto tempo prima, probabilmente attorno al Mille, man mano che il naturale processo di selezione era andato dimostrando che il famoso "Parmigiano-Reggiano" era un prodotto indissolubilmente legato a un definito territorio oggi circoscritto alle province di Parma, Modena e Reggio Emilia, con "sconfinamenti" nella provincia di Mantova alla destra del fiume Po e nella provincia di Bologna alla sinistra del fiume Reno e che ogni tentativo di trasferire altrove tale produzione si era rivelato impossibile. I tentativi di imitazione avevano solo sottolineato l'incolmabilità della differenza.

Il Parmigiano-Reggiano nasce nel casello

Il Parmigiano-Reggiano nasce nella "casa del formaggio", localmente chiamata "casello", dalla sapienza del mastro casaro che affida alla qualità di un latte speciale, a una lavorazione paziente e accurata senza additivi e a una lunghissima, stagionatura, il miracolo del prezioso alimento. I caselli dismessi del secolo scorso, che popolano ancora la nostra memoria territoriale, testimoniano con la loro architettura non solo tecniche di lavorazione rimaste immutate, ma anche il particolare rapporto dell'agricoltore col suo casello. Sorti numerosi nei piccoli centri rurali e in prossimità dei nodi stradali, i caselli sono espressione di un'inventiva spontanea e di una architettura minima concepita sul campo da capomastri e muratori. Costruzioni di modeste dimensioni a pianta quadrata o poligonale, con un tetto di tegole sostenuto da pilastri angolari e da un pilone centrale al quale convergono le capriate, i caselli della memoria avevano muri perimetrali non più alti di un metro, che si prolungavano fino al tetto con sottili pareti di mattoni in costa, disposti a griglia per formare le tipiche gelosie, per lasciare filtrare l'aria e la luce, far fuoriuscire il fumo e assicurare sia il ricambio dell'aria che l'acclimatamento con le funzioni stagionali esterne.

I caselli sfoggiavano lo spiovente del tetto a dentelli come le vecchie stazioni, cornicioni decorati, archetti gotici, pareti traforate in cotto che imitavano la balaustra della chiesa e che ripetevano le iniziali del nome del costruttore o del committente. Accanto al casello c'era la tettoia per la legna e sulla porta una formella con le iniziali del costruttore o del proprietario e la nicchia con l'immagine di San Lucio (il protettore dei casari).

L'interno era un ambiente unico che andava dal pavimento alla travatura del tetto con uno sfogo al centro per il fumo, protetto da una cupoletta. Al centro, c'era il pilone di sostegno del tetto che faceva da perno di tutta la costruzione e teneva sospese una o due caldaie di rame a campana rovesciata sopra la grande buca dove si accendeva il fuoco per cuocere la forma.

Lungo le pareti erano sistemate le "fascere", le bacinelle di affioramento per il latte della mungitura serale, il banco di appoggio del formaggio appena fatto, lo "spersole", la zangola per il burro e, infine, la rastrelliera dei semplici attrezzi della tradizione: la "pala", la "rotella" e lo "spino".


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